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Basilicata coast to coast

Lui, il DVD, è arrivato puntuale e mi ha atteso pazientemente per giorni. E aveva forse ormai perso le speranze quando, d’improvviso, l’altra sera ho spento le luci, acceso il proiettore e sono sprofondata comodamente sul divano pronta per il lungo viaggio verso la Basilicata coast to coast.

“Ba Ba Basilicata, tu che ne sai, l’hai vista mai?” canta Rocco Papaleo nel finale di questa storia ambientata nella regione il cui accento “non si capisce nemmeno che meridione è”, quel meridione dimenticato da Dio che rappresenta una realtà a sé, incompresa e imprigionata nell’ingannevole immagine di terra anonima, arida e impersonale, tanto da metterne in dubbio persino la sua esistenza.

Ma “la Basilicata esiste. E’ un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi. Io credo nella Basilicata!”

E che Papaleo ci creda lo si capisce bene da tutte le bellissime immagini che ci ha regalato della sua terra.
Sì, è un esplicito spottone alla Basilicata, sostenuto economicamente dalla Regione che ha tutto l’interesse nel liberare se stessa dal complesso di invisibilità a cui l’ ha recentemente condannata l’ascesa turistica di Puglia, Sicilia e Calabria.

In questa strategia produttiva non ci vedo nulla di male, ma anzi ben vengano racconti per immagini che valorizzano la natura e la cultura della nostra Italia.

Ma questa bella storia, dall’inizio divertente e ritmato, disattende le aspettative e stenta a prendere il volo a causa di una sceneggiatura piena di potenzialità inespresse.
L’
urgenza emotiva che spinge i nostri eroi a intraprendere un viaggio a piedi dalla costa tirrenica a quella ionica per partecipare al Festival di Scanzano, è vagamente accennata, così come il loro percorso interiore risulta a volte scontato e prevedibile.

L’intreccio cade in piedi nel finale e riacquista dignità nell’ ultima scena, un momento inaspettato che lascia un sorriso al tempo stesso amaro e consolatorio.

I personaggi, amabili e onesti, interpretati da ottimi attori, si raccontano poco e, quando lo fanno, lo fanno attraverso lo spiegone affidato a un altro personaggio.

Le tante gag brillanti e i dialoghi arguti e delicati purtroppo non riescono a dare uniformità a uno stile narrativo impacciato e confuso, ma il caldo umorismo e l’ironia beffarda che accompagna i nostri musicanti strampalati ci restituiscono comunque una narrazione suggestiva ricca di poesia.


Aspettando Basilicata coast to coast

Lo inseguo da mesi, da quando vidi per la prima volta il trailer che mi lasciò il sapore di un viaggio scanzonato e divertente.
Ma poi, per una ragione o per un’altra, questo incontro non c’è mai stato e tuttora non so se quelle sensazioni troveranno corrispondenza nelle immagini.

I nostri destini continuano a incrociarsi e questa volta è il film che segue me, mi cerca, vuole presentarsi e regalarsi con una chicca in più.

Domani, 31 agosto, in occasi0ne del lancio del DVD e il Blu-ray di Basilicata Coast to Coast Eagle Pictures ha organizzato un evento a Milano presso il Mondadori Multicenter in P.za Duomo, durante il quale Rocco Papaleo parlerà anche di Post Scriptum, un filmato inedito girato dal regista e contenuto extra del DVD, che racconta curiosità e aneddoti sulla realizzazione del film.

Anche questa volta gli eventi remano contro di noi.
E io purtroppo non potrò esserci! :(

Ma fortunatamente l’intero evento sarà trasmesso in streaming a questo link:  http://www.livestream.com/eaglepictures e chi vorrà potrà interagire con il regista tramite una livechat aperta dalle ore 18.30 alle ore 19.30 o sulla pagina personalizzata Basilicata Coast to Coast http://diretta.eagledvdshop.it

Ma la nostra è una storia d’amore destinata ad avere un lieto fine.

