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Tour delle Fiandre in bicicletta: da Bruxelles al Mare del Nord (Gent-Oostende-Brugge)

Dopo due giorni di pedalate, i nostri muscoli decidono di inscenare una forma di protesta liberando crampi e fitte lancinanti.
Ma nulla può ormai scalfire l’ebbrezza del viaggio a cavallo delle nostre fedeli biciclette!
Come tutte le mattine la sveglia suona alle 7. Colazione, doccia e via in sella in direzione di Gent.
La LF5 (Flanders Cycling Route) è la pista ciclabile che dobbiamo continuare a seguire. Le cartine sono abbastanza chiare per una visione d’insieme del viaggio, ma per i particolari, gli incroci, i cambi di direzione, le salite e le discese, ci dobbiamo affidare alle indicazioni dettagliate che ci ha fornito il tour operator, le quali, però, sono un po’ troppo approssimative e forse non aggiornate, dato che spesso ci ritroviamo davanti a strade inesistenti. Fermarsi per chiedere informazioni ci fa perdere diverso tempo.
Il paesaggio che ci circonda è decisamente bucolico e ricco di corsi d’acqua, raramente si scorgono chiesette e monasteri, qualche cimitero e vecchie linee ferroviarie. Il percorso prestabilito non prevede, purtroppo,  il passaggio tra i pittoreschi villaggi che riusciamo a scorgere solo in lontananza.
Lungo un tragitto, tutto sommato monotono, tranquillità e silenzio ci accompagnano, fino a perseguitarci!!!

Ma le lepri che scorrazzano da una parte all’altra, le capre che ruminano in pace, le mucche e i tanti animali che incontriamo, ci sorprendono colmando l’atmosfera giocosa che l’umorismo di Marco aveva già ampiamente impreziosito.

Forse perchè abituati alla Donauradweg, particolarmente attrezzata e confortevole, la Flanders Cycling Route non riesce a sostenerne il paragone per i servizi, per la chiarezza delle informazioni (soprattutto per quanto riguarda le intersezioni dei percorsi, i knooppunten) ma più di ogni altra cosa, per bellezza e varietà dei panorami.
Lungo il Danubio una delicata brezzolina rinfrescava gli animi. Nelle Fiandre, invece, il vento è il nostro nemico numero uno!
Ci si oppone con tutto il suo impeto, facendoci vivere una pedalata in pianura e in prima come un’impresa titanica!!!
Da quel momento in poi il soffio possente di Eolo non ci ha più abbandonato!

Arrivati a Gent scopriamo una città imbacuccata da un cantiere a cielo aperto: strade interrotte, grossi macchinari e impalcature ne nascondono le bellezze.
La Cattedrale di San Bavone (Sint-Baafskathedraal) è chiusa e non possiamo ammirare l’Adorazione dell’Agnello mistico dei fratelli Van Eyck.
Non ci rimane che passeggiare lungo il canale principale di Gent e ammirare i palazzi gotici e rinascimentali e le case con pignone.

Brugge, invece ce la godiamo per quasi due giornate.
Ammiriamo i giochi di luci e colori che il cielo incerto regala ai palazzi fiamminghi, riflessi nei pittoreschi canali che decorano i pavé tanto ostili alle due ruote.
Il Markt, circondato dalle maestose Case delle Corporazioni, da secoli si abbandona alle note del grande carillon di 47 campane dell’antico Belfort.
Romantica ma  intrigante allo stesso tempo, Brugge offre anche diversi ristoranti caratteristici dove ho nuovamente assaggiato le moules frites, ma per il prezzo a cui le vendono (circa 2o euro per una porzione molto abbondante) preferisco spendere la metà per una più gustosa e italiana impepata di cozze!
Il piacere di mangiarle pizzicandole con lo stesso guscio a mo’ di tenaglia, è, però, divertente e anche sofisticato e, tutto sommato, l’abbinamento cozze, birra e patatine fritte (orgoglio nazionale per la “speciale” tecnica della doppia cottura) riesce a comporre un gusto particolare e sfizioso.

[Ristorante consigliatissimo a Brugge: den Amand, Sint-Amandstraat, 4]

Purtroppo nè a Brugge, nè a Gent abbiamo potuto visitare i beghinaggi, i musei o i famosi arazzi fiamminghi.
Le pedalate quotidiane di circa 60 km per raggiungere le grandi città riempiono le intere giornate! Ma il tempo per assaggiare le famose praline e le orangette riusciamo a ricavarlo!

E’ il nostro ultimo giorno da ciclisti, ma la pioggia incessante e il vento forte ci persuadono a lasciare le due ruote e a prendere il treno per raggiungere la suggestiva costa del Mare del Nord!
De Haan, cittadina incantevole dall’atmosfera belle époque, è una stazione balneare a misura di bambino. Tra una giostra e un grosso parco giochi risuonano le voci dei bimbi che si divertono a rincorrersi fino al lungomare.
Ristoranti, chioschi di gaufres, negozi di costumi da bagno, sdraio e ombrelloni (in controtendenza con i nuvoloni nel cielo e una temperatura attorno ai 15 gradi!) animano le passeggiate dei residenti.

Qualcuno ha anche il coraggio di tuffarsi nel mare grigio, i bambini, con i piedi nell’acqua gelida, raccolgono la sabbia per costruire castelli di fronte a insoliti bagnini protetti da giacche a vento. Ritorniamo indietro verso Oostende. A Oostende scarseggiano le bow windows e palazzi con frontone a gradoni, ma le vie commerciali sono frequentatissime e si respira una certa aria di mondanità.
La lunga spiaggia puntellata di cabine deserte non evoca lo stesso fascino di De Haan a causa della presenza di palazzoni costruiti quasi in riva al mare.
Ma volgendo lo sguardo in alto, mi lascio incantare dallo spettacolo degli innumerevoli aquiloni che si rincorrono tra le nuvole.
Non sento più freddo e il vento, che tanto ho odiato durante le pedalate, diventa improvvisamente complice di questo romantico quadro in cui io e Marco siamo due piccoli puntini felici.


Tour delle Fiandre in bicicletta: da Bruxelles al Mare del Nord (Bruxelles-Anversa)

L’irrefrenabile voglia di una vacanza in mezzo alla natura ci ha portato a sfidare i nostri limiti con una lunga pedalata attraverso le Fiandre fino al Mare del Nord.
Il mio animo sportivo però si declina esclusivamente su argomentazioni teoriche e ad esso non corrisponde alcun fisico nerboruto né tantomento allenato!
Ma l’entusiasmo e i lieti ricordi della biciclettata lungo il Danubio di 3 anni fa hanno sopraffatto le ultime diffidenze.

