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New York: diario di viaggio (parte seconda)

La mie 3 giornate solitarie, tutte le mattine, hanno visto la prima luce  del FLAVOUR, healty bar ricco di prelibatezze culinarie degne di una real american breakfast, ma dal sapore chic e raffinato. Far away da grasse e unte omlette con bacon e cetrioli in salamoia, sono divenata oat meal addicted, una calda poltiglia zupposa di fiocchi d’avena arricchita di uvetta, cannella, mela e banana.  Ma a New York c’è da camminare e necessito di sostanziose riserve energetiche . Quale soluzione migliore di un soffice e burroso muffin al cioccolato… Ogni morso, un sorriso gaudente!

Zaino in spalla, guida alla mano e macchina fotografica in tasca, Paola è pronta ad attraversare a piedi tutta Manhattan!

Lungo la 7th Avenue la gente cammina a passo svelto, ma i miei occhi le percepiscono al rallenty, mentre indaffarati frugano nelle proprie borse, smanettano l’Ipod, parlano all’ Iphone, sorseggiano caffè, ma soprattutto passano col rosso, anche davanti a compiacenti poliziotti che sorvegliano ogni angolo della metropoli. In pochi fumano per strada, è vietato persino in prossimità dei portoni e delle entrate di negozi, uffici e locali di ogni tipo. Ma di fumo se ne vede tanto, è quello che sfiatano i tombini, ma è semplicemente un diverso sistema di riscaldamento che usa il vapore come fluido termico. Ecco spiegato tutto quel fumo in Taxi Driver!

Al Madison Square Garden sta per cominciare una delle più importanti mostre canine di tutta l’America  la Westminster Kennel Club Dog Show che decreterà la vittoria di Stump, un dolcissimo Spaniel di 10 anni (il più vecchio in 33 anni di gare) docile presenzialista di tutte le trasmissioni tv e telegiornali americani.
Lascio i vari padroni inebetiti dall’estetica canina e mi avvio lungo il Fashion District attravesrsando la variegata umanità newyorkese: nasi e menti arrotondati o a punta, visi ovali e allungati o tondi e floridi, grassi, molto obesi, ma anche fanciulle dagli evidenti disturbi alimentari, giacca e cravatta, jeans e maglietta, casual e sportivi, le ragazze indossano le UGG, il trend del momento in fatto di calzature, gli sguardi sono tutti rivolti a un pensiero, il mio pensiero è rivolto ai loro sguardi. Ma nessuno si accorge di me, neanche quando mi fermo tra un grattacielo e l’altro a cercare un fascio di sole a riscaldarmi mentre scrivo scomodamente in piedi i miei appunti di viaggio. Fa freddo all’ombra qui a  New York!

Le strade sono pulite,  sono le 11 e ho voglia di un caffè, italiano, ma è un sogno che non potrò realizzare per i prossimi giorni. I grattacieli mi hanno lentamente abbandonato lungo il cammino e  mi ritovo a Chelsea. Il sole è libero di ammantare le strade, it’s sunglasses time!

Tento di riappacificarmi con Starbucks dopo un preliminare incontro/scontro con un frappucino al caramello, fredda poltiglia dolciastra al sapore di caffè, dall’altissimo contenuto calorico. Mi converto a un tè, alla mela, tanto per testare qualcosa di diverso. Ma anche qui il magico tocco americano dell’esagerazione mi  si presenta in una bevanda dolcissima e piccante . L’ho bevuto lo stesso, seduta al mio tavolino, mentre mi studio il prossimo itinerario. Alzo gli occhi e la profezia newyorkese dello Starbucks si avvera: sono circondata da studenti ipnotizzati da facebook col Mac sulle gambe mentre tambuurellano con le dita la musica imprigionata nell’Ipod.
Il  Greenwich Village è giovane, dinamico, gayo, alternativo e verde, in altre parole very very friendly. E’  qui che voglio vivere quando rinascerò a New York, è qui che voglio mangiare nei locali alla mano, ma ricercati nel gusto e nell’estetica  pacata, misurata, ma sofisticata e d’impatto. La Christopher Street è colorata dalle bandiere arcobaleno e dalla moda degna dei Village People, i negozi sgargianti di Bleecker Street, le librerie e i caffè hanno il sapore di movimenti letterari e studenteschi. Il cuore del Village è il Washington Square, parco verde e curatissimo che accoglie bambini, studenti, skater, giocatori di scacchi e chiunque abbia volgia di rilassarsi su una delle tante panchine disseminate qua e là. Ma è il Washington Arch ad imporsi, arco di trionfo del 1889 che segna l’inizio della 5th Avenue.

