Funny Games

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funny-games.jpgNon vorrei spendere molte parole per Funny Games perchè è un film che non ha, a mio avviso, alcuna validità artistica.
I due damerini di bianco vestiti non suscitano alcun fascino e alcuna inquietudine, sono scontati, noiosi, al limite del ridicolo e talvolta grotteschi.
Il tentativo di critica della società borghese fallisce sin dal principio, dal momento in cui, di questa società, non ci racconta nulla se non alcuni dettagli di forma (la bella casa di villeggiatura, la barca…) troppo scontati. La violenza fine a se stessa è mal raccontata e, alla domanda perchè ci fate questo, non mi accontenta la risposta perchè no?. O meglio lo farebbe, se le immagini o i dialoghi mi dessero l’occasione di cogliere lentamente la costruzione di un complesso e cinico funny game.
L’attribuzione di senso alle azioni dei personaggi è il punto di forza della riuscita di una bella storia, ecco perchè non tutte le storie vale la pena che siano raccontate. Il discriminante artistico sta nell’espressionismo delle immagini e delle parole. Qui non accade. E si scade nel grottesco sterile. Una regia minimalista (che può anche avere il suo fascino) per una storia mal raccontata che non comunica nè violenza nè sadismo (e non perchè non me li faccia vedere, questo al contrario, è un merito del film) ma perchè totalmente privo di tensione emotiva e narrativa nella costruzione della suspense e nella quasi totale assenza di colpi di scena. Non mi riferisco a una chiassosa ed eclatante messa in scena, ma ad un raffinato e prepotente racconto di tortura e sopraffazione psicologica e fisica.
Il gioco filosofico sul rapporto tra finzione e realtà che si rivela nel momento in cui uno dei due damerini si rivolge direttamente al pubblico o quando riporta il tempo indietro col telecomando, si esaurisce in un banale dialogo tra i due in una delle scene finali.

Funny Games è un gioco a cui ho voluto partecipare, ma non mi sono divertita.

Il Divo

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il-divo.jpgMi ci è voluto del tempo, dei giorni. Solo adesso posso affermare con certezza che l’ultimo film di Paolo Sorrentino, Il Divo mi è piaciuto. Ma anche se a tale conclusione non fossi giunta, sono sempre stata dell’opinione che siamo di fronte a una pellicola di elevata qualità.
Se non riuscite a parlar bene di una persona, non parlatene…. È l’iscrizione che apre il sipario alla messa in scena, quasi a metterci in guardia dall’esprimere alcun giudizio di valore in merito all’uomo che stiamo per conoscere attrverso la rappresentazione curata e raffinata che scorre lentamente davanti ai nostri occhi.
Sin dalle prime immagini si apre una dimensione altra, tenebrosa, è la scena in cui si muove la figura mefistofelica di Andreotti, ritratto nell’intimo del suo dolore, l’emicrania cronica che lo corrode da sempre (e in questo va tutta la mia solidarietà). È la dimensione privata dell’uomo, del marito che stringe la mano alla moglie seduto davanti alla tv ad ascoltare le note di Renato Zero e dei Migliori anni della nostra vita.
Ma poi entra con impeto la storia: una carrellata d’impatto veloce degli omicidi che scalfiscono la storia d’Italia, immagini oblique e taglienti e musica sparata con la stessa violenza che suscitano i ricordi più inquietanti della nostra epoca.
Il momento in cui il racconto documentario si fonde nell’immaginario passa inosservato. Tutto è rappresentato con uno stile visionario, amplificato magistralmente dall’ottima interpretazione dei personaggi al limite del grottesco e caricaturale. La farsa, il burlesque, innovazioni visive dettate da una regia moderna, dinamica che non si parla addosso ma che sa essere misurata e appropriata in ogni momento e illumina con tagli di luce espressionistici più che mai, che raggiungono il loro apice nel bianco esasperante nella scena del bacio con Totò Riina.
Dalla velocità delle immagini che danzano a ritmo di un rock graffiante, si passa senza stonature, alla lentezza lugubre di quella figura “sgorbieggiante” che si aggira scivolando tra i corridoi dei palazzi della politica, senza disdegnare i solotti festosi.
Grandiosi i primi 40 minuti, lento e a tratti noisoso, ahimè, nella seconda parte.
Memorabile l’entrata in scena dei Reservoir Dogs della “Corrente Andreottina”: Cirino Pomicino, Evangelisti, Ciarrapico, Sbardella, Lima e il Cardinale Angelini.
Ed è solo una parte della storia di Andreotti, dall’aprile del 1992 alla vigilia del processo di Palermo, ma pendono come macigni sull’orlo di un burrone, la strage di Capaci, il delitto Moro, la bancarotta del Banco Ambrosiano, l’omicidio Pecorelli, le confessioni dei pentiti.
Il Divo non viene mai messo direttamente alla sbarra, c’è la narrazione degli eventi che hanno caratterizzato l’Italia degli scandali, della corruzione, dei delitti sociali, in nome della ragion di stato. È proprio in nome di quella massima machiavelliana per cui il fine giustifica i mezzi, il Divo Giulio si assume la responsabilità della “pratica del Male che è servita a preservare, difendere, promuovere il Bene”. In fondo il Male è connaturato nell’uomo, siamo tutti peccatori, quale meraviglia di fronte a così fatto sarcasmo, cinismo, spregiudicatezza, “autogiustificazionismo”, quale stupore di fronte alla pratica di quel Potere che logora chi non ce l’ha?

