Archivio della categoria: Spiritualità

LOST, See you in another life, then!

“What lies in the shadow of the Statue?”  “Ille qui nos omnes servabit.”

E adesso, all’ombra del gran finale, chi ci salverà dall’astinenza da LOST?

Lost è stato un compagno fedele in questi sei anni. Insieme abbiamo condiviso momenti di tensione, suspance, dolore, stupore e attimi di stordimento. Lo abbiamo amato, cercato disperatamente, atteso che ci rivelasse lentamente i suoi misteri, ma dietro ai piccoli barlumi di verità ci ha rivelato ulteriori arcani, simbologie e rompicapo filosofico/esistenziali.

Ad ogni modo, sin dal pilot, il tocco magico di Jacob ha sfiorato ciascuno di noi risucchiandoci inevitabilmente nell’isola per affrontare un lungo viaggio interiore tra momenti di spiritualità, spiegazioni fantascientifiche e abbandono totale all’emotività.

In ogni personaggio abbiamo trovato una parte di noi stessi, un nostro difetto, una frustrazione, una comunione di sensi, un ideale di esistenza. Abbiamo amato prima l’uno, poi l’altro, ci siamo sentiti da essi traditi e riconquistati, fino a non poter fare più a meno di loro.

E adesso che non ci sono più, ci sentiamo abbandonati, delusi dalla mancata risoluzione drammaturgica di tutti i quesiti, avvolti da questa luce mistica e spirituale rappresentata con tutti i luoghi comuni della banalità e del sentimentalismo, cirocondati da quadri approssimativi e superficiali lontani da quella complessità e profondità a cui ci avevano abituati.

Lost l’ho amato col cuore e con la mente, e ho sofferto per il finale, per le spiegazioni non date e per quell’inevitabile abbandono al quale forse non ero pronta e che più mi ha emozionato nel momento in cui Vincent si accuccia davanti a Jack scrivendo figurativamente la parola fine.

Ma qualcosa rimane per sempre, le persone con cui abbiamo condiviso questa esperienza, una grande community legata dalla passione per questo un lungo racconto che ci ha accarezzato con i grandi interrogativi sull’ineluttabilità del destino e sulla forza del libero arbitrio, sul legame tra scienza e fede, sui confini tra il Bene e il Male, sulle ombre che risiedono in ciascuno di noi.

In qualche modo il destino ci ha fatto ritrovare in questa sideways reality e abbiamo dato vita a una community in cui ciascuno, connesso l’un l’altro, ha condiviso idee, visoni del mondo, teorie, conflitti interiori e momenti di ridanciana complicità come la Maratona Lost.

Una delle tante esperienze di vita reale in cui incontriamo tante  persone che si oppongono al nostro cammino, che ci aiutano, che dicono una sola parola, quella giusta, persone che evocano la nostra parte più oscura, altre che ti stupiscono rivelandoti la bellezza del tuo mondo interiore. Le amiamo e le odiamo e questo legame durerà per sempre al di là dello spazio e del tempo. Qualcuno resterà per tutta la vita, di qualche altro rimarrà solo il ricordo, ma tutte avranno lasciato delle tracce indelebili nella nostra vita. La vita è un luogo che si costruisce insieme.

“This is a place that you all made together so that you could find each other”  (Christian Shephard)

L’India al Salone del Libro di Torino

Oggi si è inaugurata la ventritreesima edizione del Salone del Libro di Torino.
Tra costanti e novità, il filo conduttore di quest’anno è la Memoria e il suo ruolo all’interno di un presente sfuggente che, con fatica, rincorre un futuro in continua evoluzione e cambiamento.
Ripercorrere il nostro passato,  anche attraverso la più facile accessibilità che la cultura digitale offre, è il punto di partenza ideale per riflettere sugli scenari futuribili della nostra civiltà.
A offrire delle risposte e delle prospettive a riguardo interverranno grandi e illustri rappresentanti della cultura internazionale tra cui i finalisti del Premio Salone del Libro che quest’anno sono Paul Auster, Carlos Fuentes e Amos Oz.

