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Il padre e lo straniero

Diego è un padre ingabbiato nell’incapacità di relazionarsi con l’handicap del figlio.
Walid invece, ama il proprio figlio incondizionatamente.

Si incontrano, apparentemente per caso, nel giardino dell’istituto di riabilitazione dei loro bambini e dalla loro diversità nasce un’amicizia forte che si rinsalda nella difficoltà di una quotidianità che inizia melensa, supera i confini della retorica più scialba, e prende la forma di un ridicolo intrigo internazionale.

Il padre e lo straniero è un film deprecabile, soprattutto per la sua presunzione nel volersi ammantare di un’aura intellettuale, mistica e autoriale. E tale pretesa risulta ancora più indecorosa di fronte al mare di difficoltà nel quale, a stento, il cinema italiano di qualità riesce a tenersi a galla.

I personaggi, in equilibrio precario su una trama mal tessuta e messa in scena per immagini accatastate, seguono faticosamente un registro drammaturgico incerto e, in punta di piedi, precipitano in improvvisi e incomprensibili punti di svolta emotivi. Perdono via via credibilità e ci restituiscono un’ambientazione fittizia e sgangherata in cui ormai nulla ha più senso e tutto risulta così artefatto da restituire una sensazione di sgradevolezza allo spettatore, tradito dalla potenziale buona premessa di racconto.

Il Bene e il Male si confondono nella narrazione grossolana e nei dialoghi descrittivi e disarmanti e macchiano di mediocrità la potenza espressiva, filosofica ed esistenziale delle parole del saggio Walid.

Non c’è amore per le immagini, né tanto meno per le  parole, ma solo quella irritante sensazione di una bella storia soffocata da un’indisponente presunzione poetica.