Il Divo Giulio, la Sfinge, il Gobbo, La Volpe, il Papa nero, Belzebù. Più volte oggetto di satira, più o meno raffinata, dalla quale risulta comunque difficile differenziarsi, in quanto facente parte attiva da più di mezzo secolo dell’immaginario collettivo del nostro Paese, ne scaturisce, del politico, la parte che paradiossalmente definirei più umana nella sua dimensione enigmatica, mefistofelica e a tratti arrendeista a un destino ineluttabile, come fosse investito di una responsabilità divina nel portare avanti il programma per il Bene della collettività. Una personalità doppia, il Diavolo e l’Acqua Santa che trovano nel Divo il canale unico di un dialogo vivace e attivo per cui l’uno giustifica l’altra in nome del Bene Supremo, che è il Bene dell’uno e dell’altra. Ecco perchè, a differenza dell’odiato/amato mito De Gasperi che trascorreva le ore in preghiera diretta con Dio, Giulio ama conversare con i preti, perchè i preti votano, Dio no.
L’interpretazione di Servillo e il tentativo di somiglianza realiastica risulta riuscito nell’uso sapiente della voce e dei movimenti lenti e impalpabili, prima su tutte la camminata scivolosa. Ma risulta artificiosa la maschera che inficia la credibilità del personaggio.
Si può essere maschera senza indossare una maschera.
Toni Servillo non assomiglia per niente ad Andreotti, ma che importa? Non è sufficiente indossare una gobba e incurvare le orecchie per essere Andreotti, a uno come Servillo sarebbe bastato camminare, muoversi e parlare come Andreotti.
La prodigiosa messa in scena de Il Divo è la dimostrazione di come si possa ironizzare sulla politica, sfociando nel grottesco mantendendo la classe e la finezza intellettuale che Sorrentino ha dimostrato di saper fare.
Il Divo è un film che in fondo non aggiunge nulla a ciò che già si sa e non scoperchia alcuna verità. Si limita a mostrare quadri di fatti ed eventi della nostra storia che in qualche modo hanno visto Andreotti protagonista e dai quali è sempre riuscito a uscirne pulito davanti alla Giustizia e davanti agli occhi degli italiani che, come d’impeto rumoreggiano, replicano, protestano e si lamentano, così altrettanto velocemente dimenticano.

