Roba da matti

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camicia-di-forzaA volte capita che i pensieri nascano fuori di te e ti seguano fino a bussare insistentemente alla tua sensibilità. E poi arriva il momento in cui li accogli, li mescoli, li fai amare e riesci a donare la vita ad ulteriori pensieri.

Dopo aver ampiamente (anche troppo) parlato delle alterazioni del Sè nel post precedente, mi ritrovo per caso a vedere il film di Giulio Manfredonia Si può fare e di seguire, sempre per caso, su Unomattina (e io non lo guardo mai!) un’intervista allo psichiatra Luigi Attanasio, sostenitore di quella psichiatria democratica che rese possibile 30 anni fa la Legge Basaglia, e infine lo scrittore Ugo Riccarelli, che, sempre per caso, ho conosciuto pochi giorni fa, il quale presentava il suo ultimo libro Comallamore, che narra le vicende del piccolo Beniamino che da bambino osserva i matti e che diventa uomo grazie alle loro storie.

Purtroppo poco spazio è stato lasciato alle parole di Riccarelli, che con il suo approccio delicato e poetico, tentava di esprimere il proprio pensiero sulla relatività dell’idea di follia. E proprio nel momento in cui tentava di dare una spiegazione a quella bella immagine di bambino che ascolta il rumore del mare in copertina, l’incompetente Eleonora Daniele lo interrompe per deviare la conversazione sulla necessità di tutelare la società da questi pericolosi criminali che non hanno alcun diritto di essere ascoltati e supportati.
Il pretesto dell’intervista è stato il caso di cronaca che vide l’aggressione di una coppia di anziani alla stazione di  Palermo per mano di uno psicolabile.
Non voglio dilungarmi vomitando giudizi su tale episodio, nè tantomeno ho le competenze per proporre soluzioni per la società sulla gestione del disagio mentale. Ma una cosa mi ha colpito nelle parole del dott. Attanasio ed è il punto di partenza di quelle nuove teorie psichiatriche che imposero la chiusura dei manicomi  (Legge 180), ossia la convinzione, di spostare il fulcro dell’analisi dalla malattia organica (intesa come problema da annienatre escludendo il malato dal contesto sociale)  al paziente e all’origine sociale del disturbo. In altre parole ho voluto leggerlo in linea con il principale assioma dell’antipsichiatria che vede nella psichiatria uno strumento di controllo sociale che ha la sua massima realizzazione nei manicomi e nella neutralizzazione dei pazienti attraverso cure farmacologiche a dosi elevatissime e terapie opinabili quali l’elettroshock.
Purtroppo la realtà attuale racconta di famiglie lasciate sole e di istituzioni che non hanno i mezzi sufficienti per dare un supporto a questo disagio. E chissà quali altri interessi economici e politici impediscono la realizzazionedi una rete di servizi esterni che possano assistere le persone affette da disturbi mentali che vivono in una società sempre più individualista, indigente in cui la lotta per la sopravvivenza può diventare una strada in discesa verso la follia.

Diceva Basaglia: la conquista della libertà del malato deve coincidere con la conquista della libertà dell’intera comunità…In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione…una società per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla.

Sono passati più di 30 anni da queste parole e molte cose sono cambiate e tante altre cambieranno.

Ciò che più colpisce la mia sensibilità è l’universalità di cui si nutrono queste parole. Oggi non è “di moda” parlare di matti e il diverso è l’immigrato e chi è portatore di una cultura differente. Il diverso fatica a integrarsi a causa di un fraintendimento di base per cui ciascuno fatica ad aprirsi all’altro nascondendosi dietro le prorpie certezze culturali.

Finchè non ci si porrà in una condizione di rispetto e umiltà reciproca si impedirà ai differenti idiomi di confluire nell’unico linguaggio possibile che appartiene agli esseri umani tutti e i cui fondamenti risuonano nelle parole di accoglienza, ascolto, compassione e reciprocità.

