New York: diario di viaggio (parte terza)

mikejulietA New York si mangia ad ogni angolo della strada, ma anche tra un angolo e l’altro. E dato che io di strada ne ho battuta parecchia… in senso turistico!!!
Pertanto, dall’alto della mia esperienza dichiaro che the Oscar goes to Chiplote Mexican Grill, sponsor ufficiale dei miei chili di troppo degli ultimi 7 giorni. Come esimermi dal decantare le doti libidinose dei burritos stracolmi di carne very very spicy o le enchilladas succulente al queso innaffiate da bevande rigorosamente refill, ossia paghi la prima e poi ti riempi il bicchiere quanto ti pare e tutte le volte che ti pare! Per non parlare di un’altra usanza tipica americna All you can eat cioè entri, paghi una prima consumazione e poi mangi all’infinito, fino a che il tuo stomaco non ti chiede pietà. Poi, appesantita e spossata, osservi la gente per strada e ti si rivela un mondo, quello dell’ over size, pericolo incombente in una società  sempre di fretta che ha una diretta accessibilità a quantità infinita di cibo “saporito” e bevande gassate.  Pensi che in una settimana di vacanza te lo puoi permettere anche tu, in fondo è solo una settimana…, dal contenuto calorico di un mese, però!!! Ma bando alle lacrime di coccodrillo, le prelibatezza culinarie etniche e indigene mi hanno ormai sopraffatto rendendomi incapace di intendere e volere!
E sto ancora godendo del sapore del poc’anzi ingurgitato pancake mattutino, quando vengo abbordata da una entusiasta signora bionda dall’aria sbarazzina da venditrice che mi propone un’offerta alla quale non posso rinunciare, la partecipazione al mitico The Morning Show with Mike& Juliet! Wow! Faccio io, adottando i primi rudimenti di slang americano, senza sapere assolutamente chi siano sti due. E in men che non si dica, mi ritrovo catapultata negli studi della Fox a intonare coretti alla multi level marketing style, sapientemente guidati/imboccati dall’assistente di studio/animatore che, dopo averci fatto dimenare a ritmo di hip hop, così, tanto per riscaldarci un po’,  ci inizia alla sacra arte del pubblico partecipativo. E adesso, tutti insieme, stuporeee!!! E un rotondo ooohhhhh 8| stupito riecheggia nello studio. Bravi, siete un pubblico meraviglioso, e ora disapprovazione!!! E’ il momento del corrucciato uuuuuhhhhh  :S , ma  l’eccitazione dei partecipanti sale fino ad esplodere in una risata contagiosa |D , perchè nei talk show c’è sempre il momento comico!
Istruita e fiera, commento mugugnando per un’ora il bla bla bla sul linguaggio del corpo del dio Obama, sui metodi rivoluzionari di un microchip che si impianta dietro l’orecchio e manda segnali al cervello che inducono il senso di sazietà, e sulle domande del pubblico interattivo allo specialista di turno. Un’inutile, ma molto americana, ora della mia vita!
Si è fatto tardi e il Metropolitan Art Museum è lontano (dalla 47th all’80th) ma ci voglio andare a piedi, serve a smorzare il mio senso di colpa calorico.

Dopo un iniziale imbarazzo alla biglietteria in cui mi si dice che l’offerta è libera, leggo sul cartello che la suggested admission è di 20 $, penso che faccio? la figura della pezzente italiana o impassibile accetto il suggerimento? La mano si avvicina al potafoglio, non ho ancora deciso, sono attimi infiniti scanditi da un montaggio alternato tra il mio PP incerto e lo sguardo serioso e altezzoso del bigliettaio che non distoglie i suoi occhi dai miei neanche per un attimo. La gente dietro, in attesa, scalpita per entrare, la mia mano è dentro al portafolglio, ‘sti dollari sono tutti uguali e non so porprio quale afferrare, tiro fuori la prima banconota, riconosco George Washington, è un dollaro, la mano trema mentre allungo la banconota sul bancone ed è in quel momento che scatta l’orgoglio italico e con strafottenza ne tiro fuori un altro, l’ultimo.  Ne devo dare ancora 20 al MoMA è lì non è suggested, ma obbligatorio!

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