Blogosfere: NO alla legge bavaglio
Wonderpaolastra » viaggi

Looking for the Craic

Category : viaggi

wonderleprechaunCRAIC è una parola di origine gaelica che non ha un corrispettivo in inglese perchè è un modo di essere tipicamente irlandese. Può essere tradotto con having a good time or a laugh
A good craic is always social
, perchè il craic si sprigiona solo in compagnia, tra chiacchere, scherzi e pinte di birra.
Ma c’è solo un modo per scoprire l’essenza del Craic: come over to Ireland and have some craic yourself!

Sono passati 10 anni dalla prima volta che incontrai Dublino.
Allora era estate e il verde caldo brillava tra le strade della città e tra i vialetti di St Stephen’s Green. In questi giorni, invece, ci ha accompagnato un freddo mansueto e il sole ci ha scortato impedendo alla pioggia di importunare i 4 giorni di vacanza con le mie amichette del cuore.

O’ Connel Street, Dawson Street, Grafton Street, passerelle festose dello shopping natalizio, scintillavano tra luminarie, colori, abbondanze e sorrisi della gente. Perchè, sarà forse un luogo comune sugli irlandesi o forse è proprio quel craic che ribolle nel sangue, ma io di musi lunghi qui ne ho visti ben pochi!
Con questo non voglio certo affermare che tutti gli Irlandesi siano persone allegre e felici e che vivano la propria vita in uno stato di beata inconsapevolezza, ma camminando per la città si percepisce una generale sensazione di pacato buonumore diurno.
Già, perchè poi la notte avviene la trasformazione che spesse volte prende anche forme eccessive di ebbrezza distruttiva, altre volte invece rimane un’estrema convivialità e socievolezza che sbevazza allegramente danzando, dispensando baci e abbracci in un tripudio festoso collettivo.

La gente di Dublino si riversa nei pub già dal tardo pomeriggio, gli uomini ancora in giacca e cravatta, i ragazzi in maniche corte sfidano il freddo, le giovane fanciulle abbandonano le divise da collegiali per arrampicarsi su tacchi vertiginosi esibendo lunghe e spesso possenti cosce, le più ardite anche prive di collant!!!
Siamo a Temple Bar tra Dame Street e il fiume Liffey. Da un vicolo si scorge lo spettacolo di luci e ombre delle tre lampade che illuminano l’ Ha’ Penny Bridge, mentre dai pub fuoriescono le intramontabili note dei classici da Knockin’ on Heaven’s Door a No Woman No Cry passando per Wild Rover…

10 anni fa parlavamo con chiunque e tutti erano interessati a sentire i nostri racconti e a bere con noi. Si parlava dell’Italia, del giro che avremmo fatto per l’Irlanda, di cosa studiavamo e di ciò che ci piaceva fare e ascoltavamo consigli e suggerimenti, si beveva insieme, ci offrivano molte birre…del resto, eravamo due belle fanciulle…
Oggi non è stato così.
Abbiamo incontrato tanta gente, parlato con pochi, se non per chiedere informazioni alle quali ci hanno risposto sempre con gentilezza e disponibilità, ma poche chiacchiere e nessuna convivialità come i vecchi tempi.
Cinguettavo qua e là da un ramo all’altro, nel tentativo si sfoggiare (o meglio di rispolverare) il mio inglese, memore dei tempi che furono, anche per la mia spasmodica esigenza di parlare con la gente. Il risultato è stato molto modesto rispetto alle aspettative.
Qualcosa è cambiato. A questo punto potrebbero aprirsi molte riflessioni di natura sociale sull’argomento, ma preferisco pensare che forse è l’inverno che infreddolisce le relazioni umane.

Perciò mi sono consolata con la cultura visitando la bellissima e inquietante mostra  WHAT IF presso la Science Gallery.
Ispirati dai grandi interrogativi sull’esistenza umana, designer e artisti di tutto il mondo hanno dato vita a provocatorie forme d’arte, spesso ai confini del gusto e dell’etica, rimettendo in discussione, nel bene e nel male, valori quali la genuinità, la spontaneità e la naturalezza, delle volte in nome del progresso, altre volte per puro compiacimento estetico/intellettuale. “Cosa succederebbe se i nostri pensieri fossero di pubblico domino o se potessimo usare l’olfatto per scegliere il partner perfetto o se si potessero coltivare i farmaci sul nostro stesso corpo o ancora se ci fossero delle macchine in grado di leggere le nostre emozioni e se la carne fosse prodotta in laboratorio?”  WHAT IF  è una visione del mondo, è  il piacere di immaginare le possibili e infinite direzioni in cui un’idea, un pensiero, una storia può andare.

E il nostro viaggio è andato verso Clontarf, quartiere a nord di Dublino che ha visto nascere Bram Stocker. La passeggiata lungo il Bull Wall ci ha regalato uno scenario meditativo e amabilmente malinconico soprattutto perché incorniciato da un cielo paffuto di nuvole bianche che scoprivano, di tanto in tanto, corposi e accecanti raggi di sole che scaldavano il cammino.  Sull’immensa distesa della spiaggia di Bull Island i bambini manovravano grossi aquiloni che volteggiavano in aria insieme ai gabbiani. Sullo sfondo si intravedeva l’intensa attività del porto di Dublino.

“Oh my Cod!” recitava un cartellone pubblicitario su una fermata del bus, è ora di pranzo! Fish and chips…tanto per cambiare!

La cucina non è certo uno dei punti forti della cultura irlandese, anche se ho apprezzato molto l’Irish Stew, soprattutto quello assaggiato ad Avoca da Fitzgerald’s locale ben noto ai telespettatori irlandesi perchè location della serie tv Ballykissangel, storia di un giovane prete cattolico di Manchester che viene trasferito in una piccola comunità irlandese.
Avoca si trova nella contea di Wicklow e ci si arriva comodamente tramite un day tour in bus che ci ha condotto verso
la valle dei due laghi, Glendalough, attraverso paesaggi boschivi dai profili scoscesi, sentieri che si inerpicano lungo anfratti mistici e scenari dai forti contrasti cromatici che solo la luce del nord riesce a restituire.
Questo paesaggio ascetico ispirò l’anima anelante di St. Kevin a porre la prima pietra del suo centro monastico e avrebbe ispirato anche noi verso profonde riflessioni sui massimi sistemi se l’eccessivo e scoppiettante craic dell’autista non ci avesse stonato per tutto il viaggio con
le canzoncine natalizie e il suo umorismo spicciolo da animatore turistico.

Voglio ritornarci ancora in Irlanda e forse mai capirò da dove nasce questa misteriosa entità che scorre nel sangue degli Irlandesi e che continua a renderli un popolo allegro, esuberante, brillante e vitale. Riscoprirlo ha reso questa vacanza bellissima e ancor di più perchè ero con persone speciali insieme alle quali finally I had some craic myself!

P.S. Abbiamo dormito nel Charles Stewart B&B. Ve lo consiglio, economico, pulito e centralissimo.

E per una pausa caffè che assomigli a un espresso italiano, fate una sosta da Butlers dove vi aspetta un tripudio di cioccolata di ogni sorta.

