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New York: diario di viaggio (quinta e ultima parte)

walk-dont-walk Non ci sono più i vecchi semafori di una volta!
Quelli che hanno accompagnato la mia adolescenza nei film americani degli anni ’80, quelli che indicavano lo stop con un rosso ammonitore  DON’T WALK e ti invitavano ad attraversare con il verde WALK! Sono stati sostituiti da una mano rossa minacciosa e un bianco omino che accenna a un passo.

E’ un truma che ho già subito a Berlino Est quando decisero di sostiuire i vecchi Ampelmännchen con i semafori standardizzati di tutta Europa.

Ma questa triste considerazione non può fermare gli ultimi momenti di vita neyorkese. La caviglia destra ha ceduto sotto lo sforzo delle  lunghe camminate quotidiane, una crema all’arnica allevia le sofferenze, ma il desiderio di visitare ancora la città è incombente. Zoppicando percorriamo il ponte di Brooklyn, la cui parte pedonale è sopraelevata rispetto alle corsie delle auto che sfrecciano creando un effetto dondolìo poco rassicurante. Si vedono i grattacieli di Manhattan e, piccola piccola, in mezzo alla baia, si scorge la Statua della Libertà.
Lentamente raggiungiamo il traghetto che ci porta a Ellis Island, residenza ora del Museo dell’Immigrazione, ma un tempo “porta della speranza” che accoglieva gli emigranti del vecchio continente. E ripenso agli alberi di monete, le galline giganti e i fiumi di latte che vivevano nei sogni dei nostri connazionali e che Crialese riuscì a dipingere nel suo capolavoro cinematografico.  Ma il museo è una specie di enorme sanatorio diviso in un grande atrio al piano terra e, ai piani superiori, le diverse stanze  adibite ai controlli sanitari e doganali. Rimane freddo e asettico e non riesce a colmare le mie aspettative emotive.

Ormai la giornata sta per finire, ci rimane il tempo solo per l’acquisto di qualche pensierino, ma a Manhattan, a parte gli atelier inaccessibili ($$$) di SoHo, ci sono gli stessi negozi di Roma e trovare qualcosa di tipico americano è davvero difficile. Entriamo da Macy’s, i grandi magazzini più estesi del mondo, ma ne usciamo quasi subito. Non ci rimane che spulciare tra le americanate dei New York Gift Shops, dove non mancano le T shirti-love-ny
E’ ora di cena, l’ultima cena newyorkese. Vogliamo accomiatarci con riverenza dalla città che ci accolto e ci lasciamo fagocitare dal ristorante americano più turistico della città, l’Ellen Stardust Diner, nel cuore di Broadway. Gli anni ’50 sono pacchianamente ricostruiti attraverso foto di Dean Martin, Frank Sinatra, Marilyn e Betty Page, vinili appesi al muro e un piccolo trenino che viaggia su piccole rotaie che circondano il locale. I camerieri agghindati alla Grease ci accolgono con sorrisi a 32 denti e danzando ci accompagnano al tavolo. Sono affabili e gentili sorridono e si lasciano andare a battute forse anche divertenti, se solo riuscissimo a coglierle. Il volume della musica è alto, ma non fastidioso. In una mano sorreggono grossi piatti ricolmi di hamburger, patatine fritte, onion rings e tutte le grasse delizie della cucina americana, nell’altra stringono con ardore un microfono e danno sfoggio delle loro notevoli doti canore. Spaziano dal pop al country, ma danno il meglio di sè nei classici del musical. C’è persino chi sfida Pavarotti intonando un improbabile, ma divertente Nessundorma. Volteggiano tra i tavoli e improvvisano tip tap sulle spalliere dei lunghi  divani. Non riescono a smettere di sorridere e sorridere e seducono i clienti con la vecchia storia del sogno americano che vive proprio lì fuori a due passi da loro: Broadway e i grandi teatri del musical. Ma le lezioni di canto e ballo, ahimè, hanno un costo elevato… Signori turisti, il nostro futuro dipende dai vostri portafogli! Gli occhioni languidi sono un ulteriore incentivo alla nostra generosità che ricolma un grosso cesto di special tips (mance speciali) che si aggira attorno ai tavoli.
Mi faccio contagiare dall’entusiasmo del turista ingenuo e appassionato, ormai sono parte attiva di questo felice quadretto preconfezionato: non riesco a contenere l’impeto di scattare un’infinità di foto inutili e mi scateno insieme a loro, canto, ondeggio e batto le mani a tempo. Sublimo così la stanchezza di questi straordinari giorni newyorkesi.