Giuseppe Cederna, Ramachandran e i frammenti del Sé

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giuseppecedernaGiuseppe Cederna è un attore che ho scoperto anni fa nella pellicola di Andrea Barzini Italia Germania 4 a 3 e ho continuato a stimarlo nel film premio Oscar Mediterraneo.
Giuseppe Cederna è un attore e anche scrittore e ultimamente ricorre spesso nei miei pensieri, così, improvvisamente e senza ragione alcuna e ciò accade in momenti apparentemente incongruenti tra di loro. Il suo reading alla Fiera del Libro non poteva che essere un incontro predestinato, e mi basta sentire questo per non pormi ulteriori domande a riguardo. Scelgo, in altre parole, di accettare incondizionatamente questo dono.
Il reading dal titolo La donna che morì dal ridere, ovvero i misteri del  Sé, si annunciava come un viaggio alla scoperta del legame che unisce la scienza all’arte e come tale non poteva non suscitarmi un forte coinvolgimento, ulteriormente amplificato dalla presenza del grande attore che da troppo tempo ormai appare in piccoli frammenti della mia vita.
Una volta seduta nella Sala Azzurra del Lingotto ho scoperto che quel titolo altro non è che uno dei capolavori del medico neurologo V.S. Ramachandran che riporta alcuni bizzarri casi clinici di pazienti che riferivano assurde e immaginarie sintomatologie in merito a reali patologie. Come per esempio un atleta che ha perso il braccio ma che continua a percepirlo dolorante, o ancora il giovane Arthur che, in seguito a un fatale incidente stradale, si convince che i genitori siano stati sostituiti da replicanti, e ancora il caso del vignettista, divenuto cieco progressivamente e vittima di allucinazioni surrogate della realtà. Questi e altri celebri casi diventano il punto di partenza della dell’indagine di Ramachandran su quei meccanismi del cervello umano che determinano comportamenti irrazionali, stati d’animo incongruenti e percezioni alterate. Secondo Ramachandran questi studi possono colmare l’abisso che c’è tra la cultura scientifica e quella umanistica, tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e quella che gli altri hanno di noi. Questo gap è determinato dai diversi ruoli giocati dagli emisferi cerebrali, per cui in quello sinistro risiede un sistema di credenze che determinano una sorta di equilibrio del Sé, ma nel momento in cui l’emisfero destro rivela delle anomalie (le patologie), può succedere che il sinistro prenda il sopravvento ignorando il problema o stravolgendo totalmente la realtà delle cose esterne. Ed ecco che si verificano tutti quei meccanismi di difesa che vanno dalla rimozione alla negazione, fino alle forme estreme di autoinganno (anosognosia). Pertanto la consapevolezza del sé e della propria identità vengono totalmente alterate e l’immagine che si ha di sé non corrisponde a quella che si mostra all’esterno.

Ora, che cosa centra tutto ciò con il rapporto tra scienza e arte?
L’arte altro non è che una ricerca dell’unità del sé frammentato nella realtà esterna. Da questo viaggio in cui si tenta di raccogliere le briciole sparse dell’Io, nascono mirabili poesie, pitture, romanzi e tutte le grandi forme d’arte possibili. L’arte è il misterioso racconto dell’Io attraverso la narrazione, i colori e le forme.

Ecco perché i grandi artisti, mediante la loro capacità profonda di essere in contatto con se stessi, hanno intuito alcuni dei più grandi meccanismi cerebrali. Di questo parla il giovane ricercatore Jonah Lehrer che ha celebrato il sodalizio tra arte e scienza nel suo illustre saggio Proust era un neuro scienziato. In esso riprende le parole di Proust che descrive il sapore e l’odore di una  madeleine e i ricordi d’infanzia che tali sensi lasciano affiorare alla memoria. Questo racconto è un’anticipazione della scoperta del legame tra connessioni cerebrali e percezioni sensoriali, nello specifico tra i sensi (gusto e olfatto) e l’ippocampo, sede della memoria a lungo termine.

Pertanto, tutto ciò che afferisce al Sé è frammentato nell’esteriorità delle esperienze, per cui la nostra verità parte dal caos esterno, dai frammenti di sensazioni, esperienze e ricordi e si ricompone al’interno della nostra coscienza dando forma al Sé.
Virginia Woolf, scrittrice dalla vita tormenta, si dedicò totalmente alla narrazione attraverso l’abbandono al flusso di coscienza, segnale questo dei tempi in cui visse, che videro sostituirsi alle certezze del positivismo, la relatività di alcune scoperte in ambito medico e scientifico (Einstein, Freud…) che rivelarono la presenza di un mondo interiore all’essere umano che in qualche modo era strettamente legato a quello esteriore. Ed è proprio osservando le infinite trasformazioni della realtà, accompagnate dal continuo fluire del tempo, che si può intervenire fissando il momento, quel momento, in quel luogo, che rivela i frammenti di un Sé in cerca di identità. E, ponendo la giusta attenzione, si può rintracciare la continuità tra i singoli momenti nello scorrere caotico degli eventi, fino a raggiungere finalmente la coerenza del Sé che definisce l’identità della persona.

L’Io è la nostra opera d’arte di cui solo noi stessi siamo responsabili. Se non ci fosse l’Io saremmo solo una massa di personaggi in cerca di autore.

Suggerisco a me stessa e a chi ha avuto la pazienza di arrivare fino alla fine di questo lungo post, le seguenti letture: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks, La donna che morì dal ridere di V.S.Ramachandran e Proust era un neuroscienziato di Jonah Lehrer.

Ringrazio con affetto Giuseppe Cederna, (con il quale ho sentito l’incontenibile esigenza di cercare un contatto fisico attraverso un’emozionante stretta di mano), per aver fermato in quel momento e in quel luogo un grande frammento di me e di avergli dato forma e colori attraverso le sue parole ricche di incanto, suggestione e verità.