Isola d’Elba: manuale di sopravvivenza

Category : esperienze

isola d'elbaL’Isola d’Elba è molto bella, ma in Italia abbiamo mari più limpidi, panorami più incantevoli e suggestivi che gravano meno sul portafogli (alcune zone della Puglia, la Sicilia e la Calabria per esempio) dove si mangia meglio e c’è più vita notturna.

Ma all’isola d’Elba se sei innamorato, hai voglia di belle spiagge libere, pulite e un minimo attrezzate, mare trasparente, poca confusione e voglia di stare core a core col tuo amore, è il posto che fa per te.
Ma attenzione, l’isola impervia non ti aspetta col suo bel tappetino rosso e non si lascia neanche conquistare facilmente.

I primi due giorni infatti, un po’ confusi e maldestri, li trascorriamo a tentare di addomesticarla e sembra che essa non voglia farsi conoscere.
Il nostro tentativo di percorrerne il perimetro in auto, alla scoperta delle spiagge e calette più nascoste viene scortesemente deviato dalla stessa strada che ci porta ad inerpicarci tra le curve infinite del Monte Capanne…avessimo visto almeno un muflone…
L’altra spiacevole sorpresa sono i prezzi non esattamente contenuti, del tipo pesche 3 euro e 50 al chilo o cocomero 1 euro e 20 al chilo, che ti passerebbe pure la fame, ma il condizionale è d’obbligo, perchè il cocomero lo compro lo stesso!

Ma non ci lasciamo abbattere nè dalle curve, nè dal cocomero che, vista la strada, mi si ripropone minaccioso a ogni sterzata e, curiosi e ostinati, portiamo avanti la nostra esplorazione nella natura aspra e selvaggia.

Ed eccoci felici e soddisfatti passeggiare sulla spiaggia granulosa di Cavoli (nel comune di Marina di Campo a sud) pienia di ggiovani (categoria sociale particolarmente latitante nell’isola, soprattutto quella compresa nella fascia 20-40 anni). Poco più avanti lo scenario cambia e la spiaggia di Fetovaia, ricca di famigliole felici, si ritrova avvolta dalla macchia mediterranea che regala ampi spazi d’ombra alle nonnine che osservano i nipoti fare i castelli di sabbia sulla battigia. Mano nella mano, io e il mio maritino ci spingiamo più in là fino a scovare un nuovo scenario marino, quello di Pomonte nel comune di Marciana a ovest dell’isola.
La spiaggia di Pomonte è vestita da grossa ghiaia liscia e levigata. Al contatto con le onde del mare le pietruzze cicciotte rotolano e si inseguono tra di loro come giocassero a rincorrersi. Di fronte alla riva, su un fondale di appena dodici metri vicino allo scoglio dell’Ogliera, giace una nave da carico affondata nel 1972.
Altre splendide calette si trovano nella zona nord nel comune di Marciana Marina, tra S. Andrea e Procchio, ma è una zona su cui non ci soffermiamo molto.

Infatti dopo aver visitato gran parte delle spiaggette di cui sopra,  finalmente troviamo la nostra oasi nel lido di Lacona, (a sud dell’isola nel comune di Capoliveri) spiaggia libera, pulita, confortevole, discretamente frequenata (prevalentemente italiani del nord e francesi) chioscodotata per pausa caffè shakerato per Marco e ghiacciolo al limone per me (con l’età si scoprono i sapori stigmatizzati in gioventù).

Gli ultimi 4 giorni di vacanza (per un totale di 6!) si sono così susseguiti: ore 8.30-12.30 spiaggia di Lacona, rientro nel nostro miniappartamento attufato per pranzo prevalentemente a base di pasta col tonno e/o sughi pronti, superpennichella, televisione spazzatura, lettura, cruciverba e quant’altro, ore 16.30-19.30 ancora mare, poi rientro in mini appartamento attufato, toletta e via verso una nuova avventura mangereccia in uno dei paesini dell’isola.

Il più bello in assoluto è Capoliveri, ex borgo di minatori, arroccato in collina, dalle cui terrazze si possono ammirare panorami mozzafiato al tramonto.

Che immagine romantica, io e il maritino abbracciati che guardiamo il mare caldo pronto ad accogliere un sole ormai stanco, manco fossimo in una copertina di un 33 giri di Claudio Baglioni!
A Capoliveri è bello passeggiare per le viuzze in salita, tra gradini altissimi e archi bui che aprono a prospettive impreviste, e poi fermarsi in piazzetta a bere una birra fresca, guardare la gente, fare due chiacchiere e mettere a confronto le braccia per vedere chi è più abbronzato.

Ma a Capoliveri è commovente andare al ristorante il Chiasso (gentilmente suggerito da Marco Massarotto) e ordinare il cacciucco speciale di Luciano che inebria lo spirito e i sensi e illumina il mio volto di gioia.

E poi c’è Portoferraio, troppo fashion, troppo patinata e brulicante di forestieri briatoreggianti col colletto della polo all’insù e poi barche, yacht, chill out e quell’olezzo stantio di buddha bar oramai sconfitto dal tempo.
Ma ci piace vedere anche questa umanità mentre friendfeediamo sul lungomare sorseggiando il nostro aperitivo che miracolosamente ci costa solo 5 euro.

La collettività di Porto Azzurro è più variegata e ci priva del piacere della derisione come a Portoferraio, ma almeno è colorata, rumorosa, allegra e fa compagnia, anche se di ventenni e trentenni neanche l’ombra!

Forse ce n’è qualcuno di più a Marina di Campo dove imperversano i pub e qualche localino lounge minimal, sia di arredamento che di avventori.

L’isola d’Elba è semplicemente così, in gran parte selvatica, un po’ arcigna e arroccata sulle sue sicurezze, un po’ renitente, ma generosa, coi suoi tempi e i suoi ritmi.

L’isola ti accoglie, ma non ti coccola, ti da’ ciò di cui hai bisogno, ma senza smancerie.

L’isola è ferma lì, non aspetta te, e quando arrivi è contenta, ma il suo sorrriso sarà sempre a mezza bocca.

One Day intensive tour a Torino

Category : esperienze

torino-magicaLa mia esperienza torinese si è conclusa tra mille lacrime… la concentrazione di pollini in città è altissima e forse è questo l’unico motivo per cui non vedevo l’ora di ritornare a Roma. Ma non prima di aver visitato tutto il visitabile possibile nel poco tempo rimastomi. Rianimata da un’ overdose di antistaminici  e armata di una consistente quantità di fazzolettini di carta, ho inaugurato il mio tour tra i mille volti di Torino.