Colpo d’occhio

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L’artista, il critico e la fanciulla… sono gli ingredienti di questa pellicola variopinta che spazia dal rosa, al nero, al giallo. E nuota affannosamente nel mare dei generi, si aggrappa di tanto in tanto a scogli scivolosi e melensi e il naufragar è piuttosto noioso in questo mare di melassa artefatta. La storia, per quanto stereotipata, avrebbe potuto offrire spunti per una trama intricata, avvinghiata a suspense e colpi di scena che però latitano in tutto il film, lasciandoci accasciati in poltrona ad aspettare che accada finalmente qualcosa. E nel frattempo siamo costretti a sorbirci i pianti e le lagne della bella fanciulla, che, con gestualità da teatrante dilettante, recita sopra le righe restituendoci un’ansia sfibrante del tutto stonata con lo stile del film. E così anche l’artista fascinoso, il cui sguardo afflitto non comunica alcuna introspezione né dramma interiore ed è facile, pertanto manovrarlo. Vien da sé che il piano mefistofelico del critico, superficiale e mal presentato, arriva senza impatto emotivo e risulta, così, poco credibile. Anche perché l’artista non ci pensa due volte a vendere l’anima al diavolo calpestando con crudele cinismo l’amicizia dell’amico Claudio (il bravo e bello Flavio Parenti) il cui destino da cui l’artista rifugge, lo inseguirà nel tragico finale.
I personaggi piatti, superficiali e prevedibili, compreso il ben recitato ruolo di Lulli, dall’espressività maligna, ma a tratti melliflua e leziosa, mancano di quell’ambiguità e quelle zone d’ombra che guidano l’intreccio dei noir meglio riusciti.
Il triangolo amoroso è attraversato da una blanda perversione priva di sfaccettature, accompagnata da un ritmo incostante che si estrinseca, dopo un inizio saccente e pedante che richiama le migliori soap opera italiane (e io ne capisco qualcosa…), in situazioni prevedibili ed esasperate.
Manca la forza narrativa delle immagini, alcuni dialoghi ben costruiti (la scena del ristorante su tutte) non bastano. E ci annoiamo tra artifizi narrativi e simbologie (la collana incarnazione delle sciagure infantili della fanciulla, l’anfiteatro…) scialbe e insulse che trionfano nel finale che tenta di evocare l’intensità drammatica delle tragedie greche, ma restituisce invece un effetto grottesco e ridicolo.
Tuttavia qualcosa mi è piaciuto, la chiave di tutto il film, colui che con la sua silente e ingombrante presenza adornata da una superba mimica facciale, incarna le angosce dell’artista e lo muovono nelle sue azioni estreme: il personaggio di Righi ottimamente interpretato da Emanuele Salce.

Ma ahimè, non basta e si torna a casa con 7 euro in meno e mal spesi e con la triste consapevolezza di quanto l’arte e la bellezza siano entità relative ai giochi di potere e interessi che allontano l’arte da se stessa. Ma infondo questa riflessione col film non c’entra niente…

Caos Calmo

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caoscalmord2.jpgNon da tutti i libri si possono trarre film. Caos calmo di Sandro Veronesi è uno di quelli.
L’aver letto il libro mi ha sicuramente impedito di apprezzare le presunte raffinatezze di questo lungometraggio, pertanto sospenderei il giudizio. Tuttavia, essendo ciò che scrivo non professionali recensioni, ma spontanee impressioni, affermo con decisione che il film non mi è piaciuto.
Dopo la morte improvvisa della moglie, Pietro decide di fermarsi, e lo fa davanti alla scuola di sua figlia, muovendosi tutto il giorno nel parco e mentre aspetta, quasi spera che il dolore riempia il vuoto emotivo di cui è vittima insieme alla sua bambina. Ma il dolore non arriva. E intanto, tutto quel mondo che vuole evitare, lo perseguita insinuandosi nel suo microcosmo alternativo che ruota attorno a una panchina, nuova prospettiva da cui rivede il passato e si apre al presente.
La lunga attesa del dolore è il tema, il cuore della storia, ma il film non riesce assolutamente a farlo rivivere se non nella scena più brutta del pianto improvviso e stonato di Moretti.
Tutto accade nell’intimo del protagonista, di cui il film mostra solo la superficie impedendo a noi spettatori di cogliere la bellezza emotiva che solo la scrittura in generale e quella di Veronesi in particolare riesce a evocare. Ma almeno ci hanno risparmiato una scontata e banale voce fuori campo descrittiva.
Ma come si può rendere in immagini cotanta introspezione? Lo scarto tra immagine e parola in questa storia è palpabile, condannando il film alla privazione del necessario espressionismo visuale che possa restituire la potenza della parola scritta.
Moretti riesce a interpretare l’insolita calma interiore attraverso una recitazione calma e misurata, ma le battute morettiane che “rendono omaggio” al suo stesso ego (quella sul cinema italiano da aiutare e la filippica sulla pasta coi broccoli) risultano ridicole e fuori luogo e stridono con la tensione emotiva del film. Mi sarei aspettata che da un momento all’altro mostrasse la sua abile ars predicatoria cinica e incalzante.
Moretti fai Moretti, che ti esce bene, ma solo nei tuoi film!
Per non parlare della figlia sapiente che dispensa consigli da perfetta nonnina della pubblicità.
E riguardo alla chiacchierata scena di sesso? Non potevo certo non dire la mia: tale scena altro non è che una trovata pubblicitaria (You Tube docet) priva di potenza espressiva, che pare appiccicata lì, tanto per dare un ritmo allo scorrere del tempo narrativo che rasenta la noia. Il sesso nel librò c’è ed è raccontato con stile appropriato al significato della scena. Mostrata così esplicitamente e all’improvviso, senza mostrare l’evolversi del rapporto tra i due, in quel tipo di film risulta semplicemente gratuita e fuori sincronia. I personaggi si usano per liberarsi indipendentemente da qualcosa. Questo non si evince assolutamente dal film. E poi, visto che di immagini si parla, sfido chiunque a provare un minimo di eccitazione davanti a quel coito!
Ah, quanto mi sono mancate le canzoni dei Radiohead, la bellezza dei personaggi secondari, Silvio Orlando su tutti…E poi perché Roma? A Roma è quasi normale crearsi un ambiente “amico” attorno a una panchina. A Milano mettere in piedi uno spazio privato in uno luogo pubblico ha più il sapore della conquista e del faticoso confronto che porta alla riappropriazione di sé.
Conclusione: questo film è freddo e impersonale, un attentato al cuore del libro. Ma io non voglio esserne complice, pertanto vi supplico: non andate al cinema, correte in libreria!