Mediabazooko: un’esperienza ai confini della bruttezza cinematografica

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il-boscoPensavate di aver oltrepassato le frontiere del trash restando incollati davanti alle risse dell’isola dei famosi e alle sgallinate nel pollaio di Uomini e Donne?
Poveri a voi! Roma vi offre molto ma molto di più. Venite anche voi alle strampalate e spassose serate organizzate da Mediabazooko e Filmbrutti . Ad accogliervi una massa di presunti cinefili e pure cinofili personaggi dalla romanità carnale e verace. Sto parlando di cultura, ragazzi, quella vera, quella che supera gli snobbismi intellettualoidi di certo cinema pessimista, masochista e angosciante. Qui i buoni vincono sempre e il male viene sconfitto dopo una battaglia ricca di suspense, colpi di scena e proto-effetti speciali che segnano col sangue il confine tra la paura e la letizia. Ma questa linea è talmente sottile che, una volta oltrepassata, esplode in incontenibili risate di pancia.
Mediabazooko è uno spazio culturale di simpatici fanciulli animati dall’insana passione per il cinema che, una volta a settimana, organizzano cinevisioni insieme al gruppo di Filmbrutti, il cui nome parla da sé.  Ogni visione è accompagnata da liberi insulti e dal lancio di oggetti non contundenti contro lo schermo illuminato dalle più oscure creature del male, eroi invincibili, zombie, cannibali, povere vergini, vampiri e Chuck Norris.
La serata di ieri è stata dedicata al re della zoomata  Jess Franco e al suo capolavoro Una vergine tra i morti viventi, la storia di una giovane verginella, con l’abitudine di sguazzare ignuda tra le acque lacustri, che va a trovare alcuni parenti in uno spettrale castello sperduto tra i boschi. La trama è stata difficile da seguire a causa dei continui e accalorati insulti nei confronti di questa pellicola dai contorni sfocati, le lunghe e inutili carrellate, gli interminabili piani sequenza e le continue e ossessive zommate sugli sguardi assenti dei protagonisti. Mi astengo dal fornirne una dettagliata recensione, perchè alla fine del primo tempo siamo stati piacevolmente sorpresi dal cambio di programma. Buio in sala ed ecco animarsi sullo schermo una coppia felice di innamorati che, durante il loro viaggio tra delle presunte Alpi, incontrano un’intimorita donzella in versione Solange anni ‘80, dietro le cui innocenti spoglie, si cela una spaventosa creatura del male, armata di un braccio mostruoso che, nel teaser del film, dà prova della sua cattiveria sfracellando gli attributi di un povero giovine caduto nella sua trappola seduttiva. Il capolavoro in questione è Il Bosco 1 di Andrea Marfori.
Sorseggiando birra, ci si ritrova, si chiacchiera, si dà uno sguardo alla collezione di vinili, libri, opere maestre del cinema mondiale e introvabili capolavori del cinema trash degli ultimi 30 anni.
Dopo tali visioni i vostri sogni non saranno più gli stessi e dopo tre visioni riceverete in omaggio il privilegio di fare la comparsa nel prossimo esilarante film di Ruggero Deodato Cannibal Holocaust 2, il cui primo successo battezzò la carriera d’attore dell’On. Luca Barbareschi!!! Accorrete numerosi, accorrete numerosi. Mediabazooko, via F. Selmi 125, Roma.

Ma prima di salutarvi vorrei citare due massime (gentilmente offerte dai ragazzi di welovechucknorris) del Sommo Eroe, da cui tutte noi dementi donzelle vorremmo essere rapite.

Chuck Norris spesso chiede alle persone di tirargli il dito. Quando lo fanno, li colpisce con un calcio volante nell’addome. Dopodiché scoreggia.

I bambini hanno paura del buio. Il buio ha paura di Chuck Norris

L’agrodolce caponata di Davide Enia

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davide-enia1Mancano poche settimane ormai alla mia partenza per la Sicilia e la cosa mi turba non poco. Pertanto, l’unico modo che ho per abbandonarmi all’idea, è legarmi alla bellezza che questa terra ha nelle sue viscere e che spesso riesce a esplodere in forme d’arte altissima. In queste immagini il grande cantastorie Davide Enia incarna la sfrenata ed estrosa preparazione dell’agrodolce caponata.

One Day intensive tour a Torino

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torino-magicaLa mia esperienza torinese si è conclusa tra mille lacrime… la concentrazione di pollini in città è altissima e forse è questo l’unico motivo per cui non vedevo l’ora di ritornare a Roma. Ma non prima di aver visitato tutto il visitabile possibile nel poco tempo rimastomi. Rianimata da un’ overdose di antistaminici  e armata di una consistente quantità di fazzolettini di carta, ho inaugurato il mio tour tra i mille volti di Torino.