Ad accogliermi per prima piazza Solferino, sede della nuova porta della città dove campeggiano i due “gianduiotti” realizzati da Giugiaro in occasione dei Giochi Olimpici del 2006. I due padiglioni sono da anni oggetto di polemiche relative alla loro rimozione che, a mio modesto parere, sarebbe opportuna dato che queste due enormi strutture sono lasciate abbandonate e appesantiscono l’armonia della piazza, oscurando la bellezza della Fontana Angelica delle Quattro Stagioni. Dalla piazza, lungo Via Pietro Micca (via obliqua rispetto alle altre strade squadrate del centro storico) mi ritrovo catapultata nel passato quando raggiungo la suggestiva Contrada dei Guardinfanti, una delle zone più vetuste della città, ornata da stradine strette e sinuose su cui fanno orgogliosa mostra di sé antiche e moderne botteghe, laboratori artigianali e negozi di alimentari ricchi di prodotti tipici piemontesi. La vita sembra scorrere lentamente e l’alternarsi di architetture medievali, rinascimentali e barocche restituiscono una fascinosa atmosfera indefinita avulsa dal ritmo veloce del traffico, che scorre isterico a poche centinaia di metri più in là. La contrada prende il nome dalle voluminose intelaiature a forma di campana, che gonfiavano la vanità delle gonne delle dame di un tempo.
Oltrepassata la Via dei Mercanti, il ritorno al presente è sancito dalla shoppingosa e pedonale Via Garibaldi che incrocia Via Della Consolata, al termine della quale si apre la piazza che ospita il Santuario della Consolata, dedicato alla Madonna Consolatrice, come reca l’iscrizione latina sul portale. Non è dato sapere il motivo per cui abbia assunto tale nome, quasi a voler essere lei stessa consolata. Mah, uno dei tanti misteri della Fede…Meglio “abbassarci” a tematiche più terrene per segnalare il dirimpettaio storico locale Al Bicerin, dove nacque il memorabile caffè al cioccolato e crema di latte.
Pochi passi più in là ed eccomi al centro dell’area cittadina in cui si concentra la “tendenza”, il Quadrilatero Romano, cuore della night life ricco di locali, caffè, enoteche, wine bar, ristoranti e dehors (parola ricorrente qui in città per definire i locali all’aperto). Ma il ricordo più intenso è legato al ristorante Le 3 Galline, di antica tradizione piemontese dove ho assaporato raffinati, ma consistenti antipasti e una saporitissima anatra all’arancia innaffiata da vino di ottima qualità: una gustosa e prelibata esperienza dei sensi…
Mi basta attraversare la strada e immettermi nel centro di Piazza Repubblica per ritrovarmi nella parte vitale della multiculturalità torinese. Il mio sguardo vaga smarrito tra i colori delle bancarelle ricche di frutta e tessuti di ogni parte del mondo, l’olfatto rapito dai profumi delle prelibatezze orientali, l’udito confuso dagli idiomi magrebini e levantini. E un senso di timore per le sorti del mio portafogli. Sì, il diverso mi attira, ma mi intimorisce ancora: malinconica constatazione che cerco di superare addentrandomi fino al più profondo ingorgo tra le diverse umanità in cui spicca il timido e bianco colore della mia pelle. Superato il disagio, osservo, tocco, annuso ciò che mi circonda e lo lascio dietro di me per raggiungere la porta nord, Porta Palatina e il suo circostante Parco Archeologico. Nella piazza antistante (piazza S. Giovanni) si erge la  rinascimentale Cattedrale di San Giovanni Battista.
Il sole picchia forte e la fame comincia a punzecchiare lo stomaco. La cairbodrato-fobia da troppi pranzi a base di panini e piadine viene immediatamente cancellata dal ricordo di un luogo dall’aspetto biologico e naturale in cui mi attendono nuovi orizzonti culinari pseudosalutisti. A passo svelto ritrovo il ristorante Exki dove mi seduce una briosa e leggera insalata di cous cous, una fetta di torta salata al formaggio e una macedonia di ananas a rinfrescare le assetate papille gustative. Pranzo leggero, sano e nutriente. Dopo due ore c’ho di nuovo una fame, ma ometterò di proposito il momento dedicato alla succulente e calorica pausa gelato.

Quindi… dopo pranzo mi ritrovo nel centro del centro di piazza Castello dove sorge Palazzo Madama, ma la mia attenzione è rivolta alla cancellata bronzea del Palazzo Reale la cui entrata è sorvegliata dalle statue di Castore e Pollluce. Non per amore dell’arte, né per la mia conclamata passione per i miti greci (dagli antichi aedi alla mitica Pollon) bensì perché si narra che quella sia la  linea di confine tra la Torino magica e la Torino diabolica nonché il luogo in cui si concentra l’energia positiva di tutta la città. Una volta trovato il punto esatto di equidistanza tra i due Dioscuri spalanco le braccia ad accogliere tutta la positività possibile. Una lunga inspirazione, uno sguardo alla barocca chiesa senza facciata di S. Lorenzo e poi via lungo i portici che ospitano gli ingressi della Biblioteca e dell’Armeria Reale fino al Teatro Regio. Sono ormai le 2 passate e non so se proseguire verso nuovi orizzonte o ridare uno sguardo a ciò che già avevo avuto modo di visitare. Mi riferisco a Piazza Carignano e al suo Palazzo che fu testimone della nascita dell’Unità di Italia, piazza S. Carlo, altrimenti detta il salotto bene di Torino, che accoglie le chiese gemelle di San Carlo e Santa Cristina, nonché il riconoscibilissimo monumento equestre a Emanuele Filiberto e infine la commerciale via Roma. Ma considerato che non ho alcuna intenzione di fare shopping, nè tanto meno quella di confondermi nella marmaglia delirante di ragazzini che sbraitano e sbavano sotto all’ingombrante palco di Amici (sì, quelli della De Filippi) che oscura le bellezze della piazza, non ho scelta, seguo la via Po che mi guida fino a una delle piazze più ampie del mondo, Piazza Vittorio Veneto. Di fronte a me il verde Po, superato il quale mi ritrovo di fronte alla chiesa della Gran Madre di Dio che, secondo un’antica leggenda, pare abbia accolto nei suoi sotterranei il Sacro Graal. La grande forza esoterica è con me e mi spinge con coraggio a inerpicarmi pedibus calcantibus lungo la ripida (va be’, non tantissimo, ma il sole picchia) salita al Monte dei Cappuccini, famoso punto panoramico su cui si erge la chiesa di Santa Maria del Monte. Stremata dalla fatica mi accascio su una panchina sotto la frescura ed è qui che medito la malsana convinzione di meritarmi un gelato a gratifica di cotanta impresa. Ma del mio peccato di gola non racconterò.

Una buona mezzoretta è quanto mi ci vuole per riprendermi e affrontare la discesa verso il Lungopo. Durante la passeggiata decido che se un giorno o in una prossima vita abiterò a Torino, prenderò casa proprio qui tra le rigogliose e verdeggianti colline torinesi, non troppo lontane dal centro cittadino.