L’arrivo a Bruxelles, nell’accogliente suite dell’albergo, non ha fatto altro che fomentare l’euforia per la vacanza che sarebbe cominciata l’indomani mattina col noleggio delle due biciclette che ci avrebbero accompagnato attraverso 5 tappe lungo i suggestivi e pianeggianti percorsi delle Fiandre.

Bruxelles mi ha lasciato alquanto indifferente, nonostante sia perfettamente disegnata dalle linee dell’Art Nouveau e riesca a distinguersi con l’ elegante alterigia delle sue imponenti chiese gotiche disseminate tra i palazzi in stile fiammingo.
Ciò che l’ha resa godibile è stata la caotica festa lungo le strade del centro storico che hanno visto il famoso Manneken-Pis “vestito a festa” con i colori della birra locale, la Delirium Tremens.

Pedalare da Bruxelles verso Leuven, antica città universitaria belga, è stato frustrante,
mortificante e distruttivo al punto che i miei nervi sono saltati,
abbandonandomi a un delirio isterico, in uno scenario naturale così ostile, che mi sarei seduta a piangere per ore in attesa di un principe azzurro su quattro ruote motorizzate.
Ma la calma e la dolcezza del mio principe in bicicletta hanno rischiarato il cielo plumbeo che incombeva sul nostro cammino. E così, lentamente, siamo arrivati alla stazione di Leuven.
Dopo aver mandato le peggiori maledizioni al tour operator che non ci aveva assolutamente allertato della difficoltà del percorso del primo giorno, abbiamo preso il treno per completare il restante percorso fino a Mechelen .

Mechelen, la città delle 197 campane, è vivace e allegra e regala alcuni scorci colorati e pittoreschi. Ma anche tanta musica. Eravamo lì proprio nei giorni del Maanrock: due grossi palchi allestiti nel centro storico, artisti più o meno conosciuti e giovani talenti brufolosi. E litri e litri di birra che mi hanno fatto dimenticare l’incazzatura della mattina.

Il secondo giorno solo 36 km (rispetto ai 69 previsti del giorno prima) ci
separano da Bornem (4 case, il nostro albergo e nulla più).
Siamo arrivati a destinazione a ora di pranzo, sfrecciando su un percorso finalmente pianeggiante e, come suggerito dalla guida, abbiamo preso il treno verso Antwerpen (Anversa) la città di Rubens e la seconda più grande del Belgio.
Capoluogo studentesco, famoso per la sua industria del diamante, ha un vivacissimo centro ricco di vie commerciali dai negozi più diversi. Ma ha anche un cuore storico che batte nel Grote Mark dove campeggia la statua di Brabo che tagliò la mano al gigante Antigono.
Ma ciò che le regala il suo fascino è il porto sul fiume Schelda coi suoi vecchi cantieri e il Castello Het Steen dalla cui terrazza, al tramonto si possono ammirare i colori assopiti del sole che, stanco, a fine giornata, si ritira tra le acque del fiume, lasciando dietro di sè pennellate di luce che fendono il cielo scuro del Belgio di fine Agosto.

to be continued…


Looking for the Craic

wonderleprechaunCRAIC è una parola di origine gaelica che non ha un corrispettivo in inglese perchè è un modo di essere tipicamente irlandese. Può essere tradotto con having a good time or a laugh
A good craic is always social
, perchè il craic si sprigiona solo in compagnia, tra chiacchere, scherzi e pinte di birra.
Ma c’è solo un modo per scoprire l’essenza del Craic: come over to Ireland and have some craic yourself!

Sono passati 10 anni dalla prima volta che incontrai Dublino.
Allora era estate e il verde caldo brillava tra le strade della città e tra i vialetti di St Stephen’s Green. In questi giorni, invece, ci ha accompagnato un freddo mansueto e il sole ci ha scortato impedendo alla pioggia di importunare i 4 giorni di vacanza con le mie amichette del cuore.

O’ Connel Street, Dawson Street, Grafton Street, passerelle festose dello shopping natalizio, scintillavano tra luminarie, colori, abbondanze e sorrisi della gente. Perchè, sarà forse un luogo comune sugli irlandesi o forse è proprio quel craic che ribolle nel sangue, ma io di musi lunghi qui ne ho visti ben pochi!
Con questo non voglio certo affermare che tutti gli Irlandesi siano persone allegre e felici e che vivano la propria vita in uno stato di beata inconsapevolezza, ma camminando per la città si percepisce una generale sensazione di pacato buonumore diurno.
Già, perchè poi la notte avviene la trasformazione che spesse volte prende anche forme eccessive di ebbrezza distruttiva, altre volte invece rimane un’estrema convivialità e socievolezza che sbevazza allegramente danzando, dispensando baci e abbracci in un tripudio festoso collettivo.

La gente di Dublino si riversa nei pub già dal tardo pomeriggio, gli uomini ancora in giacca e cravatta, i ragazzi in maniche corte sfidano il freddo, le giovane fanciulle abbandonano le divise da collegiali per arrampicarsi su tacchi vertiginosi esibendo lunghe e spesso possenti cosce, le più ardite anche prive di collant!!!
Siamo a Temple Bar tra Dame Street e il fiume Liffey. Da un vicolo si scorge lo spettacolo di luci e ombre delle tre lampade che illuminano l’ Ha’ Penny Bridge, mentre dai pub fuoriescono le intramontabili note dei classici da Knockin’ on Heaven’s Door a No Woman No Cry passando per Wild Rover…

10 anni fa parlavamo con chiunque e tutti erano interessati a sentire i nostri racconti e a bere con noi. Si parlava dell’Italia, del giro che avremmo fatto per l’Irlanda, di cosa studiavamo e di ciò che ci piaceva fare e ascoltavamo consigli e suggerimenti, si beveva insieme, ci offrivano molte birre…del resto, eravamo due belle fanciulle…
Oggi non è stato così.
Abbiamo incontrato tanta gente, parlato con pochi, se non per chiedere informazioni alle quali ci hanno risposto sempre con gentilezza e disponibilità, ma poche chiacchiere e nessuna convivialità come i vecchi tempi.
Cinguettavo qua e là da un ramo all’altro, nel tentativo si sfoggiare (o meglio di rispolverare) il mio inglese, memore dei tempi che furono, anche per la mia spasmodica esigenza di parlare con la gente. Il risultato è stato molto modesto rispetto alle aspettative.
Qualcosa è cambiato. A questo punto potrebbero aprirsi molte riflessioni di natura sociale sull’argomento, ma preferisco pensare che forse è l’inverno che infreddolisce le relazioni umane.