Ad accogliermi per prima piazza Solferino, sede della nuova porta della città dove campeggiano i due “gianduiotti” realizzati da Giugiaro in occasione dei Giochi Olimpici del 2006. I due padiglioni sono da anni oggetto di polemiche relative alla loro rimozione che, a mio modesto parere, sarebbe opportuna dato che queste due enormi strutture sono lasciate abbandonate e appesantiscono l’armonia della piazza, oscurando la bellezza della Fontana Angelica delle Quattro Stagioni. Dalla piazza, lungo Via Pietro Micca (via obliqua rispetto alle altre strade squadrate del centro storico) mi ritrovo catapultata nel passato quando raggiungo la suggestiva Contrada dei Guardinfanti, una delle zone più vetuste della città, ornata da stradine strette e sinuose su cui fanno orgogliosa mostra di sé antiche e moderne botteghe, laboratori artigianali e negozi di alimentari ricchi di prodotti tipici piemontesi. La vita sembra scorrere lentamente e l’alternarsi di architetture medievali, rinascimentali e barocche restituiscono una fascinosa atmosfera indefinita avulsa dal ritmo veloce del traffico, che scorre isterico a poche centinaia di metri più in là. La contrada prende il nome dalle voluminose intelaiature a forma di campana, che gonfiavano la vanità delle gonne delle dame di un tempo.
Oltrepassata la Via dei Mercanti, il ritorno al presente è sancito dalla shoppingosa e pedonale Via Garibaldi che incrocia Via Della Consolata, al termine della quale si apre la piazza che ospita il Santuario della Consolata, dedicato alla Madonna Consolatrice, come reca l’iscrizione latina sul portale. Non è dato sapere il motivo per cui abbia assunto tale nome, quasi a voler essere lei stessa consolata. Mah, uno dei tanti misteri della Fede…Meglio “abbassarci” a tematiche più terrene per segnalare il dirimpettaio storico locale Al Bicerin, dove nacque il memorabile caffè al cioccolato e crema di latte.
Pochi passi più in là ed eccomi al centro dell’area cittadina in cui si concentra la “tendenza”, il Quadrilatero Romano, cuore della night life ricco di locali, caffè, enoteche, wine bar, ristoranti e dehors (parola ricorrente qui in città per definire i locali all’aperto). Ma il ricordo più intenso è legato al ristorante Le 3 Galline, di antica tradizione piemontese dove ho assaporato raffinati, ma consistenti antipasti e una saporitissima anatra all’arancia innaffiata da vino di ottima qualità: una gustosa e prelibata esperienza dei sensi…
Mi basta attraversare la strada e immettermi nel centro di Piazza Repubblica per ritrovarmi nella parte vitale della multiculturalità torinese. Il mio sguardo vaga smarrito tra i colori delle bancarelle ricche di frutta e tessuti di ogni parte del mondo, l’olfatto rapito dai profumi delle prelibatezze orientali, l’udito confuso dagli idiomi magrebini e levantini. E un senso di timore per le sorti del mio portafogli. Sì, il diverso mi attira, ma mi intimorisce ancora: malinconica constatazione che cerco di superare addentrandomi fino al più profondo ingorgo tra le diverse umanità in cui spicca il timido e bianco colore della mia pelle. Superato il disagio, osservo, tocco, annuso ciò che mi circonda e lo lascio dietro di me per raggiungere la porta nord, Porta Palatina e il suo circostante Parco Archeologico. Nella piazza antistante (piazza S. Giovanni) si erge la  rinascimentale Cattedrale di San Giovanni Battista.
Il sole picchia forte e la fame comincia a punzecchiare lo stomaco. La cairbodrato-fobia da troppi pranzi a base di panini e piadine viene immediatamente cancellata dal ricordo di un luogo dall’aspetto biologico e naturale in cui mi attendono nuovi orizzonti culinari pseudosalutisti. A passo svelto ritrovo il ristorante Exki dove mi seduce una briosa e leggera insalata di cous cous, una fetta di torta salata al formaggio e una macedonia di ananas a rinfrescare le assetate papille gustative. Pranzo leggero, sano e nutriente. Dopo due ore c’ho di nuovo una fame, ma ometterò di proposito il momento dedicato alla succulente e calorica pausa gelato.