Persepolis

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persepolis.jpgL’altro giorno ho avuto la fortuna di assistere all’anteprima del meraviglioso film d’animazione Persepolis.
Tratto dalla graphic novel di Marjane Satrapi, il film racconta le vicende dell’Iran, dalla cacciata dello scià alla rivoluzione islamica, passando per la guerra contro l’Iraq, attraverso lo sguardo grintoso della piccola Marjane. Ma è anche la storia di una bambina dal forte temperamento ribelle cresciuta in una famiglia di eroi e oppositori del regime, che hanno scelto la morte in nome della libertà. I suoi genitori, idealisti e militanti, desiderano per lei un futuro migliore e la mandano a studiare a Vienna. Ma dall’Europa Marjane fuggirà lasciandosi alle spalle pregiudizi, paure e la sua stessa incapacità di reagire a una forte delusione d’amore che la indebolirà nel fisico e nell’anima. Marjane è islamica e iraniana, ma è come tutti noi, ha gli stessi palpiti d’amore e desidera la felicità al punto tale da rinunciare alla libertà per tornare al suo paese sottomesso al regime dittatoriale dei pāsdāran. Marjane non è un’eroina e non cambierà la realtà che la circonda, ma attraverserà tra debolezze, cadute e risalite il suo percorso esistenziale, grazie anche alla nonna, sua guida spirituale, forte, tenace e dalla sensibilità sopraffina, l’unica in grado di pungolare la coscienza dell’inquieta Marjane.
Una storia commovente e coinvolgente che non ci risparmia la giusta dose di humor, tra piccole e divertenti trovate comiche e situazioni eccentriche e bizzarre, restituendoci una godibilità e una leggerezza nonostante la tensione e la gravità degli eventi che scorrono intorno alla protagonista.
Il segno della matita netto ed essenziale e l’uso del bianco e nero riescono comunque a tratteggiare situazioni complesse al pari del vecchio cinema espressionista tedesco, che pare essere rievocato nelle sfumature del carboncino, tra momenti di luce e momenti di oscurità. Quando c’è una storia dai forti contenuti, la sua potenza comunicativa non ha bisogno di effetti speciali. La sua specialità risiede proprio nella forza degli eventi e dei personaggi.
Donne determinate e intelligenti, islamici idealisti e combattenti per la libertà, suore cattoliche malvagie e bigotte, dialoghi immaginari di una bambina con Dio e Marx, ricerca dell’ identità attraverso gioie e sofferenze umane, fanno di Persepolis un’opera d’arte universale che colpisce la sensibilità di tutti, occidentali e non, a dimostrazione che usi, costumi e tradizioni di un popolo ne costituiscono sì la propria identità, ma se oscurati dall’integralismo, diventano rigide sovrastrutture che cancellano la comunione dell’identità universale che affratella l’umanità tutta.