La mia passeggiata sta per volgere al termine (sono le 4 del pomeriggio e sto camminando dalle 10 e mezzo del mattino!!!), la fermata dell’autobus che mi porterà al Lingotto è ancora molto molto lontana e mi toccherà attraversare i viali alberati del Parco del Valentino, per raggiungerla. Curato, pulito e pullulante di nonni, bambini, bikers e innamorati,  il parco ridà vigore alle mie stanche membra e il contatto diretto con la natura rigogliosa appaga ogni desiderio tranne uno, ma non vi racconterò di quel gelato divorato sulla panchina di fronte al fiume. Il fiabesco Castello del Valentino, mi viene interdetto da un folto gruppo di stanchi e accaldati poliziotti, a causa del G8 dell’Università.
Manca ormai solo un’ultima tappa al mio one-day intensive city tour, l’antico Borgo Medioevale, un immaginario villaggio che riproduce gli edifici piemontesi del XV secolo. Il destino vuole che ne visiti la Rocca gratuitamente, e gliene sono grata non provando emozione alcuna in questo posticcio salto nel medioevo.
Appagante è invece la vista della sontuosa Fontana dei Dodici Mesi in stile liberty, ultimo assaggio d’arte della mia visita nella superba, elegante, ma decisamente vivace e accogliente capitale piemontese.

Torino mi ha mostrato orgogliosa i suoi mille volti e la ringrazio per questo, ma sappia che non finisce qui. Non dimentico che essa sorge nel punto in cui convergono il vertice del triangolo di magia bianca e del triangolo di magia nera. Ritornerò a scandagliarne l’anima oscura, fino ad immergermi candidamente nella sua misteriosa e inquietante atmosfera esoterica.

Torino, letture e quant’altro

Category : articoli

fiera-del-libroTorino, seppur ammantata da un cielo cupo e tenebroso, ha salutato con aristocratica cordialità il nostro arrivo nel primo pomeriggio di ieri.
Dopo una breve sosta in albergo, io e il maritozzo ci siamo catapultati in Fiera. Ad attenderlo, allo stand della Simplicissimus, un considerevole numero di fan di e-book , ansiosi di chiarimenti e illuminazioni sulla nuova rivoluzione tecnologica che mi auguro coinvolga al più presto e in maniera considerevole, il mondo dell’editoria (tiro l’acqua al mio mulino ;) ).
Recuperato il programma della Fiera del Libro, ho preso coscienza degli innumerevoli eventi, reading, presentazioni, concerti e spettacoli che avranno vita nei prossimi giorni. E adesso, come faccio a scegliere? Non ho altra scelta che farmi guidare dall’istinto. La mia passione per i misteri d’Italia mi ha condotto alla presentazione del libro di Ugo Barbara, giornalista e scrittore palermitano, In terra consacrata, un romanzo definito thriller sociopolitico che, partendo dal caso della sparizione di Emanuela Orlandi, ripercorre la vicenda storica tra verità e finzione arrivando a individuare anche una soluzione a uno dei più grandi misteri di Italia che implica le verità a tutti note, ma indimostrabili, che coinvolsero le alte sfere vaticane, la banda della Magliana, il caso Calvi e la figura ambigua di Renatino De Pedis, boss della mala romana, seppellito nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma.
“Un libro che non si riesce a smettere di leggere” ha detto Bruno Gambarotta. Qualcosa mi dice che c’è da fidarsi.
Ma il lungo pomeriggio tra gli stand era appena cominciato e così, girovagando qua e là alla ricerca di situazioni interessanti, mi sono ritrovata nello Spazio RAI al momento del programma radiofonico Fahreneit. Guarnite dalle note mediterranee del gruppo musicale Zina, le poesie di Olga Sedakova ammaliavano il nutrito gruppo di astanti. Io, ahimè, ho una sensibilità poco avvezza a tale genere letterario e me ne rammarico alquanto, perciò ho abbandonato la postazione per ritornare al Caffè Letterario, dove un vivace dibattito politico ha attirato la mia attenzione. L’occasione riguardava la presentazione del libro Flop di Giuseppe Salvaggiulo “Un appassionato e amaro racconto di errori, di occasioni mancate, di false partenze che hanno caratterizzato la parabola e la crisi politica del partito.” A tale dibattito ha presenziato il sindaco di Torino Sergio Chiamparino il quale, in evidente difficoltà, ha risposto all’accusa del mancato ricambio generazionale del PD, rivendicando la necessità di nuovi spazi politici che sostituiscano le vecchie sedi di partito, dove le nuove generazioni possano farsi spazio attraverso la battaglia politica sul campo. Ha totalmente evaso l’importanza, seppur segnalata da Salvaggiulo, della presenza del partito sulla rete, che rappresenta oggi il reale spazio in cui avvengono i grandi dibattiti relativi ai valori e agli ideali che da sempre aderiscono alla cultura della sinistra, come l’ambiente, le politiche del lavoro, la salute e i diritti civili.
Chiamparino ha inoltre riproposto il suo punto di vista in merito alla questione dell’immigrazione, schiaffeggiando la politica dell’accoglienza a favore della difesa dei confini italiani e delle frontiere blindante e in conclusione ha sconfessato la sua presunta scalata alla segretaria del partito, ribadendo la sua volontà di rimanere primo cittadino di Torino.
Dopo tanto, troppo politichese necessitavo di una pausa burlesca o quanto meno spensierata. Ho dato un’occhiata al programma e mi sono detta: ma sì, famose du risate. All’uscita della sala gialla, una folla assatanata di giovani e giovani che un tempo lo furono, si accalcava sulle transenne che li separavano da uno dei miti della musica italiana, il sempre più restaurato Claudio Baglioni che presentava il suo libro Q.P.G.A., inno all’amore adolescenziale acronimicizzato che, da ormai troppo tempo, affabula i Mocci(a)osi di tutta Italia. Troppo entusiasmo per le mie ormai stanche membra che necessitavano di un’ indefinibile esigenza che ha trovato la sua dimensione nell’incontro con l’ironia dissacrante di Flavio Oreglio, reso celebre dalle sue poesie catartiche, che presentava l’ultima fatica letteraria dal titolo All’appello mancano anche i presenti, da cui ha letto alcuni aforismi spassosi e irriverenti.
La giornata volgeva al termine e non poteva chiudersi meglio. La presentazione del libro Il sogno e l’approdo, racconti di stranieri in Sicilia, è stata veramente toccante. Due dei sei autori, Giosuè Calaciura e Davide Camarrone hanno raccontato il tema dell’immigrazione con eleganza e delicatezza, anche quando la violenza e la sofferenza prende il sopravvento sulle povere anime che vagano nel mare alla conquista di un sogno che spesso ha semplicemente il nome della sopravvivenza. Questi racconti sono nati nell’ambito del progetto “Scenario Mediterraneo” e sono diventati tre spettacoli teatrali interpretati da Alessandro Haber e Caterina De Regibus che mi hanno coinvolto emozionato e incantato.
Finisce così la mia prima giornata alla Fiera del Libro 2009.

Torino, arrivo!