Quindi… dopo pranzo mi ritrovo nel centro del centro di piazza Castello dove sorge Palazzo Madama, ma la mia attenzione è rivolta alla cancellata bronzea del Palazzo Reale la cui entrata è sorvegliata dalle statue di Castore e Pollluce. Non per amore dell’arte, né per la mia conclamata passione per i miti greci (dagli antichi aedi alla mitica Pollon) bensì perché si narra che quella sia la  linea di confine tra la Torino magica e la Torino diabolica nonché il luogo in cui si concentra l’energia positiva di tutta la città. Una volta trovato il punto esatto di equidistanza tra i due Dioscuri spalanco le braccia ad accogliere tutta la positività possibile. Una lunga inspirazione, uno sguardo alla barocca chiesa senza facciata di S. Lorenzo e poi via lungo i portici che ospitano gli ingressi della Biblioteca e dell’Armeria Reale fino al Teatro Regio. Sono ormai le 2 passate e non so se proseguire verso nuovi orizzonte o ridare uno sguardo a ciò che già avevo avuto modo di visitare. Mi riferisco a Piazza Carignano e al suo Palazzo che fu testimone della nascita dell’Unità di Italia, piazza S. Carlo, altrimenti detta il salotto bene di Torino, che accoglie le chiese gemelle di San Carlo e Santa Cristina, nonché il riconoscibilissimo monumento equestre a Emanuele Filiberto e infine la commerciale via Roma. Ma considerato che non ho alcuna intenzione di fare shopping, nè tanto meno quella di confondermi nella marmaglia delirante di ragazzini che sbraitano e sbavano sotto all’ingombrante palco di Amici (sì, quelli della De Filippi) che oscura le bellezze della piazza, non ho scelta, seguo la via Po che mi guida fino a una delle piazze più ampie del mondo, Piazza Vittorio Veneto. Di fronte a me il verde Po, superato il quale mi ritrovo di fronte alla chiesa della Gran Madre di Dio che, secondo un’antica leggenda, pare abbia accolto nei suoi sotterranei il Sacro Graal. La grande forza esoterica è con me e mi spinge con coraggio a inerpicarmi pedibus calcantibus lungo la ripida (va be’, non tantissimo, ma il sole picchia) salita al Monte dei Cappuccini, famoso punto panoramico su cui si erge la chiesa di Santa Maria del Monte. Stremata dalla fatica mi accascio su una panchina sotto la frescura ed è qui che medito la malsana convinzione di meritarmi un gelato a gratifica di cotanta impresa. Ma del mio peccato di gola non racconterò.

Una buona mezzoretta è quanto mi ci vuole per riprendermi e affrontare la discesa verso il Lungopo. Durante la passeggiata decido che se un giorno o in una prossima vita abiterò a Torino, prenderò casa proprio qui tra le rigogliose e verdeggianti colline torinesi, non troppo lontane dal centro cittadino.

La mia passeggiata sta per volgere al termine (sono le 4 del pomeriggio e sto camminando dalle 10 e mezzo del mattino!!!), la fermata dell’autobus che mi porterà al Lingotto è ancora molto molto lontana e mi toccherà attraversare i viali alberati del Parco del Valentino, per raggiungerla. Curato, pulito e pullulante di nonni, bambini, bikers e innamorati,  il parco ridà vigore alle mie stanche membra e il contatto diretto con la natura rigogliosa appaga ogni desiderio tranne uno, ma non vi racconterò di quel gelato divorato sulla panchina di fronte al fiume. Il fiabesco Castello del Valentino, mi viene interdetto da un folto gruppo di stanchi e accaldati poliziotti, a causa del G8 dell’Università.
Manca ormai solo un’ultima tappa al mio one-day intensive city tour, l’antico Borgo Medioevale, un immaginario villaggio che riproduce gli edifici piemontesi del XV secolo. Il destino vuole che ne visiti la Rocca gratuitamente, e gliene sono grata non provando emozione alcuna in questo posticcio salto nel medioevo.
Appagante è invece la vista della sontuosa Fontana dei Dodici Mesi in stile liberty, ultimo assaggio d’arte della mia visita nella superba, elegante, ma decisamente vivace e accogliente capitale piemontese.

Torino mi ha mostrato orgogliosa i suoi mille volti e la ringrazio per questo, ma sappia che non finisce qui. Non dimentico che essa sorge nel punto in cui convergono il vertice del triangolo di magia bianca e del triangolo di magia nera. Ritornerò a scandagliarne l’anima oscura, fino ad immergermi candidamente nella sua misteriosa e inquietante atmosfera esoterica.