L’India, con i suoi scenari esotici ricchi di contraddizioni e di sorprese, è il paese ospite che svelerà, attraverso i suoi autori, i segreti di un popolo spontaneamente connesso al divino e di una nuova economia in rapido sviluppo.

Ad aprire il primo dei tanti incontri è stato Sudhir Kakar romanziere e saggista, nonché psicoanalista, che racconta l’ amore e il misticismo tra le contrapposizioni della sua terra, ma anche le costanti che uniscono il popolo indiano nella spontanea tendenza alla spiritualità e alla percezione di se stessi in rapporto alla natura e all’ Universo e della forte unità tra il corpo e la psiche nella consapevolezza di sé.

Ma la Fiera ospiterà anche un’ altra rappresentante importante della realtà indiana, la coraggiosa Sampat Devi, fondatrice del movimento del «Sari Rosa» che lotta per la valorizzazione della donna contro la sua riduzione ai margini della società.
E ci sarà spazio anche per Amruta Patil che presenterà la prima graphic novel indiana al femminile, la storia d’amore struggente di due donne, Kari e Ruth, tra gli scenari metropolitani della Mumbai contemporanea.

Da sempre i mille volti dell’India esercitano un enorme fascino sul mondo occidentale dalla pratica della nonviolenza di Ghandi all’ invito di Tagore a pensare col cuore.
Scrive Tagore in Personalità (1917)”…Quando la vita era semplice, tutte le facoltà dell’uomo erano in perfetta armonia; ma da quando fu separato l’intelletto dallo spirito e dal fisico, la scuola trascurò completamente lo spirito: mirando unicamente a fornire delle cognizioni, accentua lo squilibrio delle facoltà. Io credo in un mondo spirituale, non come cosa staccata da questo mondo, ma come la sua più intima essenza“.

Non ci rimane che cogliere le opportunità che le più evolute forme di comunicazione ci offrono nella facilità di condivisione delle informazioni, e aprirsi al recupero della propria Memoria storica e dell’indentità culturale al fine di cercare la costante universale che accomuna l’umanità tutta.

Chi sei tu, lettore che leggi

le mie parole tra un centinaio d’anni?

Non posso inviarti un solo fiore

della ricchezza di questa primavera,

una sola striatura d’oro

delle nubi lontane.

Apri le porte e guardati intorno.

Dal tuo giardino in fiore cogli

i ricordi fragranti dei fiori svaniti

un centinaio d’anno fa.

Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire

la gioia vivente che cantò

in un mattino di primavera,

mandando la sua voce lieta

attraverso un centinaio d’anni.

[da R. Tagore, Il Giardiniere 1913]

Queeringinroma: Children of God

Al Nuovo Cinema Aquila di Roma si è svolto dal 23 al 25 aprile la festa del cinema a tematica LesboGayBisexTransQueer, Queeringnroma.

Purtroppo ho potuto assistere solo ad una proiezione, ma fortunatamente è stata quella della pellicola che ha vinto il premio del pubblico al Torino GLBT Festival. Un premio decisamente emotivo per un film emozionante, Children of God di Kareem Mortimer.

I “Figli di Dio” è un movimento religioso, probabilmente equiparabile a una setta, che si propone di evangelizzare il mondo attraverso azioni, spesso invasive, giustificate da una presunta diretta legittimazione divina.
Tutto ciò che non è contemplato dalla legge divina è considerato abominevole, primo tra tutti l’omosessualità.

La radio o la tv sempre accese in sottofondo, raccontano lo scenario sociale delle Bahamas dove un pesante clima omofobico, sostenuto dalla cultura evangelica protestante, sta seminando odio e razzismo attraverso campagne sociali e petizioni da presentare al Parlamento, in opposizione alle leggi a favore dei diritti civili per le coppie gay.