Mi lascio alle spalle la New York University e mi basta attraversare la strada per notare il repentino cambiamento del paesaggio urbano: assumo un’aria altezzosa e sofisticated, sono pronta per entrare a SoHo!

Vetrine di gran classe, grandi marche, gallerie d’arte, atelier, modernariato e design, atmosfere soft. Niente è esagerato, tutto fa tendenza. Niente che non si possa trovare anche a Roma se non quelle facce bianche, diafane e intellettualodi che non tradiscono alcun sorriso a dimostrazione che arte è sofferenza. Mah!
Cerco di porre rimedio alle mie sofferenze, quelle della fame rintanandomi nell’old fashioned Fanelli Bar di fronte a quello spazio avvenieristico che un tempo ospitava il SoHo Guggenheim Museum, fucina di arte contemporanea e sperimentale, ora sede di un loft Prada. Il disagio della civiltà!

Un veggie burger è la soluzione all’indigestione di proteine animali degli ultimi giorni e mi ricarica per superare Canal Street. E’ un brulicare di bancarelle, cineserie e inutilità da 4 soldi che danno da vivere a cinesi, afroamericani, pakistani, ma all’angolo della strada, come in un m iraggio brilla la madre di tutte le vetrine americane: si apre il sipario sul far west, camicie con frange, stivali a punta, cappelli taxani, e un grosso divano foderato di pelo e corna. Vorrei entrare a spulciare questo mondo ancora lontano, ma la giornata sta per finire e devo ancora arrivare a TriBeCa.

TriBeca è un quartiere in evoluzione, costellato di cantieri che nascondono stili architettonici differenti. Dai nuovi palazzi di vetro a costruzioni con mattoni rossi divisi in loft e mini appartamenti. Cerco la struttra del Tribece Film Festival, ma quello che mi ritovo davanti è il Tribeca Grill!!!Comunque sempre proprietà di De Niro!

Mi consolo con un Donuts e una ciccolata dolcissima e imbevibile, ma è calda e la bevo tutta, il sole si sta spegnendo.

Continuo verso Downtown, intravedo i grattacieli del Financial District, ma nel panorama si apre un vuoto.   Il World Trade Center sarebbe un grosso cantiere  qualunque, come tanti altri, se i turisti la smettessero di cercare il punto di vista più suggestivo per ritrarre una foto ricordo del più grosso disastro umano e civile del millennio.  Tra loro ci sono anche io, ma nessuno dei miei scatti riesce a restituire la profondità di questa ferita. Non riesco a percepire l’emotività degli americani che passeggiano intorno al cantiere, sono presi dalle loro vite ormai e forse non hanno il tempo per fermarsi a ricordare, o forse semplicemente preferiscono guardare avanti. I poster intorno alla retre che circonda il sito mostrano con orgoglio le immagini del progetto futuro, delle nuove torri che rinasceranno sul suolo sfregiato e si innalzeranno fiere verso il cielo a simboleggiare l’orgoglio della Nazione.

New York: diario di viaggio (parte prima)

times-square-centralDopo 9 ore di viaggio finalmente sbarchiamo al mitico JFK Airport nel cuore del Queens. Il Queens è uno dei distretti che compongono la città di New York , gli altri sono il Bronx, Staten Island, Brooklyn e il cuore della city, Manhattan. Al centro del centro della ‘isola, precisamente a Times Square, c’è il nostro albergo, struttura alquanto sgarrupata e modesta, ma pulita, centralissima (Midtown) e dotata di Wi Fi!!!
La nostra prima passeggiata ormai nel tardo pomeriggio, si è snodata lungo la luccicante Broadway, il leggendario quartiere che dà vita ai grandi personaggi dei musical da Mary Poppins, al Fantasma dell’Opera, da Shrek al giovane Billy Elliot. Ma questa notorietà se la fanno pagare cara!!! Perciò credo che rimarrano volti sorridenti su cartelloni giganti. La gente corre e corre, ognuno ha una meta precisa, solo io alzo lo sguardo verso il cielo e mi sento inghiottire dai grattacieli sbrilluccicosi. Ma mi piace, sentirmi piccola piccola è una sensazione che non provo mai, perciò me la voglio godere! Divento subito amica dei grattacieli.
La serata ormai volge al termine e non ci resta che porre fine alla stanchezza con un grassissimo cheesburger e patatine fritte ketchupose. Con la panza soddisfatta, abbandoniamo gli sfarzi della città che non dorme mai e ci rintaniamo nella nostra minuscola stanza d’albergo.