Presto mi arriverà copia del DVD e potrò finalmente raccontarvi di questo road movie italiano che continua a raccogliere premi e riconoscimenti tra i festival e le rassegne cinematografiche e musicali del nostro Paese.

Invictus

I grandi avvenimenti sportivi sono gli unici momenti in cui il mondo sembra fermarsi per perdersi nel sogno della vittoria.
Sta accadendo in questi giorni con la Coppa del Mondo che si sta disputando in Sudafrica e avvenne 15 anni fa proprio nello stesso Paese in occasione dei Mondiali di Rugby che rappresentarono una svolta importante nella storia della Repubblica Sudafricana.
John Carlin lo ha raccontato nel suo romanzo “The Human Factor: Nelson Mandela and the Game that Changed the World“, Clint Eastwood ce l’ho regalato attraverso le immagini del film Invictus con la sopraffina interpretazione di Morgan Freeman (Nelson Mandela) e Matt Damon (François Pienaar).
L’11 febbraio 1990 dopo ventisette anni, centottantanove giorni e 15 ore il leader storico dell’ANC (African National Congress) Nelson Mandela lascia la cella 46664 del carcere di Robben Island.

Quel giorno le aspirazioni della popolazione nera del Sudafrica assunse i colori della speranza, i bianchi (gli Afrikaner) invece, cominciarono ad avere paura.

Un corteo di auto scivola lungo la strada dove i bambini di colore corrono attraverso la loro miseria, si aggrappano alla rete e acclamano a squarciagola Mandela. Nelle inappuntabili casette degli Afrikaner si diffonde il timore per la perdita dei propri privilegi e il terrore della rabbia di quel popolo represso e umiliato da anni di apartheid.
Madiba, titolo onorifico con cui viene rispettosamente chiamato Mandela, dal nome del clan cui appartiene, è pienamente consapevole della tensione sociale in cui affoga il suo Paese, dilaniato dallo sfacelo delle lotte interne per la rivendicazione dei diritti sociali. Il Sudafrica si è tinto dei colori dell’ orrore e della violenza per troppi decenni e il 10 maggio 1994 Mandela “dipinge” il suo governo coi colori dell’unità nazionale: nasce l’era della Rainbow Nation.

Abbiamo bisogno di superare le nostre aspettative per costruire la nostra nazione, abbiamo bisogno dell’ispirazione” racconta Mandela François Pienaar, il capitano della nazionale di rugby, gli Springboks.
E questa ispirazione diventa tangibile non attraverso discorsi ufficiali e complesse strategie politiche, ma offrendo il sogno della vittoria e del trionfo. Gli chiede, in altre parole, di vincere dal Coppa del Mondo.
La squadra, fortemente sostenuta dagli Afrikaner, ma non dai cittadini sudafricani di colore, ha da sempre rappresentato il vessillo dell’odio razziale e per tale ragione era stata bandita dai campi di tutto il mondo. Ma nel 1995 il Sudafrica viene scelto quale paese ospitante i mondiali di rugby.
Per Mandela è l’occasione per regalare alla sua gente l’ebbrezza dell’unità di un popolo sotto la bandiera colorata dello Stato del Sudafrica. Non cancella la natura della squadra cambiandone il colore della maglia o il nome, ma parte proprio dalla sua identità così radicata e le regala la suggestione della vittoria sostenendola apertamente, aprendosi ad essa, tifandola pubblicamente con entusiasmo. Chiede alla squadra di scendere in mezzo alla gente e di farsi amare dalla nazione.
Trasferisce alla squadra la consapevolezza di rappresentare un popolo intero che crede di potercela fare, di poter vincere la propria battaglia e sul campo di rugby e sul campo dei rapporti politico/sociali.
E sarà proprio il Presidente Mandela, con indosso la maglia degli Springboks, a consegnare al capitano Pineaar la Coppa del Mondo davanti agli occhi dei cittadini sudafricani esultanti.
Il rugby ha rappresentato in quel momento che il tifo per un ideale condiviso può trasformare il sogno di unità nazionale in realtà: one Team one Country!