Perciò mi sono consolata con la cultura visitando la bellissima e inquietante mostra  WHAT IF presso la Science Gallery.
Ispirati dai grandi interrogativi sull’esistenza umana, designer e artisti di tutto il mondo hanno dato vita a provocatorie forme d’arte, spesso ai confini del gusto e dell’etica, rimettendo in discussione, nel bene e nel male, valori quali la genuinità, la spontaneità e la naturalezza, delle volte in nome del progresso, altre volte per puro compiacimento estetico/intellettuale. “Cosa succederebbe se i nostri pensieri fossero di pubblico domino o se potessimo usare l’olfatto per scegliere il partner perfetto o se si potessero coltivare i farmaci sul nostro stesso corpo o ancora se ci fossero delle macchine in grado di leggere le nostre emozioni e se la carne fosse prodotta in laboratorio?”  WHAT IF  è una visione del mondo, è  il piacere di immaginare le possibili e infinite direzioni in cui un’idea, un pensiero, una storia può andare.

E il nostro viaggio è andato verso Clontarf, quartiere a nord di Dublino che ha visto nascere Bram Stocker. La passeggiata lungo il Bull Wall ci ha regalato uno scenario meditativo e amabilmente malinconico soprattutto perché incorniciato da un cielo paffuto di nuvole bianche che scoprivano, di tanto in tanto, corposi e accecanti raggi di sole che scaldavano il cammino.  Sull’immensa distesa della spiaggia di Bull Island i bambini manovravano grossi aquiloni che volteggiavano in aria insieme ai gabbiani. Sullo sfondo si intravedeva l’intensa attività del porto di Dublino.

“Oh my Cod!” recitava un cartellone pubblicitario su una fermata del bus, è ora di pranzo! Fish and chips…tanto per cambiare!

La cucina non è certo uno dei punti forti della cultura irlandese, anche se ho apprezzato molto l’Irish Stew, soprattutto quello assaggiato ad Avoca da Fitzgerald’s locale ben noto ai telespettatori irlandesi perchè location della serie tv Ballykissangel, storia di un giovane prete cattolico di Manchester che viene trasferito in una piccola comunità irlandese.
Avoca si trova nella contea di Wicklow e ci si arriva comodamente tramite un day tour in bus che ci ha condotto verso
la valle dei due laghi, Glendalough, attraverso paesaggi boschivi dai profili scoscesi, sentieri che si inerpicano lungo anfratti mistici e scenari dai forti contrasti cromatici che solo la luce del nord riesce a restituire.
Questo paesaggio ascetico ispirò l’anima anelante di St. Kevin a porre la prima pietra del suo centro monastico e avrebbe ispirato anche noi verso profonde riflessioni sui massimi sistemi se l’eccessivo e scoppiettante craic dell’autista non ci avesse stonato per tutto il viaggio con
le canzoncine natalizie e il suo umorismo spicciolo da animatore turistico.

Voglio ritornarci ancora in Irlanda e forse mai capirò da dove nasce questa misteriosa entità che scorre nel sangue degli Irlandesi e che continua a renderli un popolo allegro, esuberante, brillante e vitale. Riscoprirlo ha reso questa vacanza bellissima e ancor di più perchè ero con persone speciali insieme alle quali finally I had some craic myself!

P.S. Abbiamo dormito nel Charles Stewart B&B. Ve lo consiglio, economico, pulito e centralissimo.

E per una pausa caffè che assomigli a un espresso italiano, fate una sosta da Butlers dove vi aspetta un tripudio di cioccolata di ogni sorta.

Isola d’Elba: manuale di sopravvivenza

isola d'elbaL’Isola d’Elba è molto bella, ma in Italia abbiamo mari più limpidi, panorami più incantevoli e suggestivi che gravano meno sul portafogli (alcune zone della Puglia, la Sicilia e la Calabria per esempio) dove si mangia meglio e c’è più vita notturna.

Ma all’isola d’Elba se sei innamorato, hai voglia di belle spiagge libere, pulite e un minimo attrezzate, mare trasparente, poca confusione e voglia di stare core a core col tuo amore, è il posto che fa per te.
Ma attenzione, l’isola impervia non ti aspetta col suo bel tappetino rosso e non si lascia neanche conquistare facilmente.

I primi due giorni infatti, un po’ confusi e maldestri, li trascorriamo a tentare di addomesticarla e sembra che essa non voglia farsi conoscere.
Il nostro tentativo di percorrerne il perimetro in auto, alla scoperta delle spiagge e calette più nascoste viene scortesemente deviato dalla stessa strada che ci porta ad inerpicarci tra le curve infinite del Monte Capanne…avessimo visto almeno un muflone…
L’altra spiacevole sorpresa sono i prezzi non esattamente contenuti, del tipo pesche 3 euro e 50 al chilo o cocomero 1 euro e 20 al chilo, che ti passerebbe pure la fame, ma il condizionale è d’obbligo, perchè il cocomero lo compro lo stesso!

Ma non ci lasciamo abbattere nè dalle curve, nè dal cocomero che, vista la strada, mi si ripropone minaccioso a ogni sterzata e, curiosi e ostinati, portiamo avanti la nostra esplorazione nella natura aspra e selvaggia.

Ed eccoci felici e soddisfatti passeggiare sulla spiaggia granulosa di Cavoli (nel comune di Marina di Campo a sud) pienia di ggiovani (categoria sociale particolarmente latitante nell’isola, soprattutto quella compresa nella fascia 20-40 anni). Poco più avanti lo scenario cambia e la spiaggia di Fetovaia, ricca di famigliole felici, si ritrova avvolta dalla macchia mediterranea che regala ampi spazi d’ombra alle nonnine che osservano i nipoti fare i castelli di sabbia sulla battigia. Mano nella mano, io e il mio maritino ci spingiamo più in là fino a scovare un nuovo scenario marino, quello di Pomonte nel comune di Marciana a ovest dell’isola.
La spiaggia di Pomonte è vestita da grossa ghiaia liscia e levigata. Al contatto con le onde del mare le pietruzze cicciotte rotolano e si inseguono tra di loro come giocassero a rincorrersi. Di fronte alla riva, su un fondale di appena dodici metri vicino allo scoglio dell’Ogliera, giace una nave da carico affondata nel 1972.
Altre splendide calette si trovano nella zona nord nel comune di Marciana Marina, tra S. Andrea e Procchio, ma è una zona su cui non ci soffermiamo molto.

Infatti dopo aver visitato gran parte delle spiaggette di cui sopra,  finalmente troviamo la nostra oasi nel lido di Lacona, (a sud dell’isola nel comune di Capoliveri) spiaggia libera, pulita, confortevole, discretamente frequenata (prevalentemente italiani del nord e francesi) chioscodotata per pausa caffè shakerato per Marco e ghiacciolo al limone per me (con l’età si scoprono i sapori stigmatizzati in gioventù).