E se Dio, da un lato, diventa  paravento dietro il quale predicatori armati di odio nascondono le proprie sane e umane debolezze, dall’altro lato Dio parla attraverso la voce del reverendo Ritchie che predica l’amore incondizionato di Dio per tutti, perché tutti, indiscriminatamente, sono figli di Dio.

Lo è Johnny il giovane pittore dichiaratamente gay in cerca di ispirazione, lo è Romeo un ragazzo di colore che nasconde la propria omosessualità alla famiglia e alla comunità, lo è Lena moglie di un pastore (segretamente gay) attivista nella crociata antiomosessuale e religiosamente conservatrice.
I 3 figli di di Dio lasciano Nassau per ritrovarsi nella piccola isola di Eleuthera dove le loro vite si sfioreranno e si scontreranno ciascuna con il proprio mondo interiore.

Children of God non è la storia d’amore di due ragazzi gay, ma è un racconto che parla di amore universale in un contesto profondamente omofobico, dove l’omofobia è il pretesto per il confronto con il diverso o con la nostra intimità che stride con l’immagine, spesso indotta, che abbiamo di noi stessi. Perché ci sono madri che preferiscono avere un figlio drogato piuttosto che gay, e uomini di chiesa, nascostamente gay, che richiamano tutti all’odio perché solo dando qualcosa da odiare si tiene la gente unita.

Un ritratto insolito di amore e solitudine, attraverso immagini ricche di drammaturgia che galleggiano nel mare che purifica l’anima dai pregiudizi e dagli ostacoli emotivi.

“Ma anche Mario è gay” … “Ma Mario è il mio parrucchiere, è diverso!”

Take care!

I ricordi più belli sono spesso legati agli affetti e ai legami che abbiamo costruito con le persone.
La vocazione a condividere emozioni ed esperienze in maniera incondizionata è una virtù fortemente minata dalla cultura della paranoia e della sfiducia che porta inevitabilmente alla chiusura emotiva e all’attaccamento morboso e difensivo delle proprie certezze. In altre parole, la paura dell’altro ci mette di fronte al rischio di un’involuzione della dignità personale e del sacrosanto diritto alla completezza umana.

Prendersi cura di se stessi passa anche attraverso un semplice scambio di battute con una cameriera di un locale che ci porta un dolce striminzito rispetto alle nostre aspettative. E se alle nostre rimostranze acide e scortesi, lei reagisce naturalmente con uno sguardo risentito, vuol dire che quell’atteggiamento inopportuno, da parte nostra perché sgradevole, da parte sua perché non confacente al ruolo, ha creato una relazione puramente strumentale e arida, priva del piacere dell’umanità. Un passo indietro nel cammino spirituale ed etico di noi in quanto Menschen e del genere umano tutto in quanto ne siamo elementi attivi.

Ritrovare la fiducia nelle piccole relazioni, anche quelle di un giorno, di un attimo, è un piacere di cui abbiamo dimenticato (o forse mai conosciuto) il godimento. Avere cura delle persone con piccoli gesti, può aiutare a liberarsi da quell’immagine antisociale di noi stessi che ci rassicura e preserva le nostre certezze e la nostra identità spesso vittime delle esperienze della vita.

Le relazione umane sono dei piccoli mattoni che costruiscono il progresso civile in tutte le sue forme, politico, sociale, tecnologico, scientifico.
La compassione come inclinazione umana alla quotidianità è l’unico sentimento in grado di trascendere gli embarghi emotivi e di regalare la possibilità di cogliere la vita in tutti i suoi aspetti, nel bene e nel male.