La regia scorrevole, che non si sofferma su scene intimiste e dal forte impatto emotivo, non ha bisogno di retorica e sentimentalismi, nè tantomeno di un taglio agiografico, e riesce a restituire con forza la grandezza di un uomo speciale.
In questa poesia, Invictus, Mandela trovò l’ispirazione per per andare avanti quando il suo unico desiderio era lasciarsi andare nei lunghi anni della prigionia.


Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.



Il prossimo 16 luglio a Madrid si celebrerà il Mandela Day cantando la pace, la libertà e i diritti umani.

Agorà – Ipazia

L’agorà è il luogo di condivisione della conoscenza e nell’agorà la stessa libertà di pensiero viene distrutta dalle lotte fratricide in nome del fondamentalismo religioso.
Lotte che si perdono nella descrizione di una battaglia che racconta la violenza esclusivamente attraverso la messa in scena della violenza, come se fosse questa l’unica via per rappresentare la barbarie e l’involuzione che di lì a poco avrebbe portato a un forte oscurantismo intellettuale intriso di dogmatiche visioni religiose.
Le immagini del film Agorà di Amenábar sono dei quadretti perfettamente sceneggiati attraverso abilità tecniche e produttive, ma sterili e prive di quella dimensione umana che è protagonista assoluta di questa pellicola.

Ipazia, filosofa e astronoma dell’Alessandria d’Egitto del IV secolo, perseguitata dai cristiani perchè donna empia che afferma con orgoglio di credere solo nella ragione nella filosofia, da ideale di amore per la scienza e per la divulgazione di civiltà, diventa ella stessa vittima della scienza che le impedisce di scoprire la parte più intima della sua natura di donna colta e raffinata. Ipazia non trova dentro se stessa lo spazio per la commozione, per la condivisione dei sentimenti e per il suo lato più umano. Ipazia, accecata dall’ossessione per la verità, è immune da ogni passione, come se l’amore mal si coniugasse con le speculazioni scientifiche. Ipazia si perde nei dialoghi elementari e modesti che non evocano alcuna emozione e che non suggeriscono una logicità al racconto di un tema, lasciandoti l’amaro in bocca per la mancata occasione. Ipazia muore per i suoi ideali, ma viene sacrificata per la sete di vendetta di Cirillo nei confronti di Oreste. A far da protagonista alle vicende sembra essere più l’amore di Oreste che una profonda riflessione tra scienza e fede. Ci si perde nella messa in scena, le riprese virtuosistiche si raccontano a se stesse dimenticandosi del confronto e della riflessione filosofica sulla laicità del pensiero.
Le inquadrature dall’alto e i campi lunghissimi ridondanti rivelano un film sconnesso privo di fluidità e di corposità. Non emoziona, non commuove e non rende giustizia alla donna di scienza che fu Ipazia.

UPDATE:  Scambiarsi opinioni in rete è un valore aggiunto alla riflessione al quale non potrei mai rinunciare e, grazie a tale scambio, Giovanna Koch mi fa notare che “Un film è anche un atto culturale oltre che un’espressione artistica e Agorà è particolarmente originale a riguardo. Quanto all’amore che si oppone alla ricerca scientifica per le donne… Be’, è ancora vero. Carriera contro figli, indipendenza intellettuale contro solitudine, mi paiono contrasti attualissimi.”

Purtroppo rimane un po’ d’amarezza sia per la messa in scena debole sia per la modalità in cui viene raccontata Ipazia. Ma mi auguro che il cinema e, perché no, anche la fiction televisiva, conferiscano sempre più spazio alle donne della scienza e della storia che hanno lasciato un segno nell’evoluzione della nostra umanità, ma anche alle tante donne “invisibili” che quotidianamente, nella loro molteplicità di ruoli, restituiscono solidità al tessuto sociale.