Category : annunciazioni

litcamp2009-logoCi siamo, domattina prevista partenza all’alba, direzione Torino, Fiera del Libro e LitCamp.
Mentre il mio maritino affabulerà gli avventori con la sua ars oratoria in merito a La Stampa e-paper e tutto ciò che afferisce all’edioria digitale nella postazione della Simplicissimus, io con la mia telecamerina, mi aggirerò tra gli stand della fiera alla scoperta di novità letterarie, conferme editoriali, conferenze, gossip e tutto ciò che può attirare la mia attenzione.
Ma, al momento oppotuno, abbandonerò la solennità dell’evento istituzionalizzato per tuffarmi nel libero e democratico universo del BarCamp.
Il LitCamp 2009, adorabilmente presentato dallo strampalato Guido Catalano in questo promo, raccoglie non-conferenze che spaziano dal web-giornalismo alla letteratura di genere e non, dalla poesia agli e-book, da Anobii a Agoravox etc etc.  Anche se l’intervento che più  attendo è quello di adriano barone, blogger di cui ignoravo l’esistenza (ma in fondo, chi cazzo sono io) dal titolo  ”La critica letteraria è morta, o almeno fa schifo al cazzo, o comunque non è critica, quindi i critici non si sa chi siano e non fanno il loro lavoro”. E ciò pungola non poco, coniugandole alla perfezione, e la mia vena polemica e quella burlesca.
Armate di fascino (è relativo, lo so, ma c’è a chi piace), simpatia (idem come il fascino) e una discreta capacità di socializzazione, io e me stessa saremo orgogliose di abbeverarci a queste zampillanti fonti del sapere e non ci faremo certo sfuggire l’occasione di intrufolarci nei vari social happening tra le fascinose ed esoteriche locations torinesi.

to be continued

New York: diario di viaggio (quinta e ultima parte)

Category : esperienze

walk-dont-walk Non ci sono più i vecchi semafori di una volta!
Quelli che hanno accompagnato la mia adolescenza nei film americani degli anni ‘80, quelli che indicavano lo stop con un rosso ammonitore  DON’T WALK e ti invitavano ad attraversare con il verde WALK! Sono stati sostituiti da una mano rossa minacciosa e un bianco omino che accenna a un passo.

E’ un truma che ho già subito a Berlino Est quando decisero di sostiuire i vecchi Ampelmännchen con i semafori standardizzati di tutta Europa.

Ma questa triste considerazione non può fermare gli ultimi momenti di vita neyorkese. La caviglia destra ha ceduto sotto lo sforzo delle  lunghe camminate quotidiane, una crema all’arnica allevia le sofferenze, ma il desiderio di visitare ancora la città è incombente. Zoppicando percorriamo il ponte di Brooklyn, la cui parte pedonale è sopraelevata rispetto alle corsie delle auto che sfrecciano creando un effetto dondolìo poco rassicurante. Si vedono i grattacieli di Manhattan e, piccola piccola, in mezzo alla baia, si scorge la Statua della Libertà.
Lentamente raggiungiamo il traghetto che ci porta a Ellis Island, residenza ora del Museo dell’Immigrazione, ma un tempo “porta della speranza” che accoglieva gli emigranti del vecchio continente. E ripenso agli alberi di monete, le galline giganti e i fiumi di latte che vivevano nei sogni dei nostri connazionali e che Crialese riuscì a dipingere nel suo capolavoro cinematografico.  Ma il museo è una specie di enorme sanatorio diviso in un grande atrio al piano terra e, ai piani superiori, le diverse stanze  adibite ai controlli sanitari e doganali. Rimane freddo e asettico e non riesce a colmare le mie aspettative emotive.

Ormai la giornata sta per finire, ci rimane il tempo solo per l’acquisto di qualche pensierino, ma a Manhattan, a parte gli atelier inaccessibili ($$$) di SoHo, ci sono gli stessi negozi di Roma e trovare qualcosa di tipico americano è davvero difficile. Entriamo da Macy’s, i grandi magazzini più estesi del mondo, ma ne usciamo quasi subito. Non ci rimane che spulciare tra le americanate dei New York Gift Shops, dove non mancano le T shirti-love-ny
E’ ora di cena, l’ultima cena newyorkese. Vogliamo accomiatarci con riverenza dalla città che ci accolto e ci lasciamo fagocitare dal ristorante americano più turistico della città, l’Ellen Stardust Diner, nel cuore di Broadway. Gli anni ‘50 sono pacchianamente ricostruiti attraverso foto di Dean Martin, Frank Sinatra, Marilyn e Betty Page, vinili appesi al muro e un piccolo trenino che viaggia su piccole rotaie che circondano il locale. I camerieri agghindati alla Grease ci accolgono con sorrisi a 32 denti e danzando ci accompagnano al tavolo. Sono affabili e gentili sorridono e si lasciano andare a battute forse anche divertenti, se solo riuscissimo a coglierle. Il volume della musica è alto, ma non fastidioso. In una mano sorreggono grossi piatti ricolmi di hamburger, patatine fritte, onion rings e tutte le grasse delizie della cucina americana, nell’altra stringono con ardore un microfono e danno sfoggio delle loro notevoli doti canore. Spaziano dal pop al country, ma danno il meglio di sè nei classici del musical. C’è persino chi sfida Pavarotti intonando un improbabile, ma divertente Nessundorma. Volteggiano tra i tavoli e improvvisano tip tap sulle spalliere dei lunghi  divani. Non riescono a smettere di sorridere e sorridere e seducono i clienti con la vecchia storia del sogno americano che vive proprio lì fuori a due passi da loro: Broadway e i grandi teatri del musical. Ma le lezioni di canto e ballo, ahimè, hanno un costo elevato… Signori turisti, il nostro futuro dipende dai vostri portafogli! Gli occhioni languidi sono un ulteriore incentivo alla nostra generosità che ricolma un grosso cesto di special tips (mance speciali) che si aggira attorno ai tavoli.
Mi faccio contagiare dall’entusiasmo del turista ingenuo e appassionato, ormai sono parte attiva di questo felice quadretto preconfezionato: non riesco a contenere l’impeto di scattare un’infinità di foto inutili e mi scateno insieme a loro, canto, ondeggio e batto le mani a tempo. Sublimo così la stanchezza di questi straordinari giorni newyorkesi.

E’ il momento di rientrare in patria. Il languore mi assale, quante cose non ho vissuto di New York, dai musical di Broadway al Guggenheim Museum, dai gospel di Harlem ai concerti del Blue Note, dalle partite dell’ NBA alle vanitosissime Nail Spa.
Ma quello che più mi è mancato sono stati i newyorkesi, entrare nelle loro vite, correre con loro, e soprattutto vivere la città come una di loro.

New York: diario di viaggio (parte quarta)

Category : esperienze

tehching-hsiesIl Metropolitan sarà pure uno dei musei più grandi del mondo, ma mi fa rimpiangere le tanto odiate freccette direzionali sul pavimento dell’Ikea. Mi perdo nei corridoi tentacolari tra virili bellezze ellenistiche, corpulente armature medievali, vetusti sarcofagi egizi e suppellettili frantumate. Riprendo fiato coi capolavori dell’Impressionismo, i ritratti di Modigliani e poi le ballerine di Degas, la borghesia francese di Toulouse Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Renoir…
In un angolo del 2° piano una giovane artista stende una coperta per terra a riparare il pavimento dagli schizzi dei colori ad olio che cadono dalla sua tela, poggiata sul cavalletto, che riproduce in parte il “Soap Bubbles” di Chardin. Accende il suo I-pod con lo sguardo fisso sul quadro, l’originale, inserisce le cuffie nelle orecchie e la musica la avvolge e la protegge come fosse in una bolla di sapone. Intinge il pennello e riprende da dove aveva lasciato. E io decido che ormai la mia visita è conclusa.