Gli ultimi 4 giorni di vacanza (per un totale di 6!) si sono così susseguiti: ore 8.30-12.30 spiaggia di Lacona, rientro nel nostro miniappartamento attufato per pranzo prevalentemente a base di pasta col tonno e/o sughi pronti, superpennichella, televisione spazzatura, lettura, cruciverba e quant’altro, ore 16.30-19.30 ancora mare, poi rientro in mini appartamento attufato, toletta e via verso una nuova avventura mangereccia in uno dei paesini dell’isola.

Il più bello in assoluto è Capoliveri, ex borgo di minatori, arroccato in collina, dalle cui terrazze si possono ammirare panorami mozzafiato al tramonto.

Che immagine romantica, io e il maritino abbracciati che guardiamo il mare caldo pronto ad accogliere un sole ormai stanco, manco fossimo in una copertina di un 33 giri di Claudio Baglioni!
A Capoliveri è bello passeggiare per le viuzze in salita, tra gradini altissimi e archi bui che aprono a prospettive impreviste, e poi fermarsi in piazzetta a bere una birra fresca, guardare la gente, fare due chiacchiere e mettere a confronto le braccia per vedere chi è più abbronzato.

Ma a Capoliveri è commovente andare al ristorante il Chiasso (gentilmente suggerito da Marco Massarotto) e ordinare il cacciucco speciale di Luciano che inebria lo spirito e i sensi e illumina il mio volto di gioia.

E poi c’è Portoferraio, troppo fashion, troppo patinata e brulicante di forestieri briatoreggianti col colletto della polo all’insù e poi barche, yacht, chill out e quell’olezzo stantio di buddha bar oramai sconfitto dal tempo.
Ma ci piace vedere anche questa umanità mentre friendfeediamo sul lungomare sorseggiando il nostro aperitivo che miracolosamente ci costa solo 5 euro.

La collettività di Porto Azzurro è più variegata e ci priva del piacere della derisione come a Portoferraio, ma almeno è colorata, rumorosa, allegra e fa compagnia, anche se di ventenni e trentenni neanche l’ombra!

Forse ce n’è qualcuno di più a Marina di Campo dove imperversano i pub e qualche localino lounge minimal, sia di arredamento che di avventori.

L’isola d’Elba è semplicemente così, in gran parte selvatica, un po’ arcigna e arroccata sulle sue sicurezze, un po’ renitente, ma generosa, coi suoi tempi e i suoi ritmi.

L’isola ti accoglie, ma non ti coccola, ti da’ ciò di cui hai bisogno, ma senza smancerie.

L’isola è ferma lì, non aspetta te, e quando arrivi è contenta, ma il suo sorrriso sarà sempre a mezza bocca.

One Day intensive tour a Torino

torino-magicaLa mia esperienza torinese si è conclusa tra mille lacrime… la concentrazione di pollini in città è altissima e forse è questo l’unico motivo per cui non vedevo l’ora di ritornare a Roma. Ma non prima di aver visitato tutto il visitabile possibile nel poco tempo rimastomi. Rianimata da un’ overdose di antistaminici  e armata di una consistente quantità di fazzolettini di carta, ho inaugurato il mio tour tra i mille volti di Torino.

Ad accogliermi per prima piazza Solferino, sede della nuova porta della città dove campeggiano i due “gianduiotti” realizzati da Giugiaro in occasione dei Giochi Olimpici del 2006. I due padiglioni sono da anni oggetto di polemiche relative alla loro rimozione che, a mio modesto parere, sarebbe opportuna dato che queste due enormi strutture sono lasciate abbandonate e appesantiscono l’armonia della piazza, oscurando la bellezza della Fontana Angelica delle Quattro Stagioni. Dalla piazza, lungo Via Pietro Micca (via obliqua rispetto alle altre strade squadrate del centro storico) mi ritrovo catapultata nel passato quando raggiungo la suggestiva Contrada dei Guardinfanti, una delle zone più vetuste della città, ornata da stradine strette e sinuose su cui fanno orgogliosa mostra di sé antiche e moderne botteghe, laboratori artigianali e negozi di alimentari ricchi di prodotti tipici piemontesi. La vita sembra scorrere lentamente e l’alternarsi di architetture medievali, rinascimentali e barocche restituiscono una fascinosa atmosfera indefinita avulsa dal ritmo veloce del traffico, che scorre isterico a poche centinaia di metri più in là. La contrada prende il nome dalle voluminose intelaiature a forma di campana, che gonfiavano la vanità delle gonne delle dame di un tempo.
Oltrepassata la Via dei Mercanti, il ritorno al presente è sancito dalla shoppingosa e pedonale Via Garibaldi che incrocia Via Della Consolata, al termine della quale si apre la piazza che ospita il Santuario della Consolata, dedicato alla Madonna Consolatrice, come reca l’iscrizione latina sul portale. Non è dato sapere il motivo per cui abbia assunto tale nome, quasi a voler essere lei stessa consolata. Mah, uno dei tanti misteri della Fede…Meglio “abbassarci” a tematiche più terrene per segnalare il dirimpettaio storico locale Al Bicerin, dove nacque il memorabile caffè al cioccolato e crema di latte.
Pochi passi più in là ed eccomi al centro dell’area cittadina in cui si concentra la “tendenza”, il Quadrilatero Romano, cuore della night life ricco di locali, caffè, enoteche, wine bar, ristoranti e dehors (parola ricorrente qui in città per definire i locali all’aperto). Ma il ricordo più intenso è legato al ristorante Le 3 Galline, di antica tradizione piemontese dove ho assaporato raffinati, ma consistenti antipasti e una saporitissima anatra all’arancia innaffiata da vino di ottima qualità: una gustosa e prelibata esperienza dei sensi…
Mi basta attraversare la strada e immettermi nel centro di Piazza Repubblica per ritrovarmi nella parte vitale della multiculturalità torinese. Il mio sguardo vaga smarrito tra i colori delle bancarelle ricche di frutta e tessuti di ogni parte del mondo, l’olfatto rapito dai profumi delle prelibatezze orientali, l’udito confuso dagli idiomi magrebini e levantini. E un senso di timore per le sorti del mio portafogli. Sì, il diverso mi attira, ma mi intimorisce ancora: malinconica constatazione che cerco di superare addentrandomi fino al più profondo ingorgo tra le diverse umanità in cui spicca il timido e bianco colore della mia pelle. Superato il disagio, osservo, tocco, annuso ciò che mi circonda e lo lascio dietro di me per raggiungere la porta nord, Porta Palatina e il suo circostante Parco Archeologico. Nella piazza antistante (piazza S. Giovanni) si erge la  rinascimentale Cattedrale di San Giovanni Battista.
Il sole picchia forte e la fame comincia a punzecchiare lo stomaco. La cairbodrato-fobia da troppi pranzi a base di panini e piadine viene immediatamente cancellata dal ricordo di un luogo dall’aspetto biologico e naturale in cui mi attendono nuovi orizzonti culinari pseudosalutisti. A passo svelto ritrovo il ristorante Exki dove mi seduce una briosa e leggera insalata di cous cous, una fetta di torta salata al formaggio e una macedonia di ananas a rinfrescare le assetate papille gustative. Pranzo leggero, sano e nutriente. Dopo due ore c’ho di nuovo una fame, ma ometterò di proposito il momento dedicato alla succulente e calorica pausa gelato.