Queeringinroma: Children of God

Al Nuovo Cinema Aquila di Roma si è svolto dal 23 al 25 aprile la festa del cinema a tematica LesboGayBisexTransQueer, Queeringnroma.

Purtroppo ho potuto assistere solo ad una proiezione, ma fortunatamente è stata quella della pellicola che ha vinto il premio del pubblico al Torino GLBT Festival. Un premio decisamente emotivo per un film emozionante, Children of God di Kareem Mortimer.

I “Figli di Dio” è un movimento religioso, probabilmente equiparabile a una setta, che si propone di evangelizzare il mondo attraverso azioni, spesso invasive, giustificate da una presunta diretta legittimazione divina.
Tutto ciò che non è contemplato dalla legge divina è considerato abominevole, primo tra tutti l’omosessualità.

La radio o la tv sempre accese in sottofondo, raccontano lo scenario sociale delle Bahamas dove un pesante clima omofobico, sostenuto dalla cultura evangelica protestante, sta seminando odio e razzismo attraverso campagne sociali e petizioni da presentare al Parlamento, in opposizione alle leggi a favore dei diritti civili per le coppie gay.

E se Dio, da un lato, diventa  paravento dietro il quale predicatori armati di odio nascondono le proprie sane e umane debolezze, dall’altro lato Dio parla attraverso la voce del reverendo Ritchie che predica l’amore incondizionato di Dio per tutti, perché tutti, indiscriminatamente, sono figli di Dio.

Lo è Johnny il giovane pittore dichiaratamente gay in cerca di ispirazione, lo è Romeo un ragazzo di colore che nasconde la propria omosessualità alla famiglia e alla comunità, lo è Lena moglie di un pastore (segretamente gay) attivista nella crociata antiomosessuale e religiosamente conservatrice.
I 3 figli di di Dio lasciano Nassau per ritrovarsi nella piccola isola di Eleuthera dove le loro vite si sfioreranno e si scontreranno ciascuna con il proprio mondo interiore.

Children of God non è la storia d’amore di due ragazzi gay, ma è un racconto che parla di amore universale in un contesto profondamente omofobico, dove l’omofobia è il pretesto per il confronto con il diverso o con la nostra intimità che stride con l’immagine, spesso indotta, che abbiamo di noi stessi. Perché ci sono madri che preferiscono avere un figlio drogato piuttosto che gay, e uomini di chiesa, nascostamente gay, che richiamano tutti all’odio perché solo dando qualcosa da odiare si tiene la gente unita.

Un ritratto insolito di amore e solitudine, attraverso immagini ricche di drammaturgia che galleggiano nel mare che purifica l’anima dai pregiudizi e dagli ostacoli emotivi.

“Ma anche Mario è gay” … “Ma Mario è il mio parrucchiere, è diverso!”

Premio Afrodite 2010

Anche quest’anno l’Associazione Donne nell’Audiovisivo, ha festeggiato la professionalità femminile attraverso la cerimonia di assegnazione del Premio Afrodite. Il Premio nasce per celebrare le donne del mondo dello spettacolo che, con la loro arte hanno mostrato particolare attenzione alle tematiche femminili e hanno contribuito attivamente alla realizzazione di progetti di qualità.

L’evento è stato, tra gli altri, sponsorizzato dalla Lancia che per l’occasione ha presentato il nuovo modello Ypsilon Elle rigorosamente glamour come le star che ha accompagnato fino al pink carpet. Hanno sfilato tra gli innumerevoli flash dei fotografi, Margareth Madè, attrice rivelazione del film Baarìa (ad accompagnarla c’era il regista Giuseppe Tornatore), Mariagrazia Cucinotta, la bellissima Valeria Solarino con Isabella Ragonese, Monica Scattini, Giorgia Wurth, Barbara De Rossi, Micaela Ramazzotti, Nicole Grimaudo e tante altre celebrità più o meno conosciute.