E’ il momento di rientrare in patria. Il languore mi assale, quante cose non ho vissuto di New York, dai musical di Broadway al Guggenheim Museum, dai gospel di Harlem ai concerti del Blue Note, dalle partite dell’ NBA alle vanitosissime Nail Spa.
Ma quello che più mi è mancato sono stati i newyorkesi, entrare nelle loro vite, correre con loro, e soprattutto vivere la città come una di loro.

New York: diario di viaggio (parte quarta)

tehching-hsiesIl Metropolitan sarà pure uno dei musei più grandi del mondo, ma mi fa rimpiangere le tanto odiate freccette direzionali sul pavimento dell’Ikea. Mi perdo nei corridoi tentacolari tra virili bellezze ellenistiche, corpulente armature medievali, vetusti sarcofagi egizi e suppellettili frantumate. Riprendo fiato coi capolavori dell’Impressionismo, i ritratti di Modigliani e poi le ballerine di Degas, la borghesia francese di Toulouse Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Renoir…
In un angolo del 2° piano una giovane artista stende una coperta per terra a riparare il pavimento dagli schizzi dei colori ad olio che cadono dalla sua tela, poggiata sul cavalletto, che riproduce in parte il “Soap Bubbles” di Chardin. Accende il suo I-pod con lo sguardo fisso sul quadro, l’originale, inserisce le cuffie nelle orecchie e la musica la avvolge e la protegge come fosse in una bolla di sapone. Intinge il pennello e riprende da dove aveva lasciato. E io decido che ormai la mia visita è conclusa.

E’ il MoMA il mio museo! Incomincio il mio viaggio nell’arte moderna e contemporanea mondiale e non mi stanco neanche un po’, incuriosita e stupita dalle installazioni e dalle sperimentazioni che mi fanno venir voglia di assemblare materiali, colori e idee. Non sono un artista nel senso quotato del termine, ma posso divertirmi anche io! E così prendo appunti su progetti e decorazioni.
Mi faccio attrarre dai colori che mi inducono al sorriso e trovo piacevoli conferme nei quadri di Chagall primo su tutti, Dalì, Magritte, scopro tanti autori nuovi. E mi ricordo che non mi piace Pollock.
Mi rendo conto che c’è dell’arte che non capirò mai o, forse, non me ne accorgo ma la capisco, dato che mi rimane impressa. Parlo di Tehching Hsieh e le sue one year performance, come, per esempio, essere rinchiuso per una anno all’interno di una cella nel suo loft di SoHo, fotografato costantemente, senza poter nè parlare, nè leggere, nè scrivere, nè tv, nè radio, nè avere alcun contatto con alcuno se non un amico che provvedeva al suo nutrimento. O come rimanere legato con una fune a  una donna senza nè toccarla, nè rivolgerle la parola per un anno e altre simili situazioni estreme…
Che ciò sia arte? Mah, le definirei più che altro sfide “creative” che l’uomo attua contro se stesso per soddisfare esaltazione del prorpio ego e masochismo in un colpo solo. Ma questa è solo un’opinione.

Il vento soffia freddo e forte in questi ultimi giorni nella Grande Mela e io e Marco ci lasciamo tentare da un’altra tendenza che accomuna tutti i newyorkesi,  la ear band, ossia un banale paraorecchi, tanto sottovalutato all’inizio, ma che invece dà una svolta concreta alla nostra capacità di sopportazione al freddo. E così, mano nella mano, guanto nel guanto, ci inoltriamo nella City.
Con le orecchie al calduccio mi accorgo che i rumori della città  sono attutiti, è una sensazione piacevole, continuo a osservare la gente che cammina spedita e improvvisamente realizzo il perchè, perchè i neyorkesi vivono in simbiosi con l’ I-pod! Il frastuono, i clacson, le sirene, i motori, i cantieri… Per giorni ho comunicato urlando perchè a New York la voce della gente è sopraffatta dal rumore!!!