E’ il MoMA il mio museo! Incomincio il mio viaggio nell’arte moderna e contemporanea mondiale e non mi stanco neanche un po’, incuriosita e stupita dalle installazioni e dalle sperimentazioni che mi fanno venir voglia di assemblare materiali, colori e idee. Non sono un artista nel senso quotato del termine, ma posso divertirmi anche io! E così prendo appunti su progetti e decorazioni.
Mi faccio attrarre dai colori che mi inducono al sorriso e trovo piacevoli conferme nei quadri di Chagall primo su tutti, Dalì, Magritte, scopro tanti autori nuovi. E mi ricordo che non mi piace Pollock.
Mi rendo conto che c’è dell’arte che non capirò mai o, forse, non me ne accorgo ma la capisco, dato che mi rimane impressa. Parlo di Tehching Hsieh e le sue one year performance, come, per esempio, essere rinchiuso per una anno all’interno di una cella nel suo loft di SoHo, fotografato costantemente, senza poter nè parlare, nè leggere, nè scrivere, nè tv, nè radio, nè avere alcun contatto con alcuno se non un amico che provvedeva al suo nutrimento. O come rimanere legato con una fune a  una donna senza nè toccarla, nè rivolgerle la parola per un anno e altre simili situazioni estreme…
Che ciò sia arte? Mah, le definirei più che altro sfide “creative” che l’uomo attua contro se stesso per soddisfare esaltazione del prorpio ego e masochismo in un colpo solo. Ma questa è solo un’opinione.

Il vento soffia freddo e forte in questi ultimi giorni nella Grande Mela e io e Marco ci lasciamo tentare da un’altra tendenza che accomuna tutti i newyorkesi,  la ear band, ossia un banale paraorecchi, tanto sottovalutato all’inizio, ma che invece dà una svolta concreta alla nostra capacità di sopportazione al freddo. E così, mano nella mano, guanto nel guanto, ci inoltriamo nella City.
Con le orecchie al calduccio mi accorgo che i rumori della città  sono attutiti, è una sensazione piacevole, continuo a osservare la gente che cammina spedita e improvvisamente realizzo il perchè, perchè i neyorkesi vivono in simbiosi con l’ I-pod! Il frastuono, i clacson, le sirene, i motori, i cantieri… Per giorni ho comunicato urlando perchè a New York la voce della gente è sopraffatta dal rumore!!!

Scendendo verso Downtown, lungo la Broadway, i grattacieli lasciano il passo a palzzoni ingrigiti dallo smog. Negozi di borse cinesi si alternano a botteghe zeppe di Obama’s stuff, merchandising improbabile che celebra il culto del 44° Presidente degli Stati Uniti: magliette, calzini, mutande, orologi, tazze, borse, pupazzi, profumi e prevervativi di Obama, ma only big size!!!
Una frotta di afroamericani, solo afroamericani, cammina lungo la strada, chi parla al telfono in giacca e cravatta, chi si saluta seguendo una certa ritualità, chi cerca di venderti  qualcosa, chi sempilcemente si fa i fatti suoi. Il quartiere è decisamente multiculturale e ci faccio caso perchè non sono abituata, perchè sono italiana.

Qualche isolato dopo comincia NoHo, dove la fa da padrone l’ interior design.
A Chinatown insegne, strisconi e lanterne decorano le vie. Il rosso e il giallo oro illuminano il quartiere movimentato da ristoranti, negozietti di elettronica e di abbigliamento. C’è anche un poco attraente tempio buddista ricavato in un locale al pian terreno di una palazzina.  Gli ideogrammi vivono anche sulle insegne delle banche e degli uffici pubblici, i cinesi parlano cinese tra di loro.

A Little Italy gli italiani si aggrappano alla tradizione della nostra cucina e affiggono le foto autografate di Toni Soprano alle vetrine. Colorano gli stand pipes (colonnine con fontana che si vedono per strada) di bianco rosso e verde  e espongono qua e là il tricolore. Little Italy è molto più piccola di Chinatown e gli italiani parlano americano tra di loro.

New York: diario di viaggio (parte terza)

Category : esperienze

mikejulietA New York si mangia ad ogni angolo della strada, ma anche tra un angolo e l’altro. E dato che io di strada ne ho battuta parecchia… in senso turistico!!!
Pertanto, dall’alto della mia esperienza dichiaro che the Oscar goes to Chiplote Mexican Grill, sponsor ufficiale dei miei chili di troppo degli ultimi 7 giorni. Come esimermi dal decantare le doti libidinose dei burritos stracolmi di carne very very spicy o le enchilladas succulente al queso innaffiate da bevande rigorosamente refill, ossia paghi la prima e poi ti riempi il bicchiere quanto ti pare e tutte le volte che ti pare! Per non parlare di un’altra usanza tipica americna All you can eat cioè entri, paghi una prima consumazione e poi mangi all’infinito, fino a che il tuo stomaco non ti chiede pietà. Poi, appesantita e spossata, osservi la gente per strada e ti si rivela un mondo, quello dell’ over size, pericolo incombente in una società  sempre di fretta che ha una diretta accessibilità a quantità infinita di cibo “saporito” e bevande gassate.  Pensi che in una settimana di vacanza te lo puoi permettere anche tu, in fondo è solo una settimana…, dal contenuto calorico di un mese, però!!! Ma bando alle lacrime di coccodrillo, le prelibatezza culinarie etniche e indigene mi hanno ormai sopraffatto rendendomi incapace di intendere e volere!
E sto ancora godendo del sapore del poc’anzi ingurgitato pancake mattutino, quando vengo abbordata da una entusiasta signora bionda dall’aria sbarazzina da venditrice che mi propone un’offerta alla quale non posso rinunciare, la partecipazione al mitico The Morning Show with Mike& Juliet! Wow! Faccio io, adottando i primi rudimenti di slang americano, senza sapere assolutamente chi siano sti due. E in men che non si dica, mi ritrovo catapultata negli studi della Fox a intonare coretti alla multi level marketing style, sapientemente guidati/imboccati dall’assistente di studio/animatore che, dopo averci fatto dimenare a ritmo di hip hop, così, tanto per riscaldarci un po’,  ci inizia alla sacra arte del pubblico partecipativo. E adesso, tutti insieme, stuporeee!!! E un rotondo ooohhhhh 8| stupito riecheggia nello studio. Bravi, siete un pubblico meraviglioso, e ora disapprovazione!!! E’ il momento del corrucciato uuuuuhhhhh  :S , ma  l’eccitazione dei partecipanti sale fino ad esplodere in una risata contagiosa |D , perchè nei talk show c’è sempre il momento comico!
Istruita e fiera, commento mugugnando per un’ora il bla bla bla sul linguaggio del corpo del dio Obama, sui metodi rivoluzionari di un microchip che si impianta dietro l’orecchio e manda segnali al cervello che inducono il senso di sazietà, e sulle domande del pubblico interattivo allo specialista di turno. Un’inutile, ma molto americana, ora della mia vita!
Si è fatto tardi e il Metropolitan Art Museum è lontano (dalla 47th all’80th) ma ci voglio andare a piedi, serve a smorzare il mio senso di colpa calorico.