La cerimonia è stata condotta dalla giornalista e presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici, Laura Delli Colli e dal giornalista e sceneggiatore Andrea Purgatori, che hanno inaugurato la serata ricordando tutte le donne alle quali è negato il diritto di parola, come in Iran e in tutti quei paesi in cui la dittatura proibisce la diffusione del libero pensiero.

La prima donna a salire sul palco è stata Paola Comencini, scenografa, che ha giustamente rivendicato il diritto al riconoscimento dell’autorialità per i tecnici del cinema.
Hanno poi presenziato Emanuela Mascherini autrice del libro Memorie del cuscino e Giorgia Wurth che ha presentato il romanzo Tutta da rifare. Insieme a  Sarah Maestri (assente per tournée), che ha riscosso successo col romanzo autobiografico La bambina dai fiori di carta, è stata loro riconosciuta una menzione speciale per le proprie opere letterarie. Da questi romanzi probabilmente nasceranno nuove storie al femminile per il cinema italiano.

Migliori attrici Micaela Ramazzotti, che io ho tanto apprezzato nel film La prima cosa bella, Nicole Grimaudo per Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek e Barbara De Rossi che ha “compresso” tutta la sua simpatia ed esuberanza in un corpicino rinnovato, quale personaggio televisivo dell’anno.

La bellissima, ma un po’ algida, Margareth Madè ha ritirato il premio Lancia Ypsilon Elle direttamente dalle mani di Tornatore che ha ricordato a tutti i presenti la qualità dei film candidati ai David di Donatello quest’anno – tra i quali c’è proprio la sua pellicola Baarìa (!!) – a dimostrazione del fatto che il cinema italiano non è fagocitato dalla crisi come vogliono farci credere. Il regista ha invitato i giornalisti ad abolire la domanda sulla crisi, ma piuttosto ha invitato tutti a vedere il bicchiere mezzo pieno per incoraggiarci a trovare insieme delle soluzioni da proporre anche a chi ci governa.
Tornatore non appartiene certo alla schiera di autori che hanno difficoltà a trovare i finanziamenti, ma sicuramente accetto il suo invito a vedere le cose da un altro punto di vista perché sono stanca a anche io di sentir parlare di crisi di linguaggi e di valori.

Io ritengo che il momento di paralisi che sta vivendo il cinema, così come la tv, non sia dovuto a una mancanza di idee, ma alla gestione che di queste idee si fa e a un sistema produttivo scorretto ed elitario che, immobilizzato dal timore del rischio, porta avanti dinamiche corrotte e sfugge dal tentativo di valorizzare il nuovo che avanza.

Ma fortunatamente ci sono progetti audaci che riescono a ricavarsi uno spazio nelle sale dimostrando tutta la loro dignità artistica, come Viola di mare che ha vinto il premio Afrodite film dell’anno. Viola di mare racconta la vittoria di un amore tutto al femminile, e a ricevere gli applausi sul palco un trionfo di femminilità, dalla regista Donatella Maiorca, alla produttrice Mariagrazia Cucinotta e le due splendide e bravissime attrici, Valeria Solarino e Isabella Ragonese.

La serata, dal risvolto forse troppo mondano e patinato ha purtroppo lasciato poco spazio alle parole e all’approfondimento delle tematiche sottostanti a un premio così importante e necessario per la nostra cultura, ma è comunque un passo importante per la valorizzazione della voce delle donne.

Mi auguro che il prossimo Premio Afrodite acquisisca sempre più importanza e la giusta visibilità che merita, affinché l’ intelletto colto, ironico e raffinato delle donne trovi finalmente la sua rilevanza in un posto che diritto gli appartiene e possa esprimersi in tutta la sua potenza creativa senza perdersi in esasperanti rivendicazioni.

Thank to Candy per le foto

Piccole storie italiane al R.I.F.F.