NonsoloLitCamp 2009

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bicerinQuando ho messo piede all’interno del Circolo dei Lettori di Torino, la sontuosità dell’atrio di Palazzo Graneri della Roccia, mi ha un po’ intimidito. Ma in fondo c’era da aspettarselo da una delle città più aristocratiche d’Italia.  Timidamente, scalino dopo scalino, ho raggiunto la Sala Grande nel momento in cui il gruppo anobiitorino raccontava della propria esperienza sociale al di fuori della rete e di come aNobii, da semplice social network di catalogazione libri, sia diventato un valido esperimento di condivisione di passione letteraria e strumento democratico del giudizio. Al di là delle critiche istituzionalizzate, finalmente uno spazio per dar voce ai lettori, perchè i libri appartengono a chi legge e non a chi scrive!
Sempre sulla stessa linea, che avvalora il punto di vista del lettore, si è sviluppato l’intervento di Matteo Bianchi che ha sostenuto con fermezza l’idea che la scrittura stia mutando da atto individuale ad atto sociale, soprattutto grazie al web che permette agli esordienti di avere un valido riscontro nel feed back del lettore sconosciuto.
Una dura accusa contro la critica letteraria tradizionale è stata lanciata anche da Adriano Barone.
La rete ormai è il libero spazio di promozione di se stessi e di questa forza ne hanno fatto un progetto il poeta Tiziano Fratus, lo scrittore e giornalista Vanni Santoni, che ha ricordato l’esperienza del S.I.C., e gli autori di Yabooksbeta, una comunity di lettori e scrittori che propone un nuovo modello di mercato che produca  e distribuisca cultura fino alla realizzazione di una nuova casa editrice e librerie sparse per il territorio italiano.
In tale contesto si inserisce perfettamente il progetto BlogMagazine rivista elettronica gratuita scritta da blogger che ha anche una sua edizione cartacea al fine di “evangelizzare” coloro che hanno poca familiarità con la lettura dei blog.
E se non si fa che parlare di scrittura creativa, i ragazzi di Finzioni invece pongono l’accento sulla lettura creativa e sulla necessaria e inventiva circolazione delle idee che legano l’un l’altro i libri nel meravigliso universo dell’immaginzaione.

Una delle iniziative più interessanti del LitCamp è stata senz’altro il tour della Torino Letteraria: dal cuore della città, Piazza Castello, sede di Palazzo Madama, a Palazzo Carignano, da Via Pietro Micca a Piazza San Carlo, dal Museo Egizio alla Galleria Subalpina, passando per il caffè Baratti alle cui Dame Golose dedicò una poesia Guido Gozzano. E in questa elegante città vissero Edmondo De Amicis che le dedicò il romanzo La Carrozza di tutti, Vittorio Alfieri il cui busto è ospitato al Teatro Carignano, Nietzsche che qui scrisse Ecce Homo poco prima di abbandonarsi alla follia (è in piazza Carignano che abbracciò un cavallo in preda a un pianto convulso).  E poi ancora Salgari, Calvino, Fruttero & Lucentini, fino al grande Pavese che decise di abbandonare la vita proprio qui a Torino, nell’agosto del 1950, in una camera dell’Albergo Roma.
E mentre passeggiavo tra le vie di questa città profumata di letteratura, chiacchieravo amabilmente con Roberto di Bra, patria dello slow food, di buon cibo, della mitica fiera del formaggio, ma anche di cinema, tv, fantascienza, sceneggiature, blog e e-books. E lo ringrazio infinitamente per il regalo mangereccio che mi ha lasciato allo stand della Simplicissimus e che ritirerò stasera.
Grazie tantissimissime anche a  Gabriele, che, senza conoscermi, mi ha accolto con tanta gentilezza al LitCamp e mi ha suggerito diversi posti interessanti di Torino da visitare e soprattutto mi ha indicato dove gustare il vero bicerin torinese.

