La prima cosa bella

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la prima cosa bellaLa prima cosa bella che ho avuto dalla vita è la mia mamma!

La Prima Cosa Bella è un film che ho visto con la mia mamma.

La mia mamma è molto diversa da Anna Nigiotti in Michelucci, ma anche la mia mamma ha sempre sognato. Ma l’ha scoperto solo anni fa.
Ora finalmente, la mia mamma sa di sognare, ma una vena di malinconia la accompagna sempre nei suoi viaggi onirici. Perchè ha paura per i suoi figli, perchè i suoi sogni sono quelli dei suoi figli.

Anna Nigiotti in Michelucci, invece, è una madre ingenua, perchè si fida della gente e si regala alla vita con tutto l’entusiasmo che ha, ma sa essere mamma presente e dedita ai figli che però affogano nella sua spontaneità e nella sua energia e non riescono a succhiare la linfa vitale della donna.
Bruno è vittima di un’infelicità cosmica che lo rende inadeguato a questa vita e si rifugia in suo mondo piccolo piccolo, Valeria sceglie di non vivere e si accontenta di un microcosmo di felicità apparente.

Gli anni passano e Anna continua ancora a vivere intensamente la sua semplice vita, libera dai condizionamenti della gente e dal moralismo imperante e non ha bisogno di rinchiudersi nel ruolo di mamma coraggio o nello stereotipo della donna che sacrifica se stessa per il bene dei figli.
Ed è bella, dolce e tenera anche quando la vita che ha tanto amato la sta abbandonando e ci regala l’ironia malinconica di una storia vera, passionale, senza colpi di scena,  che scorre alla sua giusta velocità scoprendo di volta in volta dei personaggi sublimi e raffinati.

Virzì celebra la vita nella sua meravigliosa e comune leggerezza, la stessa leggerezza in cui volteggiano le note della colonna sonora, quella vecchia canzone che un giorno di tanti anni fa la MIA MAMMA mi cantò stringendomi forte e guardandomi coi suoi occhi sorridenti e sognanti.

Speriamo che la marmotta non abbia visto la propria ombra…

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“Il vero paese è quello che ci costruiamo noi, col nostro lavoro”

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Spesso mi capita di sognare un Paese migliore…

Voterò Emma Bonino…

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…ma non sarà per questa nuova campagna promozionale!

Quello che le donne non dicono…

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…normalmente gli uomini non riescono a intuirlo.
Ma, parafrasando la famosa canzone, è difficile spiegare…tanto ci potrete trovare qui, sempre qui, accanto a voi a cercarvi disperatamente per tutta una vita e a desiderare di rimanere con voi sempre e comunque.

La Casa della Speranza: l’avventura continua

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raggi di speranzaLa mattina di tre anni fa accesi il telefonino. Mi avevano cercato. Da Catania. Da Acireale. Sapevo già cosa volevano dirmi. Rimasi ferma per un lunghissimo attimo.
Mi ritorna alla mente l’immagine di me stessa  immobile col cellulare in mano, nella vecchia casa.
Mi voltai e dissi: devo tornare in Sicilia.

C’ero stata qualche settimana prima e lei lo sapeva che quella volta sarebbe stata l’ultima occasione per abbracciarci come non avevamo mai fatto in tanti anni di amicizia. E mi strinse con la sua debole forza.
Io le dissi senza crederci: ci vedremo ancora. E lei si limitò a sorridermi.
Ora, quando penso a Viviana, mi vengono in mente solo i nostri viaggi insieme, l’Erasmus e le lunghe conversazioni telefoniche.
Dei mesi della malattia non ricordo immagini, ma solo parole, sensazioni e il fremito del suo respiro. E poi tante risate. Le risate soffocavano in qualche modo la sofferenza di chi sarebbe rimasto e forse, chissà, attenuava i dolori che ogni giorno puntualmente ricordavano a Viviana che ciò che stava finendo stava in realtà generando altro.
Oggi parte di “quell’altro” è la realtà concreta della Casa della Speranza, un’opera a favore degli ultimi che Viviana ha voluto con tutta se stessa e che i suoi genitori, gli amici e i volontari dell’Associazione Viviana Lisi stanno portando avanti con devozione e grande entusiasmo.

La Casa della Speranza “Viviana Lisi” si trova in Corso Europa Riposto (Ct)

Per informazioni, donazioni o semplicemente per acquistare il libro Raggi di Speranza potete scrivere a:

associazionevivianalisi@yahoo.it

casasperanza.vivianalisi@yahoo.it

info: 339 8424118

A single man

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a single manSono andata a vedere questo film perché non avevo niente di meglio da fare quel pomeriggio in cui, passeggiando per il centro di Roma, dissi: “Dai, entriamo?”
Neanche nel lontano tempo della prorompente adolescenza sceglievo un film per la presenza di un attore, e invece, ora, mano nella mano del mio adorabile marito, ho optato per A single man esclusivamente per la passione smodata e setosamente carnale che provo nei confronti di quel bell’uomo di Colin Firth. (Già dai tempi di Bridget Jones, ma non ditelo in giro, ho una reputazione da cautelare.)