Sogni e delitti

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sogni_e_delitti.jpgChe delusione! Non vorrei sprecare molte parole in inutili descrizioni di questo film dalla trama talmente secca, sterile e asciutta da lasciare l’amaro in bocca.  Lontana anni luce dalla magistrale costruzione dell’intreccio coinvolgente e ad alta tensione di Match Point, ci ritroviamo impassibili e assonnati spettatori, vittime delle azioni dei due fratelli interpretati da un discreto Ewan McGregor e un inebetito Colin Farrel.

Complimenti a chi ha montato il trailer che lascia presagire chissà quale gioco perverso e vizioso dettato dalla figura di donna che sembra rimasta in panne per strada per un oscuro disegno criminoso. E invece no, la suddetta donna che dovrebbe dare la spinta al desiderio di riscatto sociale di Ian, non fa altro che riempire le inquadrature costruite secondo i più elementari criteri di linguaggio cinematografico.
La presunta scelta registica, poi, di non mostrare le scene chiave per lo sviluppo della storia non conferiscono alcuna virtù a uno stile noioso, monotono e superficiale.
Basta! Ho detto fin troppo!

Across the Universe

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across-the-universe.jpgPremessa: non ho mai particolarmente amato i musical, a parte Il mago di Oz, ma la ragione risiede nella mia passione viscerale per le scarpette rosse e sbrilluccicose di Dorothy.
Across the Universe è il musical più avvolgente, denso e delizioso che abbia mai visto.
Senza troppi giri di parole, un capolavoro.
Una storia semplice che nasce a Liverpool, città natale dei Beatles, e cresce nel Village di New York dove giunge Jude alla ricerca dell’amore di un padre che non ha mai conosciuto. Troverà invece l’amore di Lucy e l’amore appassionato della gioventù americana degli anni sessanta per la Libertà.
La liriche dei Fab Four, rivisitate secondo una melodia universale, senza alterarne la natura primordiale, raccontano i protagonisti, i loro entusiasmi, le loro passioni e paure, in questo viaggio intenso e a momenti doloroso, nella cultura creativa e psichedelica di quegli anni. Sono personaggi reali immersi nel momento storico delle marce per la pace, per la libertà e per il libero amore. Ma questa grande utopia, come purtroppo la storia ci ha insegnato, ha perso il suo fascino nella reiterazione continua di egoismi, lotte per il potere, guerre, guerre e guerre.
Una storia semplice, un amore contrastato, uno sfondo sociale che cambia insieme ai personaggi, una lotta continua e il trionfo degli amanti. Il tutto mostrato con un tocco d’artista originale, emozionante, innovativo, fresco e attuale. Moderni green screen, uso raffinato del digitale, pennellate di colori saturi e traboccanti e infine balletti divinamente coreografati dal sublime Daniel Erzalow, fanno di questo film un’opera d’arte a 360 gradi che resituisce un pathos e un coinvolgimento che inebria i sensi, tutti.

Lars e una ragazza tutta sua

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larseunaragazzatuttasua.jpgLars è timido, schivo, ha paura della gente. Lars evita tutti, anche chi gli vuole bene, come suo fratello e sua congnata. Lars, ha un lavoro, ma non comunica con nessuno. Lars si autoesclude e vive solo in un garage. Lars è amato dalla sua comunità, ma Lars ha anche tanta voglia di amare. E così questo amore lo cerca e gli dà vita attraverso le forme di Bianca. Ma Bianca è una bambola, una realdoll, di quelle al silicone, di quelle con cui gli uomini sessualmente frustrati possono farci tutto ciò che vogliono, tanto queste bambole non parlano. Ma Bianca è diversa e comunica molto più di quanto avrebbe mai potuto fare anche la migliore delle donne.
“Lars e una ragazza tutta sua” è la storia di un disagio mentale che ha origine nell’infanzia di Lars, ma questo infondo non importa. Importante è l’amore della comunità che aiuta Lars nel suo cammino interiore. Ed ecco che la realtà alterata di Lars diventa la realtà di tutti e Bianca è amata e richiesta da tutti, tanto che dovrà persino crearsi un’agenda per organizzare tutte le attività che la piccola comunità di un piccolo paesino del Wisconsin le offre.
Tra piccole gag, episodi divertenti e un filo conduttore dolce, amaro e delicato, la storia scorre piacevolmente con la giusta leggerezza nei dialoghi e con quei piccoli ma significativi gesti dei personaggi che evocano perfettamente ogni sfumatura della loro emotività.
La sceneggiatura, forse in alcuni momenti poco fluida, gode di una grande virtù, quella di non avere insistito sull’analisi del disagio, evitando psicologismi e presunte teorie sui disordini mentali, tuttavia, restituisce un godibile approccio intimista a una storia difficlie e forse al limite del surreale. Ma poco importa se si esce dal cinema con la speranza che tutto questo possa essere realmente accaduto.