Dopo un iniziale imbarazzo alla biglietteria in cui mi si dice che l’offerta è libera, leggo sul cartello che la suggested admission è di 20 $, penso che faccio? la figura della pezzente italiana o impassibile accetto il suggerimento? La mano si avvicina al potafoglio, non ho ancora deciso, sono attimi infiniti scanditi da un montaggio alternato tra il mio PP incerto e lo sguardo serioso e altezzoso del bigliettaio che non distoglie i suoi occhi dai miei neanche per un attimo. La gente dietro, in attesa, scalpita per entrare, la mia mano è dentro al portafolglio, ’sti dollari sono tutti uguali e non so porprio quale afferrare, tiro fuori la prima banconota, riconosco George Washington, è un dollaro, la mano trema mentre allungo la banconota sul bancone ed è in quel momento che scatta l’orgoglio italico e con strafottenza ne tiro fuori un altro, l’ultimo.  Ne devo dare ancora 20 al MoMA è lì non è suggested, ma obbligatorio!

New York: diario di viaggio (parte seconda)

Category : esperienze

La mie 3 giornate solitarie, tutte le mattine, hanno visto la prima luce  del FLAVOUR, healty bar ricco di prelibatezze culinarie degne di una real american breakfast, ma dal sapore chic e raffinato. Far away da grasse e unte omlette con bacon e cetrioli in salamoia, sono divenata oat meal addicted, una calda poltiglia zupposa di fiocchi d’avena arricchita di uvetta, cannella, mela e banana.  Ma a New York c’è da camminare e necessito di sostanziose riserve energetiche . Quale soluzione migliore di un soffice e burroso muffin al cioccolato… Ogni morso, un sorriso gaudente!

Zaino in spalla, guida alla mano e macchina fotografica in tasca, Paola è pronta ad attraversare a piedi tutta Manhattan!

Lungo la 7th Avenue la gente cammina a passo svelto, ma i miei occhi le percepiscono al rallenty, mentre indaffarati frugano nelle proprie borse, smanettano l’Ipod, parlano all’ Iphone, sorseggiano caffè, ma soprattutto passano col rosso, anche davanti a compiacenti poliziotti che sorvegliano ogni angolo della metropoli. In pochi fumano per strada, è vietato persino in prossimità dei portoni e delle entrate di negozi, uffici e locali di ogni tipo. Ma di fumo se ne vede tanto, è quello che sfiatano i tombini, ma è semplicemente un diverso sistema di riscaldamento che usa il vapore come fluido termico. Ecco spiegato tutto quel fumo in Taxi Driver!

Al Madison Square Garden sta per cominciare una delle più importanti mostre canine di tutta l’America  la Westminster Kennel Club Dog Show che decreterà la vittoria di Stump, un dolcissimo Spaniel di 10 anni (il più vecchio in 33 anni di gare) docile presenzialista di tutte le trasmissioni tv e telegiornali americani.
Lascio i vari padroni inebetiti dall’estetica canina e mi avvio lungo il Fashion District attravesrsando la variegata umanità newyorkese: nasi e menti arrotondati o a punta, visi ovali e allungati o tondi e floridi, grassi, molto obesi, ma anche fanciulle dagli evidenti disturbi alimentari, giacca e cravatta, jeans e maglietta, casual e sportivi, le ragazze indossano le UGG, il trend del momento in fatto di calzature, gli sguardi sono tutti rivolti a un pensiero, il mio pensiero è rivolto ai loro sguardi. Ma nessuno si accorge di me, neanche quando mi fermo tra un grattacielo e l’altro a cercare un fascio di sole a riscaldarmi mentre scrivo scomodamente in piedi i miei appunti di viaggio. Fa freddo all’ombra qui a  New York!

Le strade sono pulite,  sono le 11 e ho voglia di un caffè, italiano, ma è un sogno che non potrò realizzare per i prossimi giorni. I grattacieli mi hanno lentamente abbandonato lungo il cammino e  mi ritovo a Chelsea. Il sole è libero di ammantare le strade, it’s sunglasses time!

Tento di riappacificarmi con Starbucks dopo un preliminare incontro/scontro con un frappucino al caramello, fredda poltiglia dolciastra al sapore di caffè, dall’altissimo contenuto calorico. Mi converto a un tè, alla mela, tanto per testare qualcosa di diverso. Ma anche qui il magico tocco americano dell’esagerazione mi  si presenta in una bevanda dolcissima e piccante . L’ho bevuto lo stesso, seduta al mio tavolino, mentre mi studio il prossimo itinerario. Alzo gli occhi e la profezia newyorkese dello Starbucks si avvera: sono circondata da studenti ipnotizzati da facebook col Mac sulle gambe mentre tambuurellano con le dita la musica imprigionata nell’Ipod.
Il  Greenwich Village è giovane, dinamico, gayo, alternativo e verde, in altre parole very very friendly. E’  qui che voglio vivere quando rinascerò a New York, è qui che voglio mangiare nei locali alla mano, ma ricercati nel gusto e nell’estetica  pacata, misurata, ma sofisticata e d’impatto. La Christopher Street è colorata dalle bandiere arcobaleno e dalla moda degna dei Village People, i negozi sgargianti di Bleecker Street, le librerie e i caffè hanno il sapore di movimenti letterari e studenteschi. Il cuore del Village è il Washington Square, parco verde e curatissimo che accoglie bambini, studenti, skater, giocatori di scacchi e chiunque abbia volgia di rilassarsi su una delle tante panchine disseminate qua e là. Ma è il Washington Arch ad imporsi, arco di trionfo del 1889 che segna l’inizio della 5th Avenue.

Mi lascio alle spalle la New York University e mi basta attraversare la strada per notare il repentino cambiamento del paesaggio urbano: assumo un’aria altezzosa e sofisticated, sono pronta per entrare a SoHo!

Vetrine di gran classe, grandi marche, gallerie d’arte, atelier, modernariato e design, atmosfere soft. Niente è esagerato, tutto fa tendenza. Niente che non si possa trovare anche a Roma se non quelle facce bianche, diafane e intellettualodi che non tradiscono alcun sorriso a dimostrazione che arte è sofferenza. Mah!
Cerco di porre rimedio alle mie sofferenze, quelle della fame rintanandomi nell’old fashioned Fanelli Bar di fronte a quello spazio avvenieristico che un tempo ospitava il SoHo Guggenheim Museum, fucina di arte contemporanea e sperimentale, ora sede di un loft Prada. Il disagio della civiltà!

Un veggie burger è la soluzione all’indigestione di proteine animali degli ultimi giorni e mi ricarica per superare Canal Street. E’ un brulicare di bancarelle, cineserie e inutilità da 4 soldi che danno da vivere a cinesi, afroamericani, pakistani, ma all’angolo della strada, come in un m iraggio brilla la madre di tutte le vetrine americane: si apre il sipario sul far west, camicie con frange, stivali a punta, cappelli taxani, e un grosso divano foderato di pelo e corna. Vorrei entrare a spulciare questo mondo ancora lontano, ma la giornata sta per finire e devo ancora arrivare a TriBeCa.