Ed è proprio per tale ragione che mi rallegro della Coppa Volpi che gli è stata attribuita alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia, purtuttavia non riesco a farmene una ragione.
Come hai potuto, Colin, lasciare che ti dirigessero in tal maniera,  alterando totalmente la credibilità di un bellissimo personaggio, quale è il professor George Falconer?
Non  sottostimare il tuo pubblico: esso non ha bisogno di essere imboccato con messinscene didascaliche e ridondanti. Il tuo pubblico sa che il pane tirato fuori dal freezer è surgelato, non hai anche bisogno di sbatterlo violentemente contro il tavolo per farci udire la sua consistenza!!!
Una recitazione che simula la presenza di un bastone impiantato su per il condotto anale non rende il garbo, il manierismo (seppur ossessivo), la meticolosità e la maniacalità di un personaggio così elegante e raffinato.
La ricerca spasmodica dell’estetica ha reso i personaggi, l’ambientazione e la storia freddi e banali, a tratti noiosi.
La bellezza che ritroviamo più volte nelle parole e nei pensieri di George (quando per esempio invita i suoi studenti a coglierla nel presente),  l’avremmo voluta vedere in immagini autentiche e sincere, cariche di quella potenza narrativa in grado di restituire la naturalezza della dimensione umana.
La bellezza in questa pellicola, invece, rimane imprigionata nella sua stessa forma, nella gabbia stilistico/manieristica in cui è stata ossessivamente ricacciata: la bellezza soffre di afasia e nessuno riesce a sentire il suo urlo soffocato.
E tale soffocamento è ben descritto nel re dei tòpoi: l’uomo che volteggia negli abissi, l’acqua che soffoca e che purifica, e, dulcis in fundo, il bacio della morte.

L’estetica, questa volta, ha ucciso la bellezza!

Universi artistici al Palazzo delle Esposizioni di Roma

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Calder_GlassFish_1955 (1)Il più bel regalo che ho ricevuto quest’anno per Natale è stata la MyPdE Card, l’abbonamento individuale che permette di accedere gratuitamente per un anno a tutte le iniziative culturali del Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale.

E così capita di scoprire artisti e retrospettive per le quali difficilmente avresti investito tempo e denaro, un po’ per pigrizia, un po’ per ignoranza…

Io, per esempio, ignoravo chi fosse Alexander Calder.

Il Palazzo delle Esposizioni ospita fino al 14 febbraio la mostra di Alexander Calder (1898-1976), artista americano che ha attraversato l’arte cinetica proponendo forme d’arte dinamica nelle sue sculture. Sono nati così i mobiles sculture mobili sospese nell’aria o anche semplicemente piantate per terra che restituiscono l’idea dello spazio, del movimento, del vento che le solletica lasciandole oscillare infinitamente.

Non hanno significato queste forme, sono e basta, esistono perché sono belle, non hanno alcun messaggio intrinseco da comunicare se non il puro piacere di fluttuare nell’aria, dell’essere forme interattive e in equilibrio nell’universo circostante.

E svela l’universo e le sue mutevoli forme la rassegna Astri e particelle. Le parole dell’Universo sempre negli spazi del Palazzo delle Esposizioni. La mostra racconta i grandi esperimenti e i grandi uomini e le grandi donne che compiono studi sugli straordinari fenomeni che riguardano i misteri del cosmo e nell’umanità.

La linea che divide la scienza e la spiritualità è sempre più sottile!

Il sito  www.astrieparticelle.it offre la possibilità di immergersi nella mostra attraverso un suggestivo tour guidato che vi consiglio vivamente.

Senza salvagente!

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salvagente2009, ovvero l’anno dell’attesa.

2010: cambiando le ultime due cifre potrà mai accadere una chissà quale congiuntura astrologica/esistenziale/ormonale tale da provocare la tanto fatidica svolta?

Qui si galleggia da troppo tempo ormai e si nuota a fatica, ci si stanca e ogni tanto si fa il morto per farsi trasportare dalle onde.

Quando il mare è in tempesta si rischia di annegare e quando  in mare c’è calma piatta si rischia di annegare lo stesso.

Nel 2010 lascerò il salvagente in spiaggia! Ma prima allenerò ben bene i dorsali!

A serious man

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a seroius manIncertezza.
Suggerisce già il prologo ed è il sapore del finale di questo film troppo personale e troppo ostico per chi come me, non ha una sensibilità ebraica da poter cogliere certe raffinatezze stilistiche e culturali di cui è disseminato il film.

E mi dispiace non poco aver mancato l’occasione di poter godere di questo piccolo quadretto stilistico in cui un uomo comune, che vive esperienze di vita comune, si sente messo alla prova da Dio e cerca conforto proprio nelle istituzioni che quello stesso Dio rappresentano.

In altre parole è la semplice messa in scena del principio di indeterminazione e della ricerca di un equilibrio attraverso le strutture sociali della comunità ebraica dell’America del Mid West degli anni ‘60.
Un professore di fisica viene lasciato dalla moglie per un Serious Man, che non diventa un suo rivale, ma un modello di rettitudine a cui potersi ispirare.
Ha il peso di un fratello disoccupato e depresso, dedito al gioco d’azzardo, ha due figli totalmente disinteressati a lui e una vicina seduttrice. In più, un suo allievo lo ricatta e vive l’ansia per la speranza di un’ imminente promozione.

La narrazione di questo ritratto però, dipinto con dei colori troppo angoscianti e opprimenti, arriva zoppicando e parla una lingua a me incomprensibile, troppo lenta e faticosa, suscitandomi lunghi momenti di noia e tristezza.

La religione non conforta, la famiglia nemmeno, la pellicola segue il suo cammino centripeto ruotando vorticosamente intorno a se stessa senza arrivare a nulla, perché non vuole arrivare a nulla. Allora mi chiedo, perché raccontarlo?

Ho provato a bussare alla porta, i fratelli Coen mi hanno aperto, ma non sono riuscita a varcare la soglia, come se una forza mi avesse impedito di entrare.
Pertanto, sospendo il giudizio, forse troverò un’illuminazione tra questi versi:

When the truth is found to be lies
You know the joy within you dies
Don’t you want somebody to love ?
Don’t you need somebody to love ?
Wouldn’t you love somebody to love ?
You better find someone to love…

(Somebody to love – Jefferson Airplane 1967)