Quindi… dopo pranzo mi ritrovo nel centro del centro di piazza Castello dove sorge Palazzo Madama, ma la mia attenzione è rivolta alla cancellata bronzea del Palazzo Reale la cui entrata è sorvegliata dalle statue di Castore e Pollluce. Non per amore dell’arte, né per la mia conclamata passione per i miti greci (dagli antichi aedi alla mitica Pollon) bensì perché si narra che quella sia la  linea di confine tra la Torino magica e la Torino diabolica nonché il luogo in cui si concentra l’energia positiva di tutta la città. Una volta trovato il punto esatto di equidistanza tra i due Dioscuri spalanco le braccia ad accogliere tutta la positività possibile. Una lunga inspirazione, uno sguardo alla barocca chiesa senza facciata di S. Lorenzo e poi via lungo i portici che ospitano gli ingressi della Biblioteca e dell’Armeria Reale fino al Teatro Regio. Sono ormai le 2 passate e non so se proseguire verso nuovi orizzonte o ridare uno sguardo a ciò che già avevo avuto modo di visitare. Mi riferisco a Piazza Carignano e al suo Palazzo che fu testimone della nascita dell’Unità di Italia, piazza S. Carlo, altrimenti detta il salotto bene di Torino, che accoglie le chiese gemelle di San Carlo e Santa Cristina, nonché il riconoscibilissimo monumento equestre a Emanuele Filiberto e infine la commerciale via Roma. Ma considerato che non ho alcuna intenzione di fare shopping, nè tanto meno quella di confondermi nella marmaglia delirante di ragazzini che sbraitano e sbavano sotto all’ingombrante palco di Amici (sì, quelli della De Filippi) che oscura le bellezze della piazza, non ho scelta, seguo la via Po che mi guida fino a una delle piazze più ampie del mondo, Piazza Vittorio Veneto. Di fronte a me il verde Po, superato il quale mi ritrovo di fronte alla chiesa della Gran Madre di Dio che, secondo un’antica leggenda, pare abbia accolto nei suoi sotterranei il Sacro Graal. La grande forza esoterica è con me e mi spinge con coraggio a inerpicarmi pedibus calcantibus lungo la ripida (va be’, non tantissimo, ma il sole picchia) salita al Monte dei Cappuccini, famoso punto panoramico su cui si erge la chiesa di Santa Maria del Monte. Stremata dalla fatica mi accascio su una panchina sotto la frescura ed è qui che medito la malsana convinzione di meritarmi un gelato a gratifica di cotanta impresa. Ma del mio peccato di gola non racconterò.

Una buona mezzoretta è quanto mi ci vuole per riprendermi e affrontare la discesa verso il Lungopo. Durante la passeggiata decido che se un giorno o in una prossima vita abiterò a Torino, prenderò casa proprio qui tra le rigogliose e verdeggianti colline torinesi, non troppo lontane dal centro cittadino.

La mia passeggiata sta per volgere al termine (sono le 4 del pomeriggio e sto camminando dalle 10 e mezzo del mattino!!!), la fermata dell’autobus che mi porterà al Lingotto è ancora molto molto lontana e mi toccherà attraversare i viali alberati del Parco del Valentino, per raggiungerla. Curato, pulito e pullulante di nonni, bambini, bikers e innamorati,  il parco ridà vigore alle mie stanche membra e il contatto diretto con la natura rigogliosa appaga ogni desiderio tranne uno, ma non vi racconterò di quel gelato divorato sulla panchina di fronte al fiume. Il fiabesco Castello del Valentino, mi viene interdetto da un folto gruppo di stanchi e accaldati poliziotti, a causa del G8 dell’Università.
Manca ormai solo un’ultima tappa al mio one-day intensive city tour, l’antico Borgo Medioevale, un immaginario villaggio che riproduce gli edifici piemontesi del XV secolo. Il destino vuole che ne visiti la Rocca gratuitamente, e gliene sono grata non provando emozione alcuna in questo posticcio salto nel medioevo.
Appagante è invece la vista della sontuosa Fontana dei Dodici Mesi in stile liberty, ultimo assaggio d’arte della mia visita nella superba, elegante, ma decisamente vivace e accogliente capitale piemontese.

Torino mi ha mostrato orgogliosa i suoi mille volti e la ringrazio per questo, ma sappia che non finisce qui. Non dimentico che essa sorge nel punto in cui convergono il vertice del triangolo di magia bianca e del triangolo di magia nera. Ritornerò a scandagliarne l’anima oscura, fino ad immergermi candidamente nella sua misteriosa e inquietante atmosfera esoterica.

