Archive for aprile, 2009

apr 24

State of Play

70x100.qxdState of Play è un thriller che scorre lungo il doppio e contorto binario dell’intrigo politico e della ricerca della verità. Il giornalista, veterano old school, Cal McAffrey, del Washington Globe, partendo da un servizio su una serie di omicidi apparentemente legati alla criminalità di strada, si ritrova coinvolto in un complotto politico che vede come protagonista il suo vecchio amico Stephen Collins, ambizioso deputato che supervisiona una commissione di indagine sulle spese per la difesa nazionale.

La vecchia amicizia e un velato senso di colpa legato alla moglie di Collins, infiamma la partecipazione emotiva di Cal per la ricerca della verità. Una verità contorta, macchiata di sangue che scardina l’integrità morale di quelle istituzioni che dovrebbero garantire la giustizia del bene pubblico. E il pubblico e il privato, assetati di potere, si scontrano e confluiscono in un mare di miliardi di dollari.  Ma l’acqua del mare, si sa,  è salata e il sale corrode anche l’ultimo briciolo di lealtà rimasta.
Ad affinacare Cal, la giovane Della, blogger del Washington Globe, e anima di quel giornalismo multitasking che rappresenta una differente e più immediata modalità di approccio alle fonti. Ma è la strada che osserva e riferisce. Pertanto la old school e la new school, dopo uno scontro iniziale, partendo da diverse tracce, si ritrovano sul medesimo pericoloso cammino, scoprendo che l’anima dei loro linguaggi è nutrita dalle stesse motivazioni e dallo stesso scopo, il diritto alla verità.
La macchina da presa entra con impeto nella redazione del Washington Globe mostrandone la sua forza, i suoi limiti, il suo imbarazzo nei confronti del nuovo che avanza, ma ci riporta anche quel teatro di guerra, di confronto e di unione rappresentata ad arte nella camminata finale lungo il corridoio di Cal e Della.

La pellicola è molto ben ingegnata, recitata, montata e diretta. I personaggi hanno spessore e profondità che viene restituita da piccoli gesti, abitudini e dai dialoghi strutturati alla perfezione. Rari scatti e impennate, se non nelle poche scene d’azione, restituiscono la tensione narrativa della lotta contro il tempo che apre alla sensazione di stare appieno dentro la notizia.

Piccola curiosità tecnica: il film è stato girato in parte con lenti anamorfiche per restuire al meglio l’estetica trascurata, disordinata, ma densa dell’universo di Cal. Il mondo patinato e cerimonioso del politico Stephen è invece chiaramente disegnato dalla nitidezza del digitale. Le due tecniche si fondono perfettamente regalando una coerenza di stile curato e di impatto.

Un ringraziamento va a Digital PR (Donato Markingegno e Vincos) per avermi invitato all’anteprima di questo film, la cui uscita è prevista il 30 Aprile.

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apr 19

Duplicity

duplicityDuplicity, ovvero doppiezza, falsità. Ed è proprio di fiducia che parla questo film. Ci si può veramente fidare dell’uomo che si ama se quest’uomo fa il tuo stesso lavoro, cioè la spia?

Ho serie difficoltà a raccontare di questo film che,  diciamo la verità, non è un thriller, ma un film d’amore poco romantico, che con una buona parte di suspence, tensione narrativa e qualche colpo di scena talvolta annunciato, si sviluppa attraverso flashback che destabilizzano e travolgono di eccessive informazioni, che si disperdono nel tentativo di dare linearità agli eventi. E così i due si amano, si tradiscono, si riamano, si alleano e complottano a volte insieme, a volte l’un contro l’altro, lungo una storia che si dipana in mezzo mondo,  tra scenari di lusso e multinazionali avide e senza scrupoli. I nostri due eroi mononeurali che, come automi, rispondono all’unico stimolo che riconoscono, il richiamo del denaro e del sesso, non coinvolgono, ti lasciano passivo e ormai distratto spettatore in attesa dell’evento che non arriva. Forse perché il massimo dell’espressività artistica il regista se l’è giocato nel teaser, la splendida immagine al ralenty dei due contendenti e personaggi chiave ottimamente interpretati da uno strepitoso Paul Giamatti e da un altrettanto eccezionale Tom Wilkinson.