to be continued

Torino, letture e quant’altro

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fiera-del-libroTorino, seppur ammantata da un cielo cupo e tenebroso, ha salutato con aristocratica cordialità il nostro arrivo nel primo pomeriggio di ieri.
Dopo una breve sosta in albergo, io e il maritozzo ci siamo catapultati in Fiera. Ad attenderlo, allo stand della Simplicissimus, un considerevole numero di fan di e-book , ansiosi di chiarimenti e illuminazioni sulla nuova rivoluzione tecnologica che mi auguro coinvolga al più presto e in maniera considerevole, il mondo dell’editoria (tiro l’acqua al mio mulino ;) ).
Recuperato il programma della Fiera del Libro, ho preso coscienza degli innumerevoli eventi, reading, presentazioni, concerti e spettacoli che avranno vita nei prossimi giorni. E adesso, come faccio a scegliere? Non ho altra scelta che farmi guidare dall’istinto. La mia passione per i misteri d’Italia mi ha condotto alla presentazione del libro di Ugo Barbara, giornalista e scrittore palermitano, In terra consacrata, un romanzo definito thriller sociopolitico che, partendo dal caso della sparizione di Emanuela Orlandi, ripercorre la vicenda storica tra verità e finzione arrivando a individuare anche una soluzione a uno dei più grandi misteri di Italia che implica le verità a tutti note, ma indimostrabili, che coinvolsero le alte sfere vaticane, la banda della Magliana, il caso Calvi e la figura ambigua di Renatino De Pedis, boss della mala romana, seppellito nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma.
“Un libro che non si riesce a smettere di leggere” ha detto Bruno Gambarotta. Qualcosa mi dice che c’è da fidarsi.
Ma il lungo pomeriggio tra gli stand era appena cominciato e così, girovagando qua e là alla ricerca di situazioni interessanti, mi sono ritrovata nello Spazio RAI al momento del programma radiofonico Fahreneit. Guarnite dalle note mediterranee del gruppo musicale Zina, le poesie di Olga Sedakova ammaliavano il nutrito gruppo di astanti. Io, ahimè, ho una sensibilità poco avvezza a tale genere letterario e me ne rammarico alquanto, perciò ho abbandonato la postazione per ritornare al Caffè Letterario, dove un vivace dibattito politico ha attirato la mia attenzione. L’occasione riguardava la presentazione del libro Flop di Giuseppe Salvaggiulo “Un appassionato e amaro racconto di errori, di occasioni mancate, di false partenze che hanno caratterizzato la parabola e la crisi politica del partito.” A tale dibattito ha presenziato il sindaco di Torino Sergio Chiamparino il quale, in evidente difficoltà, ha risposto all’accusa del mancato ricambio generazionale del PD, rivendicando la necessità di nuovi spazi politici che sostituiscano le vecchie sedi di partito, dove le nuove generazioni possano farsi spazio attraverso la battaglia politica sul campo. Ha totalmente evaso l’importanza, seppur segnalata da Salvaggiulo, della presenza del partito sulla rete, che rappresenta oggi il reale spazio in cui avvengono i grandi dibattiti relativi ai valori e agli ideali che da sempre aderiscono alla cultura della sinistra, come l’ambiente, le politiche del lavoro, la salute e i diritti civili.
Chiamparino ha inoltre riproposto il suo punto di vista in merito alla questione dell’immigrazione, schiaffeggiando la politica dell’accoglienza a favore della difesa dei confini italiani e delle frontiere blindante e in conclusione ha sconfessato la sua presunta scalata alla segretaria del partito, ribadendo la sua volontà di rimanere primo cittadino di Torino.
Dopo tanto, troppo politichese necessitavo di una pausa burlesca o quanto meno spensierata. Ho dato un’occhiata al programma e mi sono detta: ma sì, famose du risate. All’uscita della sala gialla, una folla assatanata di giovani e giovani che un tempo lo furono, si accalcava sulle transenne che li separavano da uno dei miti della musica italiana, il sempre più restaurato Claudio Baglioni che presentava il suo libro Q.P.G.A., inno all’amore adolescenziale acronimicizzato che, da ormai troppo tempo, affabula i Mocci(a)osi di tutta Italia. Troppo entusiasmo per le mie ormai stanche membra che necessitavano di un’ indefinibile esigenza che ha trovato la sua dimensione nell’incontro con l’ironia dissacrante di Flavio Oreglio, reso celebre dalle sue poesie catartiche, che presentava l’ultima fatica letteraria dal titolo All’appello mancano anche i presenti, da cui ha letto alcuni aforismi spassosi e irriverenti.
La giornata volgeva al termine e non poteva chiudersi meglio. La presentazione del libro Il sogno e l’approdo, racconti di stranieri in Sicilia, è stata veramente toccante. Due dei sei autori, Giosuè Calaciura e Davide Camarrone hanno raccontato il tema dell’immigrazione con eleganza e delicatezza, anche quando la violenza e la sofferenza prende il sopravvento sulle povere anime che vagano nel mare alla conquista di un sogno che spesso ha semplicemente il nome della sopravvivenza. Questi racconti sono nati nell’ambito del progetto “Scenario Mediterraneo” e sono diventati tre spettacoli teatrali interpretati da Alessandro Haber e Caterina De Regibus che mi hanno coinvolto emozionato e incantato.
Finisce così la mia prima giornata alla Fiera del Libro 2009.

Torino, arrivo!

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litcamp2009-logoCi siamo, domattina prevista partenza all’alba, direzione Torino, Fiera del Libro e LitCamp.
Mentre il mio maritino affabulerà gli avventori con la sua ars oratoria in merito a La Stampa e-paper e tutto ciò che afferisce all’edioria digitale nella postazione della Simplicissimus, io con la mia telecamerina, mi aggirerò tra gli stand della fiera alla scoperta di novità letterarie, conferme editoriali, conferenze, gossip e tutto ciò che può attirare la mia attenzione.
Ma, al momento oppotuno, abbandonerò la solennità dell’evento istituzionalizzato per tuffarmi nel libero e democratico universo del BarCamp.
Il LitCamp 2009, adorabilmente presentato dallo strampalato Guido Catalano in questo promo, raccoglie non-conferenze che spaziano dal web-giornalismo alla letteratura di genere e non, dalla poesia agli e-book, da Anobii a Agoravox etc etc.  Anche se l’intervento che più  attendo è quello di adriano barone, blogger di cui ignoravo l’esistenza (ma in fondo, chi cazzo sono io) dal titolo  ”La critica letteraria è morta, o almeno fa schifo al cazzo, o comunque non è critica, quindi i critici non si sa chi siano e non fanno il loro lavoro”. E ciò pungola non poco, coniugandole alla perfezione, e la mia vena polemica e quella burlesca.
Armate di fascino (è relativo, lo so, ma c’è a chi piace), simpatia (idem come il fascino) e una discreta capacità di socializzazione, io e me stessa saremo orgogliose di abbeverarci a queste zampillanti fonti del sapere e non ci faremo certo sfuggire l’occasione di intrufolarci nei vari social happening tra le fascinose ed esoteriche locations torinesi.

to be continued

Agrodolce, una realtà bistrattata

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n85454751758_9346Agrodolce, la nuova realtà audiovisiva siciliana, rischia seriamente la chiusura.