Scendendo verso Downtown, lungo la Broadway, i grattacieli lasciano il passo a palzzoni ingrigiti dallo smog. Negozi di borse cinesi si alternano a botteghe zeppe di Obama’s stuff, merchandising improbabile che celebra il culto del 44° Presidente degli Stati Uniti: magliette, calzini, mutande, orologi, tazze, borse, pupazzi, profumi e prevervativi di Obama, ma only big size!!!
Una frotta di afroamericani, solo afroamericani, cammina lungo la strada, chi parla al telfono in giacca e cravatta, chi si saluta seguendo una certa ritualità, chi cerca di venderti  qualcosa, chi sempilcemente si fa i fatti suoi. Il quartiere è decisamente multiculturale e ci faccio caso perchè non sono abituata, perchè sono italiana.

Qualche isolato dopo comincia NoHo, dove la fa da padrone l’ interior design.
A Chinatown insegne, strisconi e lanterne decorano le vie. Il rosso e il giallo oro illuminano il quartiere movimentato da ristoranti, negozietti di elettronica e di abbigliamento. C’è anche un poco attraente tempio buddista ricavato in un locale al pian terreno di una palazzina.  Gli ideogrammi vivono anche sulle insegne delle banche e degli uffici pubblici, i cinesi parlano cinese tra di loro.

A Little Italy gli italiani si aggrappano alla tradizione della nostra cucina e affiggono le foto autografate di Toni Soprano alle vetrine. Colorano gli stand pipes (colonnine con fontana che si vedono per strada) di bianco rosso e verde  e espongono qua e là il tricolore. Little Italy è molto più piccola di Chinatown e gli italiani parlano americano tra di loro.

New York: diario di viaggio (parte terza)

mikejulietA New York si mangia ad ogni angolo della strada, ma anche tra un angolo e l’altro. E dato che io di strada ne ho battuta parecchia… in senso turistico!!!
Pertanto, dall’alto della mia esperienza dichiaro che the Oscar goes to Chiplote Mexican Grill, sponsor ufficiale dei miei chili di troppo degli ultimi 7 giorni. Come esimermi dal decantare le doti libidinose dei burritos stracolmi di carne very very spicy o le enchilladas succulente al queso innaffiate da bevande rigorosamente refill, ossia paghi la prima e poi ti riempi il bicchiere quanto ti pare e tutte le volte che ti pare! Per non parlare di un’altra usanza tipica americna All you can eat cioè entri, paghi una prima consumazione e poi mangi all’infinito, fino a che il tuo stomaco non ti chiede pietà. Poi, appesantita e spossata, osservi la gente per strada e ti si rivela un mondo, quello dell’ over size, pericolo incombente in una società  sempre di fretta che ha una diretta accessibilità a quantità infinita di cibo “saporito” e bevande gassate.  Pensi che in una settimana di vacanza te lo puoi permettere anche tu, in fondo è solo una settimana…, dal contenuto calorico di un mese, però!!! Ma bando alle lacrime di coccodrillo, le prelibatezza culinarie etniche e indigene mi hanno ormai sopraffatto rendendomi incapace di intendere e volere!
E sto ancora godendo del sapore del poc’anzi ingurgitato pancake mattutino, quando vengo abbordata da una entusiasta signora bionda dall’aria sbarazzina da venditrice che mi propone un’offerta alla quale non posso rinunciare, la partecipazione al mitico The Morning Show with Mike& Juliet! Wow! Faccio io, adottando i primi rudimenti di slang americano, senza sapere assolutamente chi siano sti due. E in men che non si dica, mi ritrovo catapultata negli studi della Fox a intonare coretti alla multi level marketing style, sapientemente guidati/imboccati dall’assistente di studio/animatore che, dopo averci fatto dimenare a ritmo di hip hop, così, tanto per riscaldarci un po’,  ci inizia alla sacra arte del pubblico partecipativo. E adesso, tutti insieme, stuporeee!!! E un rotondo ooohhhhh 8| stupito riecheggia nello studio. Bravi, siete un pubblico meraviglioso, e ora disapprovazione!!! E’ il momento del corrucciato uuuuuhhhhh  :S , ma  l’eccitazione dei partecipanti sale fino ad esplodere in una risata contagiosa |D , perchè nei talk show c’è sempre il momento comico!
Istruita e fiera, commento mugugnando per un’ora il bla bla bla sul linguaggio del corpo del dio Obama, sui metodi rivoluzionari di un microchip che si impianta dietro l’orecchio e manda segnali al cervello che inducono il senso di sazietà, e sulle domande del pubblico interattivo allo specialista di turno. Un’inutile, ma molto americana, ora della mia vita!
Si è fatto tardi e il Metropolitan Art Museum è lontano (dalla 47th all’80th) ma ci voglio andare a piedi, serve a smorzare il mio senso di colpa calorico.