Torino, letture e quant’altro

fiera-del-libroTorino, seppur ammantata da un cielo cupo e tenebroso, ha salutato con aristocratica cordialità il nostro arrivo nel primo pomeriggio di ieri.
Dopo una breve sosta in albergo, io e il maritozzo ci siamo catapultati in Fiera. Ad attenderlo, allo stand della Simplicissimus, un considerevole numero di fan di e-book , ansiosi di chiarimenti e illuminazioni sulla nuova rivoluzione tecnologica che mi auguro coinvolga al più presto e in maniera considerevole, il mondo dell’editoria (tiro l’acqua al mio mulino ;) ).
Recuperato il programma della Fiera del Libro, ho preso coscienza degli innumerevoli eventi, reading, presentazioni, concerti e spettacoli che avranno vita nei prossimi giorni. E adesso, come faccio a scegliere? Non ho altra scelta che farmi guidare dall’istinto. La mia passione per i misteri d’Italia mi ha condotto alla presentazione del libro di Ugo Barbara, giornalista e scrittore palermitano, In terra consacrata, un romanzo definito thriller sociopolitico che, partendo dal caso della sparizione di Emanuela Orlandi, ripercorre la vicenda storica tra verità e finzione arrivando a individuare anche una soluzione a uno dei più grandi misteri di Italia che implica le verità a tutti note, ma indimostrabili, che coinvolsero le alte sfere vaticane, la banda della Magliana, il caso Calvi e la figura ambigua di Renatino De Pedis, boss della mala romana, seppellito nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma.
“Un libro che non si riesce a smettere di leggere” ha detto Bruno Gambarotta. Qualcosa mi dice che c’è da fidarsi.
Ma il lungo pomeriggio tra gli stand era appena cominciato e così, girovagando qua e là alla ricerca di situazioni interessanti, mi sono ritrovata nello Spazio RAI al momento del programma radiofonico Fahreneit. Guarnite dalle note mediterranee del gruppo musicale Zina, le poesie di Olga Sedakova ammaliavano il nutrito gruppo di astanti. Io, ahimè, ho una sensibilità poco avvezza a tale genere letterario e me ne rammarico alquanto, perciò ho abbandonato la postazione per ritornare al Caffè Letterario, dove un vivace dibattito politico ha attirato la mia attenzione. L’occasione riguardava la presentazione del libro Flop di Giuseppe Salvaggiulo “Un appassionato e amaro racconto di errori, di occasioni mancate, di false partenze che hanno caratterizzato la parabola e la crisi politica del partito.” A tale dibattito ha presenziato il sindaco di Torino Sergio Chiamparino il quale, in evidente difficoltà, ha risposto all’accusa del mancato ricambio generazionale del PD, rivendicando la necessità di nuovi spazi politici che sostituiscano le vecchie sedi di partito, dove le nuove generazioni possano farsi spazio attraverso la battaglia politica sul campo. Ha totalmente evaso l’importanza, seppur segnalata da Salvaggiulo, della presenza del partito sulla rete, che rappresenta oggi il reale spazio in cui avvengono i grandi dibattiti relativi ai valori e agli ideali che da sempre aderiscono alla cultura della sinistra, come l’ambiente, le politiche del lavoro, la salute e i diritti civili.
Chiamparino ha inoltre riproposto il suo punto di vista in merito alla questione dell’immigrazione, schiaffeggiando la politica dell’accoglienza a favore della difesa dei confini italiani e delle frontiere blindante e in conclusione ha sconfessato la sua presunta scalata alla segretaria del partito, ribadendo la sua volontà di rimanere primo cittadino di Torino.
Dopo tanto, troppo politichese necessitavo di una pausa burlesca o quanto meno spensierata. Ho dato un’occhiata al programma e mi sono detta: ma sì, famose du risate. All’uscita della sala gialla, una folla assatanata di giovani e giovani che un tempo lo furono, si accalcava sulle transenne che li separavano da uno dei miti della musica italiana, il sempre più restaurato Claudio Baglioni che presentava il suo libro Q.P.G.A., inno all’amore adolescenziale acronimicizzato che, da ormai troppo tempo, affabula i Mocci(a)osi di tutta Italia. Troppo entusiasmo per le mie ormai stanche membra che necessitavano di un’ indefinibile esigenza che ha trovato la sua dimensione nell’incontro con l’ironia dissacrante di Flavio Oreglio, reso celebre dalle sue poesie catartiche, che presentava l’ultima fatica letteraria dal titolo All’appello mancano anche i presenti, da cui ha letto alcuni aforismi spassosi e irriverenti.
La giornata volgeva al termine e non poteva chiudersi meglio. La presentazione del libro Il sogno e l’approdo, racconti di stranieri in Sicilia, è stata veramente toccante. Due dei sei autori, Giosuè Calaciura e Davide Camarrone hanno raccontato il tema dell’immigrazione con eleganza e delicatezza, anche quando la violenza e la sofferenza prende il sopravvento sulle povere anime che vagano nel mare alla conquista di un sogno che spesso ha semplicemente il nome della sopravvivenza. Questi racconti sono nati nell’ambito del progetto “Scenario Mediterraneo” e sono diventati tre spettacoli teatrali interpretati da Alessandro Haber e Caterina De Regibus che mi hanno coinvolto emozionato e incantato.
Finisce così la mia prima giornata alla Fiera del Libro 2009.

Torino, arrivo!

litcamp2009-logoCi siamo, domattina prevista partenza all’alba, direzione Torino, Fiera del Libro e LitCamp.
Mentre il mio maritino affabulerà gli avventori con la sua ars oratoria in merito a La Stampa e-paper e tutto ciò che afferisce all’edioria digitale nella postazione della Simplicissimus, io con la mia telecamerina, mi aggirerò tra gli stand della fiera alla scoperta di novità letterarie, conferme editoriali, conferenze, gossip e tutto ciò che può attirare la mia attenzione.
Ma, al momento oppotuno, abbandonerò la solennità dell’evento istituzionalizzato per tuffarmi nel libero e democratico universo del BarCamp.
Il LitCamp 2009, adorabilmente presentato dallo strampalato Guido Catalano in questo promo, raccoglie non-conferenze che spaziano dal web-giornalismo alla letteratura di genere e non, dalla poesia agli e-book, da Anobii a Agoravox etc etc.  Anche se l’intervento che più  attendo è quello di adriano barone, blogger di cui ignoravo l’esistenza (ma in fondo, chi cazzo sono io) dal titolo  “La critica letteraria è morta, o almeno fa schifo al cazzo, o comunque non è critica, quindi i critici non si sa chi siano e non fanno il loro lavoro”. E ciò pungola non poco, coniugandole alla perfezione, e la mia vena polemica e quella burlesca.
Armate di fascino (è relativo, lo so, ma c’è a chi piace), simpatia (idem come il fascino) e una discreta capacità di socializzazione, io e me stessa saremo orgogliose di abbeverarci a queste zampillanti fonti del sapere e non ci faremo certo sfuggire l’occasione di intrufolarci nei vari social happening tra le fascinose ed esoteriche locations torinesi.

to be continued

New York: diario di viaggio (quinta e ultima parte)

walk-dont-walk Non ci sono più i vecchi semafori di una volta!
Quelli che hanno accompagnato la mia adolescenza nei film americani degli anni ’80, quelli che indicavano lo stop con un rosso ammonitore  DON’T WALK e ti invitavano ad attraversare con il verde WALK! Sono stati sostituiti da una mano rossa minacciosa e un bianco omino che accenna a un passo.

E’ un truma che ho già subito a Berlino Est quando decisero di sostiuire i vecchi Ampelmännchen con i semafori standardizzati di tutta Europa.