I corti italiani sono quelli che dapprima attirano di più la mia attenzione nella programmazione di un festival. Spero sempre di trovare degli spunti interessanti e la dimostrazione che se c’è un’idea forte, essa può essere realizzata al suo meglio anche con pochi mezzi. Il tutto sta a costruirla bene questa idea e se ciò avviene nelle opere del mio paese, la cosa mi rende più felice.

Durante il R.I.F.F. finora ho visto 3 cortometraggi italiani.

Quello che più mi ha convinto e coinvolto è stato La vita Accanto di Giuseppe Pizzo.
Giuseppe Pizzo è poliziotto, scrittore e regista profondo conoscitore della realtà del suo paese, il territorio di Orata di Atella, dove ambienta una storia di degenerazione e assuefazione a una realtà criminosa e violenta. Con una macchina a mano irrequieta come i suoi personaggi, in meno di mezz’ora ci presenta tutti gli attori sociali presenti sul territorio: chi vive di piccola criminalità e lotta per ottenere il rispetto, chi si adegua passivamente e per amore del figlio tenta di sottomettersi alla legge del più forte, chi non ci sta e preferisce portare la sua onestà altrove e chi invece con coraggio riesce a dire di no. Angelo non ancora adolescente, con un padre appena arrestato, un fratello delinquente e un amico morto ammazzato, si ribella, ruba la pistola al fratello ma gli dice che gli vuole bene e in quel momento diventa immagine di speranza.

Qui sotto il trailer.

Mutande di ricambio di Andres Arce Maldonado e Luca Merloni, racconta di un uomo e dei suoi tentativi alquanto maldestri di conquistare le donne.
Il personaggio, divertente, ma estremamente goffo è ossessionato dall’idea di non essere banale e di risultare affascinante e seducente. Cosa in cui però, nonostante la diversificazione degli approcci, fallisce miseramente.
L’associazione con il testo della canzone “Cara ti amo” di Elio e le storie tese, per me, è stato immediato e ha contribuito a strapparmi più di un sorriso. Il film scorre piacevolmente, intrattiene nonostante la poca originalità e quella scena in più in cui il protagonista lava i piatti in versione drag queen. Scena che non aggiunge nulla, anzi spezza il ritmo e lo fa scadere per pochi attimi nella banalità.

Altro cortometraggio che però non mi ha assolutamente appassionato è Rosso di Sara di Alessandro Marinelli. Un tentativo fallito di costruire un giallo classico che presenta una struttura lacunosa e priva di suspense, per cui l’attesa dello svolgimento della trama non crea alcuna tensione emotiva e porta a un finale estremamente prevedibile.

“La Vergüenza” al R.I.F.F.

Se ti perdi nel bosco non muori né di fame né di sete, né perché ti sbranano i lupi, muori per la vergogna di esserti perso.
E la vergogna ti paralizza al punto da riuscire a chiedere aiuto solo quando ormai è troppo tardi.

Ed è per evitare tale vergogna che Pepe decide di restituire Manu, un bambino problematico di 8 anni, che ha preso in affido insieme alla moglie Lucia. Ma allo stesso tempo quel sentimento di vergogna attanaglia la coscienza della madre naturale di Manu che pensa di potersi riscattare dai suoi errori riprendendosi suo figlio e strappandolo ai genitori affidatari.
Pepe e Lucia, ignari di quanto la donna stia tramando, di fronte alla sconfitta della loro genitorialità, iniziano un confronto reciproco e con se stessi che li scopre entrambi imprigionati dalla vergogna per i segreti e i traumi del passato.
La fiducia è ormai minata, ma sarà anche il punto di partenza verso il cambiamento interiore e  il distacco dai propri drammi emotivi ed esistenziali.
La Vergüenza di David Panel è un film misurato e garbato che narra un dramma con estrema delicatezza e raffinatezza di dialoghi e immagini. E’ il semplice racconto di un blocco emotivo sapientemente metaforizzato dalla sospensione dell’erogazione dell’acqua corrente. Una sorta di bolla emotiva di tensione scoppia e si risolve nel corso di una giornata fino a sfociare in un finale di speranza un po’ didascalico, ma che tuttavia è in linea con la naturale evoluzione della storia.