Dopo un iniziale imbarazzo alla biglietteria in cui mi si dice che l’offerta è libera, leggo sul cartello che la suggested admission è di 20 $, penso che faccio? la figura della pezzente italiana o impassibile accetto il suggerimento? La mano si avvicina al potafoglio, non ho ancora deciso, sono attimi infiniti scanditi da un montaggio alternato tra il mio PP incerto e lo sguardo serioso e altezzoso del bigliettaio che non distoglie i suoi occhi dai miei neanche per un attimo. La gente dietro, in attesa, scalpita per entrare, la mia mano è dentro al portafolglio, ‘sti dollari sono tutti uguali e non so porprio quale afferrare, tiro fuori la prima banconota, riconosco George Washington, è un dollaro, la mano trema mentre allungo la banconota sul bancone ed è in quel momento che scatta l’orgoglio italico e con strafottenza ne tiro fuori un altro, l’ultimo.  Ne devo dare ancora 20 al MoMA è lì non è suggested, ma obbligatorio!

New York: diario di viaggio (parte seconda)

La mie 3 giornate solitarie, tutte le mattine, hanno visto la prima luce  del FLAVOUR, healty bar ricco di prelibatezze culinarie degne di una real american breakfast, ma dal sapore chic e raffinato. Far away da grasse e unte omlette con bacon e cetrioli in salamoia, sono divenata oat meal addicted, una calda poltiglia zupposa di fiocchi d’avena arricchita di uvetta, cannella, mela e banana.  Ma a New York c’è da camminare e necessito di sostanziose riserve energetiche . Quale soluzione migliore di un soffice e burroso muffin al cioccolato… Ogni morso, un sorriso gaudente!

Zaino in spalla, guida alla mano e macchina fotografica in tasca, Paola è pronta ad attraversare a piedi tutta Manhattan!

Lungo la 7th Avenue la gente cammina a passo svelto, ma i miei occhi le percepiscono al rallenty, mentre indaffarati frugano nelle proprie borse, smanettano l’Ipod, parlano all’ Iphone, sorseggiano caffè, ma soprattutto passano col rosso, anche davanti a compiacenti poliziotti che sorvegliano ogni angolo della metropoli. In pochi fumano per strada, è vietato persino in prossimità dei portoni e delle entrate di negozi, uffici e locali di ogni tipo. Ma di fumo se ne vede tanto, è quello che sfiatano i tombini, ma è semplicemente un diverso sistema di riscaldamento che usa il vapore come fluido termico. Ecco spiegato tutto quel fumo in Taxi Driver!