Perplessa ed estranea ho visto un film tutto sommato godibile, discretamente orchestrato, ma che non lascia alcun segno, che scivola indifferente trascurando l’emotività dello spettatore.

SPOILER

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Ma la rivincita dello spettatore la serve su un piatto d’argento il finale beffardo. E con un sorriso di rivalsa abbozzato sul volto ho letto i titoli di coda fino alla fine.

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apr 19

Tutta colpa di Giuda

tuttacolpadigiuda“Un film dentro al carcere” come ha voluto precisare il regista, Davide Ferrario.
Il carcere infatti è una delle tante immagini che parlano di privazione della libertà, di coercizione, di negazione. Quale luogo migliore, luogo che Ferrario ben conosce per gli anni di volontariato trascorsi a San Vittore, per inscenare il dogmatismo religioso?

Irena (Kasia Smutniack, dalla presenza scenica ineccepibile) è una giovane regista che porta il teatro e la recitazione a un gruppo speciale di carcerati che interpretano se stessi con estrema professionalità e presenza scenica. Dopo un’iniziale incomprensione, nasce un gruppo di lavoro forte e coeso accomunato da un’ unica nostalgia, il sapore della libertà. E danzando e cantando seguono le tracce, a loro incomprensibili, del percorso artistico di Irena.

Ma poi arriva il cappellano e si deve mettere in scena la Passione di Cristo. E Irena, poco avvezza alle temtiche religiose, accetta la sfida e si inerpica lungo un cammino tortuoso che termina davanti a un muro troppo alto anche per lei: nessuno vuole interpretare la parte di Giuda l’infame! E Irena si immerge nella lettura critica dei Vangeli e trova la soluzione, raffigurando l’umanità di Cristo al di là del dogmatismo religioso:  la redenzione deve necessariamente passare attraverso la sofferenza?
Il sacrificio ha diverse facce, di cui la sofferenza è solo una delle tante. Ed ecco che la riconciliazione con Dio prende le sembianze di una lirica gioiosa che rende sacro il canto della libertà.

La semplicità strabordante del linguaggio restituisce tutta l’intensità della storia, facendone uno dei punti di forza insieme alle immagini genuine che danzano sulla musica e dentro la musica e alla scrittura perfetta delle conversazioni del direttore del carcere (un bravissimo Fabio Troiano), pregne di saggezza e intrise di messaggi chiari e onesti che centrano il cuore del problema della realtà penitenziaria, della privazione della libertà e della sottomissione alle convenzioni.
Tutta colpa di Giuda è un film coraggioso e vincente che non vuole denunciare la condizione della vita carceraria, ma vuole semplicemente raccontare, con leggerenza e senza retorica, la pesantezza della reclusione mentale che immobilizza la riflessione intima di credenti e non, sui misteri della spiritualità e dell’assolutismo religioso.

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apr 11

Louise-Michel

louise-michelLouise Michel (1830-1905) è stata un’anarchica francese che, per rivendicare il diritto all’educazione per le donne, fu deportatata dalla Comune di Parigi in Oceania, dove continuò a dare voce concreta ai suoi ideali di uguaglianza tra i sessi.
Sua frase celebre è  Ovunque l’uomo soffre nella società maledetta, ma nessun dolore è paragonabile a quello della donna.
Ma in questo film il dolore è universale e attanaglia Louise, che donna non è, e Michel che un uomo non è. Nasce così la coppia strampalata e bizzarra di Louise e Michel e il loro patetico viaggio vendicativo in cui non c’è ormai più nulla da perdere e l’estremo e l’assurdo diventano il normale e il giusto.
La trama, la spietata vendetta contro “il padrone”, così chiamato non a caso, è originale, attuale e portata all’estremo. Riusciranno i nostri eroi a vendicare il torto subito dal capitalismo imperante? Sin dalla prima scena veniamo introdotti in questo mondo alienato, dove la lotta di classe è organizzata attorno al tavolo di un bar: 10 operaie che hanno perso il lavoro a causa della vendita improvvisa della loro fabbrica, decidono di mettere insieme la liquidazione per assoldare uno spietato killer che ammazzi il padrone. Ma l’impresa è molto più complessa di quanto sembri e si snoda tra vicende in cui la fame, abilmente rappresentata in due scene, quella del piccione e quella del coniglio, non vuole essere oggetto ne’ di un’urlata denuncia sociale ne’ di compatimento, ma rappresenta il punto estremo di non ritorno per cui l’omicidio diventa la più naturale e umana delle soluzioni possibili.