R.I.F.F. apre i battenti col bellissimo film Fish Tank

Anche quest’anno dedicherò gran parte del mio tempo a seguire il Roma Indipendent Film Festival che promuove la cinematografia indipendente italiana e straniera. Le proiezioni sono affidate al Cinema Aquila, in pieno quartiere Pigneto, che offre anche diversi locali, ancora a prezzo politico, dove trascorrere il tempo tra un lungo e un cortometraggio.

Ieri sera ho assistito al film Fish Tank, una produzione inglese diretta dalla regista Andrea Arnold, che ne ha scritto anche la sceneggiatura.
Nel 2006 la regista vinse il premio della giuria al festival di Cannes con il suo primo lungo dal titolo Red Road. Red Road è un quartiere periferico di Glasgow dove sorgono delle alte torri abitative in cui si concentrano migliaia di persone controllate 24 su 24 da telecamere di sicurezza. Qui lavora una donna, addetta al centro di sorveglianza, dalla vita noiosa e insipida, fino a quando, in uno dei monitor, scorge la figura dell’uomo che anni prima le ha sconvolto la vita. Decide di elaborare così la sua vendetta.

Fish Tank, invece, racconta la storia di formazione di Mia, una ragazza quindicenne ritratta nel suo ambiente crudo e degradato, evocato da immagini secche ed essenziali, prevalentemente con macchina a mano, che restituiscono l’odore dei sobborghi dell’Essex. Quell’odore di fish tank, espressione gergale che è anche sinonimo di pussy, derivata dal fatto che sometimes smells like a fish.  Ma è anche l’odore della bravissima protagonista Katie Jarvis, perfettamente a suo agio in quei casermoni di periferia tra i quali si muove portandosi appresso rabbia e sofferenza.
E la vomita già dalle prime scene raccontandoci l’astio verso una madre degenere in un’unica battuta: “You are what’s wrong with me!”, e in una violenta testata contro una delle ragazzette del quartiere che la sfidano a colpi di sensuali ancheggiamenti a ritmo di hip hop.
Ma la passione per la musica R&B scorre anche nel sangue di Mia, che ritrova il suo angolo di libertà in un appartamento vuoto dove si rifugia per danzare. E si allena, senza mai sorridere. Non è brava, non riesce a lasciarsi andare, è trattenuta e allora corre, raggiunge un campo di nomadi che tengono legata una vecchia cavalla malata. Mia vuole liberarla e ci tenta in tutti i modi, senza riuscirci. Chissà, forse quella cavalla le regala la suggestione di una libertà, forse Mia sogna di salirci sopra e correre via. Via da quell’universo che l’ha resa arcigna e violenta, via da Connor, il nuovo uomo di sua madre che entra nella sua vita e le regala complicità supportandola nella sua grande passione, il ballo. Mia danza per lui in una memorabile scena perfettamente diretta attraverso particolari e dettagli di sguardi e piccoli gesti con cui la ragazza comunica la sua timida sensualità. Ma da quel momento tutto cambia in un susseguirsi di scene in cui Mia raggiunge il momento più basso di brutalità, ma non riesci a volerle male, anzi forse in un attimo speri che porti a compimento il suo piano nel peggiore dei modi.
Mia conosce solo parole aggressive. Può parlare d’amore esclusivamente ballando ed è attraverso la complicità di alcuni semplici passi di danza che riesce a creare un unico momento di solidarietà con la madre e la sorellina in un finale forse anche prevedibile, ma l’unico possibile che completa il film nella sua credibilità.

UPDATE: Vincitore del Premio Miglior Lungometraggio

Dragon Trainer e pillole di 3D

dragon trainerLunedì, grazie alle mitiche fanciulle della GGD ho assistito presso la Universal a un mini seminario sul 3d tenuto da Davide della Casa (founder di Screenweek) e alla proiezione del film d’animazione Dragon Trainer.