Al Madison Square Garden sta per cominciare una delle più importanti mostre canine di tutta l’America  la Westminster Kennel Club Dog Show che decreterà la vittoria di Stump, un dolcissimo Spaniel di 10 anni (il più vecchio in 33 anni di gare) docile presenzialista di tutte le trasmissioni tv e telegiornali americani.
Lascio i vari padroni inebetiti dall’estetica canina e mi avvio lungo il Fashion District attravesrsando la variegata umanità newyorkese: nasi e menti arrotondati o a punta, visi ovali e allungati o tondi e floridi, grassi, molto obesi, ma anche fanciulle dagli evidenti disturbi alimentari, giacca e cravatta, jeans e maglietta, casual e sportivi, le ragazze indossano le UGG, il trend del momento in fatto di calzature, gli sguardi sono tutti rivolti a un pensiero, il mio pensiero è rivolto ai loro sguardi. Ma nessuno si accorge di me, neanche quando mi fermo tra un grattacielo e l’altro a cercare un fascio di sole a riscaldarmi mentre scrivo scomodamente in piedi i miei appunti di viaggio. Fa freddo all’ombra qui a  New York!

Le strade sono pulite,  sono le 11 e ho voglia di un caffè, italiano, ma è un sogno che non potrò realizzare per i prossimi giorni. I grattacieli mi hanno lentamente abbandonato lungo il cammino e  mi ritovo a Chelsea. Il sole è libero di ammantare le strade, it’s sunglasses time!

Tento di riappacificarmi con Starbucks dopo un preliminare incontro/scontro con un frappucino al caramello, fredda poltiglia dolciastra al sapore di caffè, dall’altissimo contenuto calorico. Mi converto a un tè, alla mela, tanto per testare qualcosa di diverso. Ma anche qui il magico tocco americano dell’esagerazione mi  si presenta in una bevanda dolcissima e piccante . L’ho bevuto lo stesso, seduta al mio tavolino, mentre mi studio il prossimo itinerario. Alzo gli occhi e la profezia newyorkese dello Starbucks si avvera: sono circondata da studenti ipnotizzati da facebook col Mac sulle gambe mentre tambuurellano con le dita la musica imprigionata nell’Ipod.
Il  Greenwich Village è giovane, dinamico, gayo, alternativo e verde, in altre parole very very friendly. E’  qui che voglio vivere quando rinascerò a New York, è qui che voglio mangiare nei locali alla mano, ma ricercati nel gusto e nell’estetica  pacata, misurata, ma sofisticata e d’impatto. La Christopher Street è colorata dalle bandiere arcobaleno e dalla moda degna dei Village People, i negozi sgargianti di Bleecker Street, le librerie e i caffè hanno il sapore di movimenti letterari e studenteschi. Il cuore del Village è il Washington Square, parco verde e curatissimo che accoglie bambini, studenti, skater, giocatori di scacchi e chiunque abbia volgia di rilassarsi su una delle tante panchine disseminate qua e là. Ma è il Washington Arch ad imporsi, arco di trionfo del 1889 che segna l’inizio della 5th Avenue.

Mi lascio alle spalle la New York University e mi basta attraversare la strada per notare il repentino cambiamento del paesaggio urbano: assumo un’aria altezzosa e sofisticated, sono pronta per entrare a SoHo!

Vetrine di gran classe, grandi marche, gallerie d’arte, atelier, modernariato e design, atmosfere soft. Niente è esagerato, tutto fa tendenza. Niente che non si possa trovare anche a Roma se non quelle facce bianche, diafane e intellettualodi che non tradiscono alcun sorriso a dimostrazione che arte è sofferenza. Mah!
Cerco di porre rimedio alle mie sofferenze, quelle della fame rintanandomi nell’old fashioned Fanelli Bar di fronte a quello spazio avvenieristico che un tempo ospitava il SoHo Guggenheim Museum, fucina di arte contemporanea e sperimentale, ora sede di un loft Prada. Il disagio della civiltà!