Lunghi silenzi interrotti da dialoghi bizzarri, perfettamente consoni all’atmosfera strampalata, inquadrature fisse, tinteggiate da colori insaturi, sono i componenti di un film in cui alcune situazioni surreali,  animate da geniale comicità, sono però troppo slegate dal racconto e, piuttosto che condire d’arte la pellicola, distraggono e allontanano dalla condivisione empatica dell’obiettivo dei nostri eroi. E si arriva anche a provare un certo disgusto quando ci si fa sberleffo della vita nel coinvolgere chi, di speranza davvero non ne può più avere, i malati terminali. Uno scivolamento troppo profondo nel cattivo gusto che provoca una ferita insanabile nell’empatia.
Alla fine, nonostante tutto, giustizia è fatta e una nuova nascita ha il sapore di una speranza rinnovata.

Questa ricca e astrusa metafora è troppo scombinata e  non riesce a restituire la denuncia che sottende il film.
Ottimi ingredienti, mal mescolati, in una minestra acida, corrosiva e sarcastica.

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apr 10

Lutto Nazionale

lutto

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apr 08

La valigia vicino alla porta

Sono passati 3 o forse 4 giorni dal terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo. Non riesco più percepire lo scorrere del tempo, tutto mi sembra sospeso e incerto più che mai. Ondeggio tra la paura che il letto possa scuotermi fino a farmi precipitare, e il senso di colpa per aver provato quella paura che è reale solo negli occhi di chi ha visto crollare le proprie case e sotterrare per sempre figli, genitori, fratelli, amici.
Pietrificata dalla paura, ora so cosa vuol dire. L’ho imparato quella notte. Devo prendere qualcosa, ma cosa, devo vestirmi, ma come, devo telefonare, ma a chi, e mentre questi pensieri lentamente si alternavano nella mente, con espressione ebete, osservavo Marco che accendeva il pc. Perchè? Perchè era l’unico modo di sapere cosa stesse realmente accadendo. Twitter, Facebook, Friendfeed ci hanno costantemente restituito aggiornamenti, paure, sensazioni, ma io continuavo a fissare il lampadario che, immobile, sembrava in attesa del segnale dalla madre terra per riprendere la sua danza. Ormai la terra non avrebbe più tremato per quella notte, ma la gente continuava inesorabilmente a morire. Sopraffatta dall’ impotenza mi sono seduta sul divano, nel salone, vicino alla porta di ingresso, ho visto un film, ho seguito la trama con la stessa attività  cerebrale di un mulo che segue una carota. I recettori annullati dagli eventi.
E adesso più che mai, disgustata dalle nefandezza umana degli sciacalli, afflitta dalle immagini di distruzione, nutro profonda compassione per quella terra vicina, forte e gentile.
Ho difficoltà a riordinare i miei pensieri in forma leggibile.
Faccio tutto come prima, leggo, riesco a dormire e anche tanto, troppo, mangio, studio, vado in palestra, faccio la spesa e cucino sempre meglio. Tra un po’ andrò al cinema, caverna oscura da cui è difficile fuggire, rivedrò un vecchi0 amico.
Nulla nella mia vita è cambiato. Eppure mi sento monca, qualcosa ha spento i miei recettori, come un robot ben programmato, mi aggiro in questa vita alla ricerca dell’interruttore.

Ma non lo ritroverò finchè quella valigia, quella delle emergenze, rimarrà vicino alla porta di casa mia.

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