La Regione Siciliana non ha infatti rinnovato la convenzione.  L’assessore Antonello Antinoro ha motivato la scelta dicendo: «Non sono chiari i ritorni d’immagine che giustificano un intervento finanziario di tale portata».
Dietro queste parole credo si nasconda tutta la macchinosità delle intromissioni politiche in un progetto in cui è stato investito un grosso capitale che frutta notevoli interessi. Cui prodest? E’  forse questo quello che deve ancora essere chiarito?
Nel frattempo, mentre le  inutili chiacchiere politichesi dilatano i tempi a dismisura,  centinaia e centinaia di lavoratori, in gran parte siciliani, che hanno potuto assaporare il piacere di lavorare nella propria terra, si ritrovano a casa da mesi e stentano ad arrendersi all’idea di dover nuovamente andar via per trovare nuove possibilità altrove.
Al di là di ogni sterile polemica relativa alla qualità del prodotto, io, “romana” , dal di dentro, dopo aver trascorso più di anno a dare tutta me stessa a questo progetto, so quanti e quali sacrifici ci sono dietro al lavoro di tantissime persone e le difficili condizioni in cui spesso ci siamo trovati a girare.  Sono orgogliosa di aver contribuito alla realizzazione di un prodotto di tutto rispetto, che ha trovato la sua dignità nei continui miglioramenti avvalorati dal sempre crescente aumento negli ascolti.
Agrodolce rientra perfettamente nei canoni della soap opera e si distingue dalla altre per la bellezza delle location che fanno da sfondo ai personaggi e alle loro storie. Ed è come tale che va giudicata. Basta inconsistenti paragoni con fiction del calibro di Montalbano, che fanno parte di un codice narrativo e drammaturgico totalmente differente e che dispongono di mezzi incomparabili.
Prendete Agrodolce per quello che è, come l’inizio di un decoroso progetto da cui ne potranno nascere altri, forse migliori o forse no. Non tagliate le gambe a una macchina che può portare solo vantaggi a una terra così ricca e rigogliosa, spesso ricordata più per i suoi difetti che per i suoi innumerevoli pregi. Lasciate vivere Agrodolce e la speranza di un futuro migliore per tantissime persone.

Oggi, alle ore 11, presso i Candelai a Palermo ci sarà una conferenza stampa del cast artistico e tecnico.

Diretta su C6.tv

Sushi Vs Orecchiette

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sushiL’entusiasmo per una serata in compagnia è spesso un buon propulsore contro il pregiudizio.
E così ieri sera, complice il desiderio di guidare e sfoggiare la NuovaKa, ho accettato l’invito di Laura e Luca e mi sono immersa nel mondo della gastronomia nipponica. Appuntamento alle 22 al Bishoku Kobo in zona Ostiense.
Le mie precedenti esperienze da profana in compagnia di profano, non erano state entusiasmanti e avevano decretato una definitiva incomptibilità tra i sapori del sol levante e le mie papille gustative pugliesi.
Ma la flessibilità è la più grande virtù, diceva Tarkovskij (e fatemela fa’ na citazione colta ogni tanto) e così mi sono inchinata davanti a sushi, sashimi, ramen, onigiri e tempura. Ho mangiato tutto e ho provato un certo godimento nell’assaporare queste esotiche prelibatezze,  ma la soddisfazione maggiore l’ho avuta nel sorbirli in maniera rumorosa e sgocciolosa, cerimoniale particolarmente amato dalla cultura giapponese, atta a manifestare il gradimento della pietanza. La passionalità del galateo nipponico batte 10 a zero la stitichezza del bon ton italiano: ma vi pare sensato lasciare parte di cibo nell’angolo del piatto per dimostrarne l’apprezzamento? E’ un’inaccettabile contraddizione! Anche se, diciamo la verità, non mi sono mai piegata a questa regola infausta e ho sempre dato soddisfazione a chi mi ha invitato, concedendomi spesso una doppia porzione!
Vorrei assegnare un giudizio a questo ristorante, ma la mia incompetenza in materia mi spinge ad astenermi, perciò mi limito a esprimere la mia gioia per aver trascorso un’altra bella serata in compagnia dei miei amci della setta dei blogger, a ringraziare Luca e Laura per avermi preso per mano lungo questa iniziazione e a dichiarare a piena voce che il sushi è molto meglio di quanto immaginassi, ma le orecchiette al sugo col cacioricotta di mia madre rimarranno per tutta la vita sul podio dei miei sogni mangerecci. Oggi è la festa della mamma e non potevo non concludere con questa appassionata dichiarazione d’amore.