L’indomani, domenica, la sveglia suona presto…troppo presto. Alle 5 ho gli occhi sbarrati, Marco dorme beatamente. rimango a letto, pensando tanto prima o poi mi riaddormento...ma nulla di fatto. Le 8 arrivano presto e siamo già pronti per la colazione. Cappuccino e muffin da Europa cafè, ora comincio a intendere e volere. Usciti dal bar i grattacieli ci sovrstano con imponenza, ma in fondo siamo noi gli intusi, perciò faccio loro l’occhiolino e timidamente ci facciamo largo tra le stradine della metropoli fino a raggingere il posto della domenica, che non è una chiesa, a parte la piccola visita alla St. Patrick Church, ma è il cuore verde di New York, Central Park!
Tipologie di umanità differenti animano i sentieri che si sviluppano tra gli alberi di olmo, felci e piante tropicali. Una ragazza di colore canta a squarciagola mentre volteggia su pattini ani’80, breakers e skater si esibiscono in acrobazie ardite, e poi musicisti jazz, suore che battono il tempo della musica, bambini che si rincorrono, ragazzi che si baciano, uomini e donne che passeggiano col proprio cane. C’è chi cammina da solo lentamente immerso tra i propri pensieri, ch fa jogging con l’immancabile Ipod, poliziotti a cavallo e bici che sfrecciano impazzite sulle piste ciclabili. Sono felice, abbraccio mio marito e come una bambina entusiasta e curiosa  mi inoltro nello zoo, alla ricerca dei pinguini. Li trovo, sono tanti e si tuffano come saette nell’acqua, ma non ci sono nè Melman, nè Alex, nè Gloria, nè Marty.

Durante la passeggiata vengo rapita da una soave armonia musicale,  note corpulente escono dalla voce di una ragazzetta caruccia, dai capelli rubini che intona con vigore Over the Rainbow…forse da un momento all’altro sbucherà Dorothy da dietro un cespuglio alla ricerca della strada con i mattoni gialli, mi guardo intorno, ma non la trovo, faccio 2 passi ancora e mi ritrovo negli  StrawberryFields. Ci mettiamo a cantare, è inevitabile.

Usciamo da Central Park e ci ritroviamo nella chicchissima Central Park West Avenue, dove si affacciano le palazzine delle celbrità. Davanti a ogni portone  la classica tenda che si allunga fino al ciglio della strada…e il portiere in livrea che sorride ai visitatori aprendo loro lo sportello della macchina e guidandoli fino all’entrata.
La gente che passeggia lungo il viale sa di essere ricca e si muove con consapevolezza con i loro chiwawa al guinzaglio e chili e chili di silicone a riempire quelle maschere che ricoprono i volti delle signore che in gioventù dovevano essere molto diversi.
La fame si fa sentire, non ci resta che buttarci sul solito e calorico cheesburger e, mentre lo addentiamo, entrambi sappiamo che non sarà l’ultimo della vacanza.

Poi il vento freddo! Ci rifugiamo al Virgin Megastore e al mega centro di Toys R Us dove una ruota gigante raccoglie grandi e piccini. La tentazione è grande, ma questi 4$ me li posso risparmiare. Ci sono stata da poco su una ruota panoramica, ero a Mondello e vedevo il mare.

Ma è arrivato il momento di compare un paio di scarpe, la scusa pronta ce l’ho,  ho bisogno di un paio comodo per camminare, domani mi aspetta una lunga  e solitaria scarpinata per le vie di Manhattan! Attacco bottone con tutti i commessi, mi piacciono i newyorkesi, je và de chiacchierà e a me me piace de parlà co l’estranei!

Sfatti e provati, alle 6 p.m. ritorniamo in albergo per una pausa-riposino. Ma il riposo del guerriero ha annientato persino l’istinto primordiale della fame, cosa in me più unica che rara. Marco mi lascia narcolettica in albergo e si rimedia una cena frugale in una Times Square perennemente luccicante e piena di umanità.

I miei ritmi circadiani sono totalmente compromessi, dormo dormo e dormo. Maledetto jet lag!

St’Americani, me pareno un po’ Romani!

Ho persino capito le battute del doganiere! Che simpatici che so’ sti newyorchesi! Si fanno i fatti tuoi, ma con grottesca ironia e ti commentano pure quello che te magni! Me pare tanto la Capitale!
La Grande Mela ci ha accolto a braccia aperte. E nonostante l’occhiaia tradisca la stanchezza da jet leg, l’ntusiasmo non demorde, Times Square ci aspetta! E poi c’ho una voglia di schifezze americane ketchupose e butterose… Ciccia e brufoli? Ormai me so’ arresa all’idea, sta settimana me la voglio proprio gode’!

DONAURADWEG: un giro libero lungo il Danubio

donauradweg.JPEGSenza neanche pensarci due volte, io e la mia dolce metà ci siamo buttati in una avventura estrema, ai limiti delle nostre capacità fisiche!!! Non siamo esattamente due tipi da palestra, nè tantomeno amanti della fatica fine a se stessa e gongoliamo, senza troppi rimorsi, tra le delizie gastronomiche. Tuttavia, sprezzanti dei commenti sfiduciati dei nostri amici, siamo partiti!