“La zona è forse un sistema molto complesso di insidie…non so cosa succede qui in assenza dell’uomo, ma non appena arriva qualcuno tutto comincia a muoversi…la zona in ogni momento è proprio come l’abbiamo creata noi, come il nostro stato d’animo… ma quello che succede, non dipende dalla zona, dipende da noi.” (Stalker di A. Tarkovskij, 1979)

Religiolus

religulousUn documentario, un viaggio dissacrante attraverso i luoghi delle religioni mirato al dialogo e al confronto.
Bill Maher non si fa portatore di un ateismo dogmatico, ma è proprio contro il dogma e il fanatismo che si schiera, a favore dell’ umano e ragionevole dubbio. Partendo da un lecito agnosticismo, il comico/giornalista Maher ricerca il contraddittorio, senza per questo tralasciare battute e ironia sagace e raffinata, in fondo rimane sempre uno show man che ha costruito il proprio successo sul Politically Incorrect.
Assistiamo all’incontro con politici che celano dietro al vessillo della religione la giustificazione alle proprie strategie di potere e grazie all’abilità comica di Maher preferiamo riderci su, perchè basterebbe ripensare alle polmiche sulla Vita delle scorse settimane per cadere nello sconforto più nero.
Riesce a indurci una simpatica compassione persino per i personaggi bislacchi che si credono, o meglio, vogliono far credere di essere nuovi Messia e si fanno interpreti delle leggi di Dio ad personam.
Ma fatta la legge trovato l’inganno! E così abili ebrei ortodossi, con orgoglio, mostrano i ritrovati tecnologici più astrusi per raggirare i divieti che impone lo Shabbat.
Ma il trionfo della mistificazione del profondo senso della spiritualità è teatralmente ricostruito nella Holy Land Experience, una sorta di parco di divertimenti in cui viene ricostruita la Terra Santa, con tanto di passione, crocifissione e resurrezione di Cristo in musical!!! E folle di turisti, psicologicamente soggiogati dall’atmosfera ricreata da abili attori e ballerini, in una unione di comuni sensi, ridono, piangono e soffrono col Cristo Superstar!

Bill Maher non è mai aggresivo, nè oltraggioso, e lo si evince quando, dopo una conversazione con dei fedeli, li saluta dicendo grazie per essere stati simili a Cristo e non ai cristiani, rivelando una garbata consapevolezza della spiritualità.

Bisogna distinguere l’Uomo da Dio per accedere alla spiritualità pura, a quella congiunzione con la divinità che non nega nè la ragione nè il pensiero critico, ma che si oppone con ardore ad ogni forma di fanatismo e perversione religiosa.
Nella battaglia tra religione e spiritualità, scelgo quest’ultima, scelgo l’amore divino che mi svincola dai condizionamenti e mi apre il cammino verso la libertà.

Burle spirituali di Nasruddin

Nasruddin

Quello che era considerato lo scemo del villaggio se ne stava seduto sopra un muretto ai bordi della strada a pescare dentro un secchio d’acqua.
Giunse nei paraggi il dotto del paese, che con aria di superbia sghignazzò:
“Razza di scemo, oggi quanti hanno abboccato?”
“Non molti, Eminenza. Voi siete il primo!”

Nostalgia di Dio

simu.jpg

Attraverso i racconti di un un’età dell’oro che fu (am I in no time) in un Luogo immaginario (am I no space) i Radiodervish ci conducono nei tracciati del cuore, nel centro del mundo.
Un lungo peregrinare tra i simboli e i miti d’Oriente e Occidente oltre i confini linguistici, in una Babele di comprensione mistica e terrena.
Nel dipinto dell’umanità fatto di anime erranti ebbre d’amore, di madri dal volto di luna, di sufi anelanti all’Unità, sorridiamo alle burle di Nasruddin e in fondo al quadro scorgiamo l’Upupa che ci accompagnerà a passo di danza verso il regno del Re.
La dolcezza dell’ebbrezza d’amore, come “miele nel vino”, ci stordisce donandoci la forza del distacco nell’atavica nostalgia del Ricongiungimento.
Molte strade portano a Dio. I Radiodervish hanno scelto quella della musica perché non esiste Dio all’infuori di Dio, La ilaha ill’Allah.