Caramel

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caramel.jpgZucchero, limone e acqua. Portate il tutto in ebollizione e mescolate finchè il composto non raggiunge la colorazione bruna tipica del caramello. Dolcissimo, ma assaporate con attenzione, brucia!
Così come bruciano le passioni delle donne di Beirut in questo film dalle tinte calde e accoglienti. Nella prima mezz’ora sembra non accada nulla, ma in realtà senza accorgertene ti ritrovi seduta nel salone di bellezza in attesa di una stravagante messa in piega fatta ad arte dalle sapienti mani di Nadine Labaki, che però sul più bello ti abbandonerà davanti allo specchio per inseguire il sogno che si è appena annunciato col clacson di un’auto. Ma ci saranno le sue amiche e colleghe a consolarti e porteranno a termine il lavoro incompiuto. E ti accorgerai che quella sedia è comoda e accogliente e ti lascerai cullare dalle musiche di Mouzanar mentre Nisrine, Rima, Jamale e Rose ti confideranno i loro segreti e i loro tabù. Non importa che siano essi cattolici o musulmani, sono pur sempre le frustrazioni di una sensualità repressa, ma inevitabilmente dirompente. E le femmine danzano con i loro sentimenti forti e appassionanti e lottano con i limiti imposti dalla cultura di un paese affaticato che a stento tenta di raggiungere la modernità. Ma sarà una lotta persa quella con i limiti che alcune impongono a se stesse, come la rinuncia all’amore e il patologico attaccamento alla gioventù che fugge. Tra lacrime e sorrisi, senza mai arrendersi le donne libanesi non urlano i loro diritti, ma difendono coi denti ciò che hanno conquistato e trovano soluzioni ai problemi quotidiani forti di un’arma imbattibile: la complicità delle donne.

Leoni per Agnelli

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leoniperagnelli.jpgQuest’anno è stato davvero difficile trovare il film di Natale adatto a me e ai miei genitori e così, dietro suggerimento di mio padre (a.k.a. Il Nonno) siamo andati a vedere Leoni per Agnelli…che però è piaciuto solo a me e a mia madre.
Non è un capolavoro, nè tanto meno un forte film di denuncia, e non racconta di più di quanto già non si sappia, ma mostra, attraverso uno sguardo discreto e moderato, quanto la guerra in Afghanistan (e con essa tutte le guerre) riguardi profondamente le vite dei singoli e la successiva costruzione di una coscienza critica comune. Davanti a un’America e forse anche un’Europa ormai assefuatte dalla visione della violenza bellica, le parole del Professor Malley al suo giovane allievo sono un tentativo maieutico di risvegliare il senso di partecipazione (qualunque forma esso possa assumere) alla causa comune, alla costruzione di un destino personale che coinvolge comunque la collettività. “Libertà è partecipazione”, no?
Nell’altro piano narrativo del film, nella stanza del potere, parole, foto e simboli raccontano la storia di una precisa strategia che ha portato solo al fallimento e viene sbandierata la nascita di un’ ulteriore teoria bellica che però rivelerà nel finale del film (ma già la Storia parla da sé) la disillusione della vittoria. Nel dialogo, magistralmente scritto, tra un senatore assetato di vittoria a qualunque costo e una giornalista sdegnata e confusa, si delinea il cinico e perverso delirio di onnipotenza del potere americano che manda al massacro, manovrandoli come esche strategiche, i giovani soldati costretti, paradossalmente, ad arruolarsi per sopravvivere.
Anche la morte è una delle conseguenze possibili della presa di posizione nei confronti della guerra e lo si vede, seppur in maniera un po’ retorica, anche nel finale del film, che lascia comunque un senso di sgomento e smarrimento che, a mio avviso, lentamente si insinua nello spettatore fino a concretizzarsi in un’opinione precisa e delieata…qualunque essa sia.