Tra crampi al fondoschiena e imprecazioni contro l’acido lattico, siamo arrivati fino alla fine del nostro viaggio, soddisfatti e felici, a dimostrazione che l’entusiasmo e un po’ di incoscienza spesso spostano in avanti i propri limiti… anche mentali…
Nessun bunging jumping o pseudo trekking tra le dune, ma una suggestiva pedalata di quasi 300 km sulle rive del Danubio. Da Passau, la città dei tre fiumi (nella mia amata Germania) a Vienna, sulla pista ciclabile (pianeggiante!!!) più famosa al mondo: la Donauradweg!
In 7 tappe, dormendo nelle caratteristiche Gasthöfe a conduzione familiare, abbiamo pedalato attraverso gli scenari più disparati: foreste dalla vegetazione alta e avvolgente (e abitata da un numero spropositato di moscerini che ci hanno costretto al silenzio durante la pedalata!), campi di pannocchie, distese di girasoli, frutteti e i ricchi vigneti della Wachau.
Abbiamo incontrato gente di ogni tipo, anziani in mutande che suonavano il violino lungo la
riva del fiume, pescatori sonnecchianti, contadini sorridenti e una quantità di ciclisti esperti: sessantenni, ragazzi di tutte le età, famigliole, bambini… ci hanno superato tutti!!!
Una volta però siamo riusciti a farci guardare la schiena da due ottantenni sulla Graziella!!!
Ho imparato i meccanismi delle dighe e delle chiuse attraversando le innumerevoli centrali idroelettriche che si incontrano lungo il Danubio.
E poi un susseguirsi di cittadine, castelli leggendari, villaggi e fattorie.
Abbiamo respirato aria di spiritualità, ma anche di sfarzo e sontuosità nei monasteri trappisti, nelle abbazie, nelle chiese barocche. Ma lo splendore massimo lo abbiamo ritrovato a Melk, il cui maestoso monastero, arroccato su una roccia altissima, sovrasta la valle sottostante (Adso da Melk vi ricorda qualcosa?).
In uno scenario a volte quasi irreale per l’ordine e l’accuratezza, in un tempo sospeso tra un passato genuino e la modernità delle strutture d’accoglienza, abbiamo pedalato senza un minimo accenno al pentimento, deridendoci per la nostra incompetenza e incoraggiandoci nei momenti di stanchezza e di fame nera.
E a tal proposito non ci siamo certo lasciati sfuggire i ristoranti dalla cucina tipica locale e le squisite bäckerai: banconi traboccanti di pane di ogni tipo e prodotti da forno a base di
sfoglia, cannella, mandorle e noci (primo tra tutti il mio prediletto Nußschnecken, ricordo del mio Erasmus tedesco!)
Diciamo la verità: ci siamo sfondati di quantità spropositate di cibo teutonico: Wurst, Knödel, Suppen di ogni sorta, Gulasch e il ricercatissimo dolce Kaiserschmarren, una sorta di megacrêpe accompagnata da kompott, crema di mele e cannella!
“Tanto, poi, pedaliamo e smaltiamo!” è stato lo slogan che ci ripetevamo davanti a quei trionfi di grassi e calorie. Sono ingrassata di due chili, ma magari è il peso dei muscoli che si è sostituito al grasso… mi piace pensare così…
Dopo aver visto Linz, Melk, Krems, la bellissima Dürnstein (famosa per i prodotti a base di albicocca), siamo finalmente giunti a Vienna, che abbiamo visitato poco a causa della mia
emicrania che ci ha costretto a ritornare in albergo nel pomeriggio, sigh :(((
(piccola digressione di servizio: a riguardo si accettano suggerimenti di ogni tipo, dalle macumbe ai triptani, dai rimedi della nonna ai riti voodoo….).
Nonostante il mio malessere, è stata romantica e divertente anche la cena viennese in albergo: pane, wurstel e formaggio. Servizio in camera, gentilmente offerto dalla mia dolce metà.
L’indomani ci siamo accomiatati dalle nostre biciclette nel freddo garage dell’albergo di
Vienna. Dalla stazione abbiamo salutato la città, solo sfiorata in questa eccezionale vacanza giunta al suo punto di arrivo.
Ma, chissà… magari sarà il punto di partenza per la prossima avventura…
La Donauradweg continua fino a Budapest, passando per Bratislava.
Tuttavia alla prossima estate manca ancora un anno e nel frattempo chissà che non ci venga in mente una nuova vacanza, magari su una casa galleggiante…

P.S. Per info tecniche www.girolibero.it