Un veggie burger è la soluzione all’indigestione di proteine animali degli ultimi giorni e mi ricarica per superare Canal Street. E’ un brulicare di bancarelle, cineserie e inutilità da 4 soldi che danno da vivere a cinesi, afroamericani, pakistani, ma all’angolo della strada, come in un m iraggio brilla la madre di tutte le vetrine americane: si apre il sipario sul far west, camicie con frange, stivali a punta, cappelli taxani, e un grosso divano foderato di pelo e corna. Vorrei entrare a spulciare questo mondo ancora lontano, ma la giornata sta per finire e devo ancora arrivare a TriBeCa.

TriBeca è un quartiere in evoluzione, costellato di cantieri che nascondono stili architettonici differenti. Dai nuovi palazzi di vetro a costruzioni con mattoni rossi divisi in loft e mini appartamenti. Cerco la struttra del Tribece Film Festival, ma quello che mi ritovo davanti è il Tribeca Grill!!!Comunque sempre proprietà di De Niro!

Mi consolo con un Donuts e una ciccolata dolcissima e imbevibile, ma è calda e la bevo tutta, il sole si sta spegnendo.

Continuo verso Downtown, intravedo i grattacieli del Financial District, ma nel panorama si apre un vuoto.   Il World Trade Center sarebbe un grosso cantiere  qualunque, come tanti altri, se i turisti la smettessero di cercare il punto di vista più suggestivo per ritrarre una foto ricordo del più grosso disastro umano e civile del millennio.  Tra loro ci sono anche io, ma nessuno dei miei scatti riesce a restituire la profondità di questa ferita. Non riesco a percepire l’emotività degli americani che passeggiano intorno al cantiere, sono presi dalle loro vite ormai e forse non hanno il tempo per fermarsi a ricordare, o forse semplicemente preferiscono guardare avanti. I poster intorno alla retre che circonda il sito mostrano con orgoglio le immagini del progetto futuro, delle nuove torri che rinasceranno sul suolo sfregiato e si innalzeranno fiere verso il cielo a simboleggiare l’orgoglio della Nazione.

New York: diario di viaggio (parte prima)

times-square-centralDopo 9 ore di viaggio finalmente sbarchiamo al mitico JFK Airport nel cuore del Queens. Il Queens è uno dei distretti che compongono la città di New York , gli altri sono il Bronx, Staten Island, Brooklyn e il cuore della city, Manhattan. Al centro del centro della ‘isola, precisamente a Times Square, c’è il nostro albergo, struttura alquanto sgarrupata e modesta, ma pulita, centralissima (Midtown) e dotata di Wi Fi!!!
La nostra prima passeggiata ormai nel tardo pomeriggio, si è snodata lungo la luccicante Broadway, il leggendario quartiere che dà vita ai grandi personaggi dei musical da Mary Poppins, al Fantasma dell’Opera, da Shrek al giovane Billy Elliot. Ma questa notorietà se la fanno pagare cara!!! Perciò credo che rimarrano volti sorridenti su cartelloni giganti. La gente corre e corre, ognuno ha una meta precisa, solo io alzo lo sguardo verso il cielo e mi sento inghiottire dai grattacieli sbrilluccicosi. Ma mi piace, sentirmi piccola piccola è una sensazione che non provo mai, perciò me la voglio godere! Divento subito amica dei grattacieli.
La serata ormai volge al termine e non ci resta che porre fine alla stanchezza con un grassissimo cheesburger e patatine fritte ketchupose. Con la panza soddisfatta, abbandoniamo gli sfarzi della città che non dorme mai e ci rintaniamo nella nostra minuscola stanza d’albergo.