L’incontro ci ha raccontato che il cinema in 3d è costituito da immagini stereoscopiche (cioè con due punti di vista paralleli) che, attraverso l’uso di occhialini specifici, ricostruiscono l’illusione del 3d. Le  telecamere utilizzate per tali riprese sono dotate di due obiettivi paralleli a doppia esposizione. Le immagini poi vengono proiettate sullo stesso schermo.

I primi occhialini, quelli con una lente rossa e una ciano che filtravano ciascuna uno spettro di luce differente, appartengono all’immaginario iconografico degli anni ’50 e consentivano di vedere le immagini stampate attraverso la sovrapposizione di un filtro. La resa dei colori, però, è risultata scarsa sin dall’inizio decretandone l’insuccesso.

Poi arrivò il sistema a fotogrammi alternati, si proiettava cioè prima un frame per l’occhio sinistro e successivamente per l’occhio destro, con una velocità tale da rendere la continuità del movimento. Dall’evoluzione di questo concetto sono nati gli occhiali con otturatori LCD che non effettuano però alcun filtraggio. Nel frattempo Xpand in America sta investendo sulla tecnologia di questi occhiali anche in funzione dei nuovi televisori 3d,  anche se ancora non esiste un formato standard compatibile con tutti gli apparecchi.

Diverso è il discorso di Avatar per il quale le immagini sono state girate direttamente in 3d attraverso una telecamera brevettata da Cameron, la Fusion 3d, dotata di due obiettivi la cui distanza è la stessa che intercorre tra i nostri occhi. Pertanto è in grado di simulare perfettamente la visione umana.
Con l’utilizzo del software Simulcam, Cameron ha inoltre potuto monitorare al computer in tempo reale le riprese tramite il preview scenografico. Il Simulcam permette anche di avvalersi, attraverso la Performance Capture, dell’espressività reale degli attori (attrezzati di tute con raffinatissimi marcatori) per restituirla ai personaggi virtuali. Tutti i successivi perfezionamenti sono stati poi affidati alla C.G.I.

Dragon Triner si avvale invece della tecnica InTru 3d (nata dalla collaborazione tra Intel e Dreamworks) con una grafica di altissima qualità che viene pensata in 3d sin dalla nascita del progetto. Le immagini così fuoriescono letteralmente dai confini dello schermo per coinvolgerti e portarti dentro la storia.

E quando la favola ti trascina a tutta velocità tra i colori cangianti del cielo, sulle ali di un drago, allora senti realmente di appartenere alla storia e ti agiti e fremi insieme a Hic e al suo amico Sdentato. E piangi quando tutto sembra essere perduto, anche se dentro di te sai che è un cartone e che non può che concludersi con un happy end.

Dragon Trainer è la storia di un’amicizia che passa attraverso la scoperta dell’altro e che si fortifica nello scoprirsi simili, empatici come direbbe Rifkin.
La paura l’uno dell’altro li ha resi nemici e perciò, da sempre, i vichinghi sono uccisori di draghi e i draghi assaltano i vichinghi. Ma un giorno Hic scopre che anche il temibile drago ha paura, proprio come lui ed è tale paura che lo rende aggressivo.  Hic, il giovane vichingo, mette da parte il timore e decide di non trafiggere il drago, ma anzi lo libera, e il contatto prende il posto della paura e dà vita a una solidarietà prima d’ora inimmaginabile.
Una favola allegorica del rapporto col diverso che rivela un eroe (in principio fu Shrek) non più patinato, che non veste il suo corpo perfetto di bellezza, forza e vigore, ma trova il suo eroismo nell’ingegno e nei forti ideali di condivisione.
Il progresso si nutre di rivoluzioni tecnologiche e scorre attraverso i cieli di una rivoluzione emotiva.