Ma questa triste considerazione non può fermare gli ultimi momenti di vita neyorkese. La caviglia destra ha ceduto sotto lo sforzo delle  lunghe camminate quotidiane, una crema all’arnica allevia le sofferenze, ma il desiderio di visitare ancora la città è incombente. Zoppicando percorriamo il ponte di Brooklyn, la cui parte pedonale è sopraelevata rispetto alle corsie delle auto che sfrecciano creando un effetto dondolìo poco rassicurante. Si vedono i grattacieli di Manhattan e, piccola piccola, in mezzo alla baia, si scorge la Statua della Libertà.
Lentamente raggiungiamo il traghetto che ci porta a Ellis Island, residenza ora del Museo dell’Immigrazione, ma un tempo “porta della speranza” che accoglieva gli emigranti del vecchio continente. E ripenso agli alberi di monete, le galline giganti e i fiumi di latte che vivevano nei sogni dei nostri connazionali e che Crialese riuscì a dipingere nel suo capolavoro cinematografico.  Ma il museo è una specie di enorme sanatorio diviso in un grande atrio al piano terra e, ai piani superiori, le diverse stanze  adibite ai controlli sanitari e doganali. Rimane freddo e asettico e non riesce a colmare le mie aspettative emotive.

Ormai la giornata sta per finire, ci rimane il tempo solo per l’acquisto di qualche pensierino, ma a Manhattan, a parte gli atelier inaccessibili ($$$) di SoHo, ci sono gli stessi negozi di Roma e trovare qualcosa di tipico americano è davvero difficile. Entriamo da Macy’s, i grandi magazzini più estesi del mondo, ma ne usciamo quasi subito. Non ci rimane che spulciare tra le americanate dei New York Gift Shops, dove non mancano le T shirti-love-ny
E’ ora di cena, l’ultima cena newyorkese. Vogliamo accomiatarci con riverenza dalla città che ci accolto e ci lasciamo fagocitare dal ristorante americano più turistico della città, l’Ellen Stardust Diner, nel cuore di Broadway. Gli anni ’50 sono pacchianamente ricostruiti attraverso foto di Dean Martin, Frank Sinatra, Marilyn e Betty Page, vinili appesi al muro e un piccolo trenino che viaggia su piccole rotaie che circondano il locale. I camerieri agghindati alla Grease ci accolgono con sorrisi a 32 denti e danzando ci accompagnano al tavolo. Sono affabili e gentili sorridono e si lasciano andare a battute forse anche divertenti, se solo riuscissimo a coglierle. Il volume della musica è alto, ma non fastidioso. In una mano sorreggono grossi piatti ricolmi di hamburger, patatine fritte, onion rings e tutte le grasse delizie della cucina americana, nell’altra stringono con ardore un microfono e danno sfoggio delle loro notevoli doti canore. Spaziano dal pop al country, ma danno il meglio di sè nei classici del musical. C’è persino chi sfida Pavarotti intonando un improbabile, ma divertente Nessundorma. Volteggiano tra i tavoli e improvvisano tip tap sulle spalliere dei lunghi  divani. Non riescono a smettere di sorridere e sorridere e seducono i clienti con la vecchia storia del sogno americano che vive proprio lì fuori a due passi da loro: Broadway e i grandi teatri del musical. Ma le lezioni di canto e ballo, ahimè, hanno un costo elevato… Signori turisti, il nostro futuro dipende dai vostri portafogli! Gli occhioni languidi sono un ulteriore incentivo alla nostra generosità che ricolma un grosso cesto di special tips (mance speciali) che si aggira attorno ai tavoli.
Mi faccio contagiare dall’entusiasmo del turista ingenuo e appassionato, ormai sono parte attiva di questo felice quadretto preconfezionato: non riesco a contenere l’impeto di scattare un’infinità di foto inutili e mi scateno insieme a loro, canto, ondeggio e batto le mani a tempo. Sublimo così la stanchezza di questi straordinari giorni newyorkesi.

E’ il momento di rientrare in patria. Il languore mi assale, quante cose non ho vissuto di New York, dai musical di Broadway al Guggenheim Museum, dai gospel di Harlem ai concerti del Blue Note, dalle partite dell’ NBA alle vanitosissime Nail Spa.
Ma quello che più mi è mancato sono stati i newyorkesi, entrare nelle loro vite, correre con loro, e soprattutto vivere la città come una di loro.

New York: diario di viaggio (parte quarta)

tehching-hsiesIl Metropolitan sarà pure uno dei musei più grandi del mondo, ma mi fa rimpiangere le tanto odiate freccette direzionali sul pavimento dell’Ikea. Mi perdo nei corridoi tentacolari tra virili bellezze ellenistiche, corpulente armature medievali, vetusti sarcofagi egizi e suppellettili frantumate. Riprendo fiato coi capolavori dell’Impressionismo, i ritratti di Modigliani e poi le ballerine di Degas, la borghesia francese di Toulouse Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Renoir…
In un angolo del 2° piano una giovane artista stende una coperta per terra a riparare il pavimento dagli schizzi dei colori ad olio che cadono dalla sua tela, poggiata sul cavalletto, che riproduce in parte il “Soap Bubbles” di Chardin. Accende il suo I-pod con lo sguardo fisso sul quadro, l’originale, inserisce le cuffie nelle orecchie e la musica la avvolge e la protegge come fosse in una bolla di sapone. Intinge il pennello e riprende da dove aveva lasciato. E io decido che ormai la mia visita è conclusa.

E’ il MoMA il mio museo! Incomincio il mio viaggio nell’arte moderna e contemporanea mondiale e non mi stanco neanche un po’, incuriosita e stupita dalle installazioni e dalle sperimentazioni che mi fanno venir voglia di assemblare materiali, colori e idee. Non sono un artista nel senso quotato del termine, ma posso divertirmi anche io! E così prendo appunti su progetti e decorazioni.
Mi faccio attrarre dai colori che mi inducono al sorriso e trovo piacevoli conferme nei quadri di Chagall primo su tutti, Dalì, Magritte, scopro tanti autori nuovi. E mi ricordo che non mi piace Pollock.
Mi rendo conto che c’è dell’arte che non capirò mai o, forse, non me ne accorgo ma la capisco, dato che mi rimane impressa. Parlo di Tehching Hsieh e le sue one year performance, come, per esempio, essere rinchiuso per una anno all’interno di una cella nel suo loft di SoHo, fotografato costantemente, senza poter nè parlare, nè leggere, nè scrivere, nè tv, nè radio, nè avere alcun contatto con alcuno se non un amico che provvedeva al suo nutrimento. O come rimanere legato con una fune a  una donna senza nè toccarla, nè rivolgerle la parola per un anno e altre simili situazioni estreme…
Che ciò sia arte? Mah, le definirei più che altro sfide “creative” che l’uomo attua contro se stesso per soddisfare esaltazione del prorpio ego e masochismo in un colpo solo. Ma questa è solo un’opinione.