L’indomani, domenica, la sveglia suona presto…troppo presto. Alle 5 ho gli occhi sbarrati, Marco dorme beatamente. rimango a letto, pensando tanto prima o poi mi riaddormento...ma nulla di fatto. Le 8 arrivano presto e siamo già pronti per la colazione. Cappuccino e muffin da Europa cafè, ora comincio a intendere e volere. Usciti dal bar i grattacieli ci sovrstano con imponenza, ma in fondo siamo noi gli intusi, perciò faccio loro l’occhiolino e timidamente ci facciamo largo tra le stradine della metropoli fino a raggingere il posto della domenica, che non è una chiesa, a parte la piccola visita alla St. Patrick Church, ma è il cuore verde di New York, Central Park!
Tipologie di umanità differenti animano i sentieri che si sviluppano tra gli alberi di olmo, felci e piante tropicali. Una ragazza di colore canta a squarciagola mentre volteggia su pattini ani’80, breakers e skater si esibiscono in acrobazie ardite, e poi musicisti jazz, suore che battono il tempo della musica, bambini che si rincorrono, ragazzi che si baciano, uomini e donne che passeggiano col proprio cane. C’è chi cammina da solo lentamente immerso tra i propri pensieri, ch fa jogging con l’immancabile Ipod, poliziotti a cavallo e bici che sfrecciano impazzite sulle piste ciclabili. Sono felice, abbraccio mio marito e come una bambina entusiasta e curiosa  mi inoltro nello zoo, alla ricerca dei pinguini. Li trovo, sono tanti e si tuffano come saette nell’acqua, ma non ci sono nè Melman, nè Alex, nè Gloria, nè Marty.

Durante la passeggiata vengo rapita da una soave armonia musicale,  note corpulente escono dalla voce di una ragazzetta caruccia, dai capelli rubini che intona con vigore Over the Rainbow…forse da un momento all’altro sbucherà Dorothy da dietro un cespuglio alla ricerca della strada con i mattoni gialli, mi guardo intorno, ma non la trovo, faccio 2 passi ancora e mi ritrovo negli  StrawberryFields. Ci mettiamo a cantare, è inevitabile.

Usciamo da Central Park e ci ritroviamo nella chicchissima Central Park West Avenue, dove si affacciano le palazzine delle celbrità. Davanti a ogni portone  la classica tenda che si allunga fino al ciglio della strada…e il portiere in livrea che sorride ai visitatori aprendo loro lo sportello della macchina e guidandoli fino all’entrata.
La gente che passeggia lungo il viale sa di essere ricca e si muove con consapevolezza con i loro chiwawa al guinzaglio e chili e chili di silicone a riempire quelle maschere che ricoprono i volti delle signore che in gioventù dovevano essere molto diversi.
La fame si fa sentire, non ci resta che buttarci sul solito e calorico cheesburger e, mentre lo addentiamo, entrambi sappiamo che non sarà l’ultimo della vacanza.

Poi il vento freddo! Ci rifugiamo al Virgin Megastore e al mega centro di Toys R Us dove una ruota gigante raccoglie grandi e piccini. La tentazione è grande, ma questi 4$ me li posso risparmiare. Ci sono stata da poco su una ruota panoramica, ero a Mondello e vedevo il mare.

Ma è arrivato il momento di compare un paio di scarpe, la scusa pronta ce l’ho,  ho bisogno di un paio comodo per camminare, domani mi aspetta una lunga  e solitaria scarpinata per le vie di Manhattan! Attacco bottone con tutti i commessi, mi piacciono i newyorkesi, je và de chiacchierà e a me me piace de parlà co l’estranei!

Sfatti e provati, alle 6 p.m. ritorniamo in albergo per una pausa-riposino. Ma il riposo del guerriero ha annientato persino l’istinto primordiale della fame, cosa in me più unica che rara. Marco mi lascia narcolettica in albergo e si rimedia una cena frugale in una Times Square perennemente luccicante e piena di umanità.

I miei ritmi circadiani sono totalmente compromessi, dormo dormo e dormo. Maledetto jet lag!

St’Americani, me pareno un po’ Romani!

Ho persino capito le battute del doganiere! Che simpatici che so’ sti newyorchesi! Si fanno i fatti tuoi, ma con grottesca ironia e ti commentano pure quello che te magni! Me pare tanto la Capitale!
La Grande Mela ci ha accolto a braccia aperte. E nonostante l’occhiaia tradisca la stanchezza da jet leg, l’ntusiasmo non demorde, Times Square ci aspetta! E poi c’ho una voglia di schifezze americane ketchupose e butterose… Ciccia e brufoli? Ormai me so’ arresa all’idea, sta settimana me la voglio proprio gode’!