Duplicity

duplicityDuplicity, ovvero doppiezza, falsità. Ed è proprio di fiducia che parla questo film. Ci si può veramente fidare dell’uomo che si ama se quest’uomo fa il tuo stesso lavoro, cioè la spia?

Ho serie difficoltà a raccontare di questo film che,  diciamo la verità, non è un thriller, ma un film d’amore poco romantico, che con una buona parte di suspence, tensione narrativa e qualche colpo di scena talvolta annunciato, si sviluppa attraverso flashback che destabilizzano e travolgono di eccessive informazioni, che si disperdono nel tentativo di dare linearità agli eventi. E così i due si amano, si tradiscono, si riamano, si alleano e complottano a volte insieme, a volte l’un contro l’altro, lungo una storia che si dipana in mezzo mondo,  tra scenari di lusso e multinazionali avide e senza scrupoli. I nostri due eroi mononeurali che, come automi, rispondono all’unico stimolo che riconoscono, il richiamo del denaro e del sesso, non coinvolgono, ti lasciano passivo e ormai distratto spettatore in attesa dell’evento che non arriva. Forse perché il massimo dell’espressività artistica il regista se l’è giocato nel teaser, la splendida immagine al ralenty dei due contendenti e personaggi chiave ottimamente interpretati da uno strepitoso Paul Giamatti e da un altrettanto eccezionale Tom Wilkinson.

Perplessa ed estranea ho visto un film tutto sommato godibile, discretamente orchestrato, ma che non lascia alcun segno, che scivola indifferente trascurando l’emotività dello spettatore.

SPOILER


Ma la rivincita dello spettatore la serve su un piatto d’argento il finale beffardo. E con un sorriso di rivalsa abbozzato sul volto ho letto i titoli di coda fino alla fine.

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