TriBeca è un quartiere in evoluzione, costellato di cantieri che nascondono stili architettonici differenti. Dai nuovi palazzi di vetro a costruzioni con mattoni rossi divisi in loft e mini appartamenti. Cerco la struttra del Tribece Film Festival, ma quello che mi ritovo davanti è il Tribeca Grill!!!Comunque sempre proprietà di De Niro!

Mi consolo con un Donuts e una ciccolata dolcissima e imbevibile, ma è calda e la bevo tutta, il sole si sta spegnendo.

Continuo verso Downtown, intravedo i grattacieli del Financial District, ma nel panorama si apre un vuoto.   Il World Trade Center sarebbe un grosso cantiere  qualunque, come tanti altri, se i turisti la smettessero di cercare il punto di vista più suggestivo per ritrarre una foto ricordo del più grosso disastro umano e civile del millennio.  Tra loro ci sono anche io, ma nessuno dei miei scatti riesce a restituire la profondità di questa ferita. Non riesco a percepire l’emotività degli americani che passeggiano intorno al cantiere, sono presi dalle loro vite ormai e forse non hanno il tempo per fermarsi a ricordare, o forse semplicemente preferiscono guardare avanti. I poster intorno alla retre che circonda il sito mostrano con orgoglio le immagini del progetto futuro, delle nuove torri che rinasceranno sul suolo sfregiato e si innalzeranno fiere verso il cielo a simboleggiare l’orgoglio della Nazione.

New York: diario di viaggio (parte prima)

Category : esperienze

times-square-centralDopo 9 ore di viaggio finalmente sbarchiamo al mitico JFK Airport nel cuore del Queens. Il Queens è uno dei distretti che compongono la città di New York , gli altri sono il Bronx, Staten Island, Brooklyn e il cuore della city, Manhattan. Al centro del centro della ‘isola, precisamente a Times Square, c’è il nostro albergo, struttura alquanto sgarrupata e modesta, ma pulita, centralissima (Midtown) e dotata di Wi Fi!!!
La nostra prima passeggiata ormai nel tardo pomeriggio, si è snodata lungo la luccicante Broadway, il leggendario quartiere che dà vita ai grandi personaggi dei musical da Mary Poppins, al Fantasma dell’Opera, da Shrek al giovane Billy Elliot. Ma questa notorietà se la fanno pagare cara!!! Perciò credo che rimarrano volti sorridenti su cartelloni giganti. La gente corre e corre, ognuno ha una meta precisa, solo io alzo lo sguardo verso il cielo e mi sento inghiottire dai grattacieli sbrilluccicosi. Ma mi piace, sentirmi piccola piccola è una sensazione che non provo mai, perciò me la voglio godere! Divento subito amica dei grattacieli.
La serata ormai volge al termine e non ci resta che porre fine alla stanchezza con un grassissimo cheesburger e patatine fritte ketchupose. Con la panza soddisfatta, abbandoniamo gli sfarzi della città che non dorme mai e ci rintaniamo nella nostra minuscola stanza d’albergo.

L’indomani, domenica, la sveglia suona presto…troppo presto. Alle 5 ho gli occhi sbarrati, Marco dorme beatamente. rimango a letto, pensando tanto prima o poi mi riaddormento...ma nulla di fatto. Le 8 arrivano presto e siamo già pronti per la colazione. Cappuccino e muffin da Europa cafè, ora comincio a intendere e volere. Usciti dal bar i grattacieli ci sovrstano con imponenza, ma in fondo siamo noi gli intusi, perciò faccio loro l’occhiolino e timidamente ci facciamo largo tra le stradine della metropoli fino a raggingere il posto della domenica, che non è una chiesa, a parte la piccola visita alla St. Patrick Church, ma è il cuore verde di New York, Central Park!
Tipologie di umanità differenti animano i sentieri che si sviluppano tra gli alberi di olmo, felci e piante tropicali. Una ragazza di colore canta a squarciagola mentre volteggia su pattini ani’80, breakers e skater si esibiscono in acrobazie ardite, e poi musicisti jazz, suore che battono il tempo della musica, bambini che si rincorrono, ragazzi che si baciano, uomini e donne che passeggiano col proprio cane. C’è chi cammina da solo lentamente immerso tra i propri pensieri, ch fa jogging con l’immancabile Ipod, poliziotti a cavallo e bici che sfrecciano impazzite sulle piste ciclabili. Sono felice, abbraccio mio marito e come una bambina entusiasta e curiosa  mi inoltro nello zoo, alla ricerca dei pinguini. Li trovo, sono tanti e si tuffano come saette nell’acqua, ma non ci sono nè Melman, nè Alex, nè Gloria, nè Marty.

Durante la passeggiata vengo rapita da una soave armonia musicale,  note corpulente escono dalla voce di una ragazzetta caruccia, dai capelli rubini che intona con vigore Over the Rainbow…forse da un momento all’altro sbucherà Dorothy da dietro un cespuglio alla ricerca della strada con i mattoni gialli, mi guardo intorno, ma non la trovo, faccio 2 passi ancora e mi ritrovo negli  StrawberryFields. Ci mettiamo a cantare, è inevitabile.

Usciamo da Central Park e ci ritroviamo nella chicchissima Central Park West Avenue, dove si affacciano le palazzine delle celbrità. Davanti a ogni portone  la classica tenda che si allunga fino al ciglio della strada…e il portiere in livrea che sorride ai visitatori aprendo loro lo sportello della macchina e guidandoli fino all’entrata.
La gente che passeggia lungo il viale sa di essere ricca e si muove con consapevolezza con i loro chiwawa al guinzaglio e chili e chili di silicone a riempire quelle maschere che ricoprono i volti delle signore che in gioventù dovevano essere molto diversi.
La fame si fa sentire, non ci resta che buttarci sul solito e calorico cheesburger e, mentre lo addentiamo, entrambi sappiamo che non sarà l’ultimo della vacanza.

Poi il vento freddo! Ci rifugiamo al Virgin Megastore e al mega centro di Toys R Us dove una ruota gigante raccoglie grandi e piccini. La tentazione è grande, ma questi 4$ me li posso risparmiare. Ci sono stata da poco su una ruota panoramica, ero a Mondello e vedevo il mare.

Ma è arrivato il momento di compare un paio di scarpe, la scusa pronta ce l’ho,  ho bisogno di un paio comodo per camminare, domani mi aspetta una lunga  e solitaria scarpinata per le vie di Manhattan! Attacco bottone con tutti i commessi, mi piacciono i newyorkesi, je và de chiacchierà e a me me piace de parlà co l’estranei!

Sfatti e provati, alle 6 p.m. ritorniamo in albergo per una pausa-riposino. Ma il riposo del guerriero ha annientato persino l’istinto primordiale della fame, cosa in me più unica che rara. Marco mi lascia narcolettica in albergo e si rimedia una cena frugale in una Times Square perennemente luccicante e piena di umanità.

I miei ritmi circadiani sono totalmente compromessi, dormo dormo e dormo. Maledetto jet lag!