Il vento soffia freddo e forte in questi ultimi giorni nella Grande Mela e io e Marco ci lasciamo tentare da un’altra tendenza che accomuna tutti i newyorkesi,  la ear band, ossia un banale paraorecchi, tanto sottovalutato all’inizio, ma che invece dà una svolta concreta alla nostra capacità di sopportazione al freddo. E così, mano nella mano, guanto nel guanto, ci inoltriamo nella City.
Con le orecchie al calduccio mi accorgo che i rumori della città  sono attutiti, è una sensazione piacevole, continuo a osservare la gente che cammina spedita e improvvisamente realizzo il perchè, perchè i neyorkesi vivono in simbiosi con l’ I-pod! Il frastuono, i clacson, le sirene, i motori, i cantieri… Per giorni ho comunicato urlando perchè a New York la voce della gente è sopraffatta dal rumore!!!

Scendendo verso Downtown, lungo la Broadway, i grattacieli lasciano il passo a palzzoni ingrigiti dallo smog. Negozi di borse cinesi si alternano a botteghe zeppe di Obama’s stuff, merchandising improbabile che celebra il culto del 44° Presidente degli Stati Uniti: magliette, calzini, mutande, orologi, tazze, borse, pupazzi, profumi e prevervativi di Obama, ma only big size!!!
Una frotta di afroamericani, solo afroamericani, cammina lungo la strada, chi parla al telfono in giacca e cravatta, chi si saluta seguendo una certa ritualità, chi cerca di venderti  qualcosa, chi sempilcemente si fa i fatti suoi. Il quartiere è decisamente multiculturale e ci faccio caso perchè non sono abituata, perchè sono italiana.

Qualche isolato dopo comincia NoHo, dove la fa da padrone l’ interior design.
A Chinatown insegne, strisconi e lanterne decorano le vie. Il rosso e il giallo oro illuminano il quartiere movimentato da ristoranti, negozietti di elettronica e di abbigliamento. C’è anche un poco attraente tempio buddista ricavato in un locale al pian terreno di una palazzina.  Gli ideogrammi vivono anche sulle insegne delle banche e degli uffici pubblici, i cinesi parlano cinese tra di loro.

A Little Italy gli italiani si aggrappano alla tradizione della nostra cucina e affiggono le foto autografate di Toni Soprano alle vetrine. Colorano gli stand pipes (colonnine con fontana che si vedono per strada) di bianco rosso e verde  e espongono qua e là il tricolore. Little Italy è molto più piccola di Chinatown e gli italiani parlano americano tra di loro.

New York: diario di viaggio (parte terza)

mikejulietA New York si mangia ad ogni angolo della strada, ma anche tra un angolo e l’altro. E dato che io di strada ne ho battuta parecchia… in senso turistico!!!
Pertanto, dall’alto della mia esperienza dichiaro che the Oscar goes to Chiplote Mexican Grill, sponsor ufficiale dei miei chili di troppo degli ultimi 7 giorni. Come esimermi dal decantare le doti libidinose dei burritos stracolmi di carne very very spicy o le enchilladas succulente al queso innaffiate da bevande rigorosamente refill, ossia paghi la prima e poi ti riempi il bicchiere quanto ti pare e tutte le volte che ti pare! Per non parlare di un’altra usanza tipica americna All you can eat cioè entri, paghi una prima consumazione e poi mangi all’infinito, fino a che il tuo stomaco non ti chiede pietà. Poi, appesantita e spossata, osservi la gente per strada e ti si rivela un mondo, quello dell’ over size, pericolo incombente in una società  sempre di fretta che ha una diretta accessibilità a quantità infinita di cibo “saporito” e bevande gassate.  Pensi che in una settimana di vacanza te lo puoi permettere anche tu, in fondo è solo una settimana…, dal contenuto calorico di un mese, però!!! Ma bando alle lacrime di coccodrillo, le prelibatezza culinarie etniche e indigene mi hanno ormai sopraffatto rendendomi incapace di intendere e volere!
E sto ancora godendo del sapore del poc’anzi ingurgitato pancake mattutino, quando vengo abbordata da una entusiasta signora bionda dall’aria sbarazzina da venditrice che mi propone un’offerta alla quale non posso rinunciare, la partecipazione al mitico The Morning Show with Mike& Juliet! Wow! Faccio io, adottando i primi rudimenti di slang americano, senza sapere assolutamente chi siano sti due. E in men che non si dica, mi ritrovo catapultata negli studi della Fox a intonare coretti alla multi level marketing style, sapientemente guidati/imboccati dall’assistente di studio/animatore che, dopo averci fatto dimenare a ritmo di hip hop, così, tanto per riscaldarci un po’,  ci inizia alla sacra arte del pubblico partecipativo. E adesso, tutti insieme, stuporeee!!! E un rotondo ooohhhhh 8| stupito riecheggia nello studio. Bravi, siete un pubblico meraviglioso, e ora disapprovazione!!! E’ il momento del corrucciato uuuuuhhhhh  :S , ma  l’eccitazione dei partecipanti sale fino ad esplodere in una risata contagiosa |D , perchè nei talk show c’è sempre il momento comico!
Istruita e fiera, commento mugugnando per un’ora il bla bla bla sul linguaggio del corpo del dio Obama, sui metodi rivoluzionari di un microchip che si impianta dietro l’orecchio e manda segnali al cervello che inducono il senso di sazietà, e sulle domande del pubblico interattivo allo specialista di turno. Un’inutile, ma molto americana, ora della mia vita!
Si è fatto tardi e il Metropolitan Art Museum è lontano (dalla 47th all’80th) ma ci voglio andare a piedi, serve a smorzare il mio senso di colpa calorico.

Dopo un iniziale imbarazzo alla biglietteria in cui mi si dice che l’offerta è libera, leggo sul cartello che la suggested admission è di 20 $, penso che faccio? la figura della pezzente italiana o impassibile accetto il suggerimento? La mano si avvicina al potafoglio, non ho ancora deciso, sono attimi infiniti scanditi da un montaggio alternato tra il mio PP incerto e lo sguardo serioso e altezzoso del bigliettaio che non distoglie i suoi occhi dai miei neanche per un attimo. La gente dietro, in attesa, scalpita per entrare, la mia mano è dentro al portafolglio, ‘sti dollari sono tutti uguali e non so porprio quale afferrare, tiro fuori la prima banconota, riconosco George Washington, è un dollaro, la mano trema mentre allungo la banconota sul bancone ed è in quel momento che scatta l’orgoglio italico e con strafottenza ne tiro fuori un altro, l’ultimo.  Ne devo dare ancora 20 al MoMA è lì non è suggested